Israele

 

 

 

Il potere di non potere

di Anna Segre

 

Molti lo hanno già detto e scritto ed è peraltro evidente: il piano Trump è sbilanciato a favore di Israele. Basti considerare, per esempio, la valle del Giordano: in questo periodo assai turbolento per il Medio Oriente è comprensibile che Israele ne mantenga temporaneamente il controllo per ragioni di sicurezza, ma come si può spiegare logicamente l’annessione perpetua di una zona abitata da circa 80.000 palestinesi e 10.000 israeliani? Inoltre appare poco equa l’annessione di tutti gli insediamenti israeliani - quasi il 30% della Cisgiordania - in cambio del 14% di territorio nel deserto del Negev. Ci sarebbero poi 15 enclave israeliane dentro lo stato palestinese, i cui collegamenti tra le varie parti e con la Giordania richiederebbero un complesso sistema di gallerie e ponti. Inoltre il futuro stato palestinese dovrebbe essere demilitarizzato e privo di controllo sui confini e sulle risorse idriche.

Non mancano altre questioni delicate, in particolare Gerusalemme: la città vecchia e i luoghi sacri resterebbero sotto la giurisdizione di Israele con accordi con le diverse confessioni religiose; il Monte del Tempio con le Moschee di Omar e Al-Aqsa, pur sotto il controllo del Waqf musulmano, sarebbe aperto alla preghiera anche di ebrei. La capitale del futuro stato palestinese si costituirebbe lungo l’area a nord-est della città, una zona povera di servizi e posta al di là della barriera di separazione anche se la maggior parte dei 120.000 palestinesi che vi abitano lavora o studia a Gerusalemme. I 200.000 palestinesi di Gerusalemme est potrebbero mantenere lo status di residenti in Israele di cui godono oppure optare per la cittadinanza palestinese.

Date queste premesse molte organizzazioni ebraiche della diaspora (tra cui per esempio JSreet e JCall) si sono attivate per contrastare questo piano.

Siamo una coalizione di organizzazioni ebraiche ed individui ebrei in più comunità del mondo - si legge in un comunicato - Ci unisce l’adesione ai valori ebraici della giustizia e della pace che possono realizzarsi solo attraverso una soluzione negoziata e “a due stati” per israeliani e palestinesi. Ci unisce anche un impegno in favore della sicurezza e della prosperità di Israele che possono conseguirsi solo attraverso un accordo di pace con i suoi vicini.[…]

Riteniamo che questo piano non potrà che essere respinto dalla dirigenza palestinese in quanto non porterà alla pace né ad una soluzione “a due stati” del conflitto. Un piano di pace solo di nome che perpetuerà l’occupazione e finirà per imporre alla regione un futuro distruttivo di altro sangue e altre guerre.

In quanto ebrei della diaspora respingiamo questo piano che non è solo in contrasto con il diritto internazionale ma contraddice i valori dell’ebraismo e l’aspirazione di Israele a vivere in pace e rispetto con i suoi vicini.

[…] Facciamo appello agli ebrei nel mondo, ai governi dei nostri paesi e a coloro che perseguono una pace giusta ad opporsi al piano.

Ci impegniamo a consolidare ogni nostro sforzo per lavorare con israeliani e palestinesi per un futuro in cui possano vivere in pace, libertà, dignità e sicurezza.

 

Come “ebrei nel mondo” siamo chiamati in causa da questo appello. In particolare come cittadini europei siamo invitati a fare pressione sull’UE perché assuma una posizione di più netta opposizione al piano Trump e in difesa della soluzione a due stati. Personalmente devo confessare che queste prese di posizione non mi convincono.

Pur con tutto il male che possiamo pensare del piano Trump, siamo proprio sicuri che si tratti della questione più rilevante di cui l’Unione Europea dovrebbe occuparsi? Siamo proprio sicuri che al mondo non ci siano popoli che soffrono (per genocidi, dittature ecc.) più dei palestinesi? Come si giustificherebbe una presa di posizione ferma contro Israele da parte della stessa Unione Europea che ha lasciato che la Turchia assalisse i curdi senza muovere un dito, che non pare in grado di porre fine alla guerra civile in Libia (alle porte di casa), che non riesce a parlare con una voce sola praticamente su nulla? Per di più si tratta di un’Europa pervasa da un’ondata di antisemitismo senza precedenti, un fenomeno che è stato colpevolmente sottovalutato in molti paesi. Quale credibilità potrebbe avere una simile Europa nel criticare Israele tacendo al contempo su altre mille situazioni infinitamente più gravi? Anche misure in sé condivisibili - come la richiesta di non etichettare come “made in Israel” i prodotti degli insediamenti israeliani nei territori occupati - perdono di credibilità se tali misure non sono adottate in altri casi analoghi di occupazioni militari in altre parti del mondo. Un atteggiamento parziale non sarebbe solo inutile, sarebbe addirittura dannoso perché rafforzerebbe ulteriormente nell’opinione pubblica israeliana l’immagine di un paese circondato da nemici che può contare solo su se stesso, oppure spingerebbe ulteriormente Israele tra le braccia di paesi governati dalle destre populiste se non di paesi non democratici come l’Arabia Saudita. E rafforzerebbe ulteriormente l’immagine di un’Europa parziale, che applica spudoratamente il gioco dei due pesi e due misure per mascherare il proprio sostanziale e immutabile antisemitismo. Tale immagine è già largamente prevalente in una parte molto ampia dell’ebraismo europeo. Una presa di posizione netta contro Israele sproporzionata rispetto alla politica dell’UE in altri contesti offrirebbe ulteriori argomenti a quella parte e metterebbe in ulteriore difficoltà i gruppi ebraici progressisti.

Negli ultimi tempi in Europa ci sono stati alcuni significativi passi avanti nella lotta contro l’antisemitismo mascherato da antisionismo; basti pensare alla presenza a Gerusalemme di una quarantina di capi di stato e di governo da tutto il mondo per il Forum sulla Shoah organizzato allo Yad Vashem in occasione del Giorno della Memoria; o al fatto che molti paesi europei, tra cui l’Italia, hanno adottato la definizione operativa di antisemitismo dell’IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance) che include anche comportamenti quali Negare agli ebrei il diritto dell’autodeterminazione, per esempio sostenendo che l’esistenza dello Stato di Israele è una espressione di razzismo”, oppure “applicare due pesi e due misure nei confronti di Israele richiedendo un comportamento non atteso da o non richiesto a nessun altro stato democratico.” Non si capisce perché l’Europa dovrebbe fare un passo indietro e disattendere queste indicazioni.

Peraltro da anni mi domando perché mai dovremmo essere proprio noi ebrei in quanto cittadini europei ad invitare l’UE ad essere parziale e ad applicare nei confronti di Israele la politica dei due pesi e due misure. Posso capire che come ebrei che hanno a cuore le sorti dello stato ebraico abbiamo personalmente l’impulso di occuparci e prendere posizione sulle questioni che riguardano il suo futuro. Ma perché mai dovremmo chiedere all’Unione Europea di fare altrettanto? E perché dovremmo essere proprio noi ebrei a chiederlo? Lo ripeto da anni, e mi ostinerò a ripeterlo finché non riceverò una replica convincente: dietro a questo modo di ragionare c’è l’istintiva convinzione che Israele sia lo stato del popolo ebraico e non dei suoi cittadini: esattamente il punto di vista della destra israeliana che dovremmo contrastare e non certo fare nostro.

È vero che l’idea di Israele come patria del popolo ebraico non è solo della destra, ed è comune a ogni genere di sionismo fin dalle origini. Questo non ci esime dal dovere di essere prudenti: un conto sono i nostri sentimenti personali, tutt’altra cosa è prendere posizione ufficialmente di fronte alle istituzioni come se avessimo qualche legittimazione formale a parlare di Israele. La legge dello stato-nazione approvata due anni fa, che ha dato sul piano simbolico un bello scossone all’idea di uguaglianza tra tutti i cittadini israeliani, ci dovrebbe mettere in guardia. Forse senza rendercene conto da molti decenni credendo di contrastare la destra israeliana con le nostre prese di posizione finiamo inconsapevolmente per favorirla.

E allora cosa si può fare? Ammetto che non lo so. Forse siamo davvero in una fase storica in cui dovremmo onestamente riconoscere che non possiamo fare assolutamente nulla, se non dare voce (come siamo soliti fare su questo giornale) a chi vive quotidianamente la realtà israeliana. Però, dato che sono un’inguaribile ottimista, ho anche la speranza che questa ammissione di impotenza possa per certi versi portarci un passo avanti. Sarebbe molto importante se fossimo in grado di far capire una volta per tutte (anche a certi nostri politici con le loro colpevoli confusioni) che siamo italiani ed europei che hanno a cuore le sorti di Israele ma non siamo affatto israeliani all’estero. Da millenni si ripete che sapere di non sapere è un passo avanti verso la sapienza. Allo stesso modo, forse, avere il potere di ammettere di non potere ci renderebbe forse un po’ meno impotenti.

 

Anna Segre

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