Grecia

 

 

Da Gerusalemme ad Atene

Intervista a Ruth Mussi

 

OTS Amiel BaKehila [diretto dal nostro ex Rabbino Capo Rav Eliahu Birnbaum] è un progetto del Ministero della diaspora israeliano che consiste nell’invio di delegazioni in comunità piccole e medie in giro per il mondo per rafforzare i rapporti tra diaspora e Israele. Ciascuna delegazione è composta tre persone, un insegnante, un artista e una persona che presenta qualche aspetto interessante della realtà israeliana. È previsto che il gruppo compia quattro viaggi in ciascun luogo. La nostra concittadina Ruth Mussi, in qualità di insegnante, a febbraio è stata capo delegazione in una di queste missioni in Grecia. L’abbiamo incontrata per farci raccontare questa sua esperienza.

Che impressione hai avuto delle Grecia? E degli ebrei in Grecia?

Prima di tutto Kalimera. I greci sono diversi da come li immaginavo: ero sicura che fossero gente più mediterranea, invece sono molto gentili, molto educati, c’è molta pulizia in giro: Europa, non Balcani.

Questo viaggio mi ha fatto capire quanto è importante per noi ebrei andare in giro per il mondo e vedere come altri ebrei si impegnano a tenere stretta la propria identità, quanto sforzo mettono, quanta energia, quanta fantasia, quanta creatività.

Ad Atene la funzione di Shabbat è stata una cosa molto speciale e molto diversa da come siamo abituati: la musica è greca, come immaginiamo quella delle chiese greche ortodosse. Una musica strana, bellissima, penetrante. Tutt’altro che allegra ma piena di pathos. Il rabbino e il hazan al suo fianco hanno fatto quasi tutto il lavoro, credo non per tradizione ma per mancanza di altre persone che sanno cantare. Ha cantato tutto, dall’inizio alla fine, senza sosta, e ho notato che ripete alcuni testi subito in greco, per esempio lo Shemà: si vede che vogliono che tutti capiscano i pezzi più importanti.

Quanti ebrei ci sono in Grecia?

Ad Atene 3000, a Larissa 300, a Salonicco 1000, e 200 nel resto della Grecia (un po’ a Yanina, Rodi, Corfù, Trikala e Chalkis). In tutto 4500.

Il nostro maskil Chaim Magrizos è di Larissa, vero?

Sì, infatti sono venute tantissime persone a chiedermi di salutarlo, tutti molto carini e affettuosi.

Come facevano a sapere che vivi a Torino?

Credo che ci stato un tam tam da Salonicco: ci sono famiglie divise tra Atene, Salonicco e Larissa, per cui le notizie girano in fretta. A Salonicco ero seduta a cena con membri della comunità e ho menzionato il nome di Chaim con affetto… all’improvviso si è girata una donna da un altro tavolo e ha detto sorridente: è mio cugino!!..e subito baci e abbracci.

Sono comunità ortodosse?

Sono definite ortodosse, ma c’è una grande distinzione tra l’autorità rabbinica e la comunità; questo l’ho notato soprattutto ad Atene. La scuola e la casa di riposo sono enti legati alla comunità ma l’autorità è di un Consiglio autonomo. Nella scuola, che è sostenuta dalla Lauder Foundation, il cibo non è strettamente kasher e durante lo shabbat fanno attività per bambini anche con musica, arti marziali, ecc., insomma, non attività legate allo Shabbat. Non lo dico per fare maldicenza su di loro, ma, anzi, per sottolineare come anche da parte di persone laiche, non osservanti, ci sia un così forte orgoglio della propria identità ebraica e un così forte impegno a partecipare.

La scuola è solo per ebrei?

Ebrei e zera Israel [seme di Israele, figli di padre ebreo]. In totale ci sono circa 120 alunni; è una scuola enorme, fornitissima. Il programma Tal-Am, di ebraico che anche noi abbiamo acquistato e che usiamo per due-tre ore a settimana, loro lo usano per sei in una classe completamente attrezzata appositamente. L’impegno ebraico ad Atene è enorme: la gente viaggia per un’ora, un’ora e mezza per potare i bambini alla scuola ebraica. Anche se non è una scuola religiosa, è davvero molto bello. Questo per me significa impegnarsi per l’identità ebraica della propria famiglia.

Ci sono conversioni, per esempio delle mogli di ebrei?

Per quanto ne so io, no. Non ho percepito che si senta la necessità di farlo: i bambini figli di padre ebreo sono accettati a scuola, possono anche fare l’alià.

Quindi le persone mediamente non sono molto religiose ma sono molto attaccate alla loro identità ebraica.

Sì, è così. E sono anche molto attaccati al rito sefardita.

Sono tutti sefarditi?

Ci sono anche i romanioti (ebrei giunti in Grecia - a quanto si dice - subito dopo la distruzione del primo Santuario). I sefarditi (quelli giunti dopo il 1492) sono più numerosi. Ad Atene c’è una sinagoga romaniota, di fronte a quella sefardita, che però non è sempre aperta.

In Grecia ci sono anche gruppi Chabad-Lubavitch?

Sì, ad Atene c’è anche una sinagoga Chabad. Una famiglia o poco più, non una comunità vera e propria; serve soprattutto per i turisti. Personalmente ho trovato molto interessante e suggestiva la funzione con il rito greco antico, con il rabbino vestito quasi come un prete ortodosso , ecc. Ma capisco che ci sono turisti che non ci andrebbero e preferiscono un rito per loro più familiare come quello dei Chabad.

Ti risulta che ci siano comunità non ortodosse?

No, le comunità sono formalmente ortodosse, i rabbini sono ortodossi.

C’è un rabbino in ciascuna delle tre comunità?

Sì. Quello di Salonicco è israeliano, ed è lì da molti anni, quelli di Larissa e Atene sono greci. Quello di Atene, Rav Gavriel Negrin (che tra l’altro, è di origine romaniota) è molto interessante perché è giovane, nato e cresciuto lì, è innamorato della sua città la sua cultura sia ebraica che greca, e la sua devozione è impressionante: ama il posto dove vive e ama la sua comunità.

La crisi economica è stata molto sentita?

La crisi ha colpito tutti: tutti dicono che le loro entrate si sono abbassate, che lo stato non aiuta perché non può, e sempre più gente si è rivolta alla Comunità anche per una forma di sostegno economico. A Larissa, per esempio, hanno visto che le gente non poteva più permettersi di mandare i figli alla scuola ebraica, e anche la Comunità non poteva più sostenerla, e allora hanno scelto di mandare i ragazzi tutti insieme a spese della Comunità in una scuola privata greca pagando un’insegnante di lingua e cultura ebraica che viene ogni giorno e li tira fuori dalle classi per dare loro un arricchimento di ebraico ed ebraismo.

E la Comunità dove trova i soldi per questo?

Foundraising tra le organizzazioni ebraiche nel mondo. E poi hanno tagliato su altre cose pur di mantenere l’educazione ebraica. Quando sento questo dico: tanto di cappello. Mi hanno raccontato di un caso in cui la gente ha capito veramente che la Comunità è una casa: a Larissa c’erano due fratelli di una famiglia di quelle che non venivano mai in Comunità che si sono trovati in difficoltà in ospedale per una loro parente. Sapevano che se avessero dovuto aspettare una donazione di sangue dall’ospedale potevano scordarsela perché c’è una lunga lista d’attesa, invece sono venuti in comunità e davanti a loro la direttrice prende il telefono, chiama il banco del sangue della Comunità e così seduta stante si è trovata la soluzione per loro. Questo per dire che in questo momento di crisi la Comunità è diventata un ente significativo per molti, è come una famiglia allargata; questo tempo duro ha fatto capire alle persone cos’è la Comunità per loro.

E la crisi ha comportato un tenore di vita diverso?

Questo l’ho sentito dire in altre città. Per esempio ad Atene mi hanno detto che ormai non si va alla taverna ogni weekend ma ogni mese e mezzo. Però mi hanno detto: risparmiamo, ci accontentiamo con quello che c’è. C’è una grande dignità.

In Grecia c’è molto antisemitismo?

Mi hanno detto che non c’è violenza fisica, ma vandalismo contro monumenti, talvolta anche contro tombe, e siccome non puoi essere al 100% sicuro devi essere al 100% pronto (tipica frase ebraica greca che mi hanno ripetuto sia a Salonicco sia a Larissa); quindi la shemirà [sicurezza, ndr] è molto efficiente. Se c’è antisemitismo è legato a Israele.

Cioè, c’è ostilità verso Israele?

E a livello governativo?

Il governo di sinistra aveva una buona collaborazione con Israele in molti ambiti, per esempio sul gas, ecc., ma anche con il governo attuale di destra va bene, le collaborazioni proseguono.

Il vandalismo non è una cosa da poco

No, certo, però loro non si preoccupano di andare in giro mostrando segni ebraici, e anche io con i miei colleghi siamo andati in giro tranquillamente.

Quanto tempo sei stata in totale?

Una settimana. Tre giorni a Salonicco, poi due a Larissa, e tre ad Atene.

Mi racconti un po’ come funziona questo progetto Amiel BaKehila?

Lo scopo è rafforzare i rapporti tra diaspora e Israele. Le delegazioni non vengono mandate per insegnare, indottrinare, ma per far conoscere la realtà israeliana nelle Comunità della diaspora e anche per imparare da loro. I nostri interventi sono un saluto dalla realtà israeliana. Io ho tenuto lezioni sul pensiero biblico e talmudico di Maestri israeliani di oggi, per esempio psicologia e Torah, oppure un’analisi sulla base di Kabbalah e hassidismo e delle figure femminili nella Torah. Ho tenuto un workshop sull’amidà e uno sulle identità di Moshé Rabbenu (egiziano, ebreo, ecc.). Dei miei colleghi, Aharon Merski ha parlato del Maghen David Adom [Maghen David Rosso, l’equivalente israeliano della Croce Rossa, ndr], Yanir Kilinski è un polistrumentista etnico, suona numerosi strumenti che ha trovato in tutto il mondo. In ciascuno dei luoghi dove va usa uno strumento locale e suona musica sia ebraica che locale.

Non si parla di politica israeliana?

Assolutamente no.  Non è lo scopo della delegazione. Avevamo opinioni diverse anche tra di noi, membri della delegazione.

Prima della Grecia hai fatto un’esperienza analoga in altri paesi?

Sì, in alcune Comunità italiane.

Con gli stessi due accompagnatori?

Il musicista era lo stesso, mentre non c’era il rappresentante del Maghen David Adom e al posto c’era una storica.

I componenti delle delegazioni devono essere osservanti?

Non necessariamente. In Grecia lo eravamo tutti e tre ma è un caso.

Vedendo la vostra foto sull’Acropoli viene in mente la festa di Chanukkà, il confronto tra la cultura ebraica e quella greca.

Sull’Acropoli eravamo così meravigliati da tutta questa bellezza e gloria che ci siamo detti: come abbiamo potuto vincere questa cultura? Non intendo la battaglia fisica: come siamo riusciti a trattenerci, a non cadere innamorati di questa cultura? A non voler esserne parte? Perché è veramente impressionante. E sai cosa abbiamo fatto? Abbiamo letto dei Salmi. Anche come omaggio da lontano ai nostri avi che non sono stati tentati di diventare così.

E questa foto cos’è?

È un monumento all’Università di Salonicco (che, tra l’altro, è costruita sull’antico cimitero ebraico) per ricordare la tragedia delle comunità durante la Shoah; è praticamente una menorah come una barca inclinata che sta per cadere, ma non cade. Anche là volevamo esprimere un sentimento e non sapevamo come perché eravamo pochi; e allora abbiamo cantato una melodia hassidica davanti alla menorà quasi affondata: “quando l’anima illumina, anche un cielo nebbioso produce una luce piacevole”.

La comunità ebraica greca è stata colpita molto duramente dalla Shoah. Il tema della memoria è molto sentito?

La Shoah è una ferita che si trova ovunque.

In conclusione c’è qualcosa che vorresti dire?

Credo che sia importante che gli ebrei delle varie comunità in Europa e nel mondo si conoscano tra loro: non deve esserci un rapporto diretto solo con Israele. Bisognerebbe viaggiare di tanto in tanto per andare a conoscere altre realtà ebraiche, vedere come vivono e come mantengono la propria identità. È una cosa che allarga in cuore, riempie di orgoglio e dà forza.

Intervista di Anna Segre

 

In basso: Monumento all'Università di Salonicco

 

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