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Memoria e memorie: perché non accada più

di Giorgio Gomel

 

Episodi di antisemitismo - omicidi, aggressioni fisiche, insulti e minacce nei media, profanazioni di luoghi di culto e cimiteri ebraici - segnano un risorgere preoccupante in più paesi d’Europa. I dati registrati sono una sottostima del fenomeno perché riflettono le denunce esplicite, e non la miriade di casi che restano ignoti. Il sondaggio, curato dall’Agenzia europea per i diritti fondamentali (FRA) circa la percezione dell’antisemitismo in 12 paesi della UE, registra fra gli oltre 16.000 cittadini ebrei intervistati un senso di pericolo, un’ansia diffusa per un problema che incombe con maggiore gravità rispetto alla prima indagine del 2012-13 che già rilevava un elevato senso di minaccia, anche in Italia, non tanto di violenza fisica, quanto verbale e digitale.

Parallelismi con gli anni ‘30 del Novecento sono fuorvianti. Non vi è un antisemitismo di stato; in generale, le istituzioni pubbliche sono impegnate nel combattere rigurgiti antisemiti con un’azione di educazione, vigilanza e prevenzione. Non così in paesi come la Polonia e l’Ungheria dove governi illiberali tendono ad avvalorare tesi revisioniste fino a negare il collaborazionismo di loro cittadini con la macchina dello sterminio nazista. Azione peraltro insufficiente: in diversi segmenti della società europea restano zone di connivenza, copertura o sorda passività che alimentano insolenza e senso di impunità negli imitatori odierni del razzismo antisemita.

Un fatto importante è stato l’approvazione da parte del Consiglio della UE di una definizione operativa di atti di antisemitismo concordata in sede di IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance, www.holocaustremembrance.com). Parlamenti e governi di paesi membri l’hanno via via ratificata: appena qualche giorno fa anche l’Italia. La stessa definizione era stata approvata nel 2016 dall’OSCE - l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa - con l’adesione di 56 paesi, fra cui alcuni musulmani (repubbliche dell’ex URSS), e la sola opposizione della Russia.

 Ma la patologia persiste, ricorre, ancora 75 anni dopo gli orrori del nazismo; appare muoversi per l’ Europa, gli Stati Uniti, il Medio Oriente, rimuovendo tabù, riesumando vecchi stereotipi quali il potere finanziario degli ebrei o i fantasmi mistificatori di un complotto mondiale.

Dell’antisemitismo, della sua lunga, dolorosa, orribile storia sono ovviamente gli ebrei a soffrire, ma esso è un indice acuto del malessere di una società, del degrado di forme di convivenza civile e democratica. Riflette subculture e movimenti che esaltano l’identità etno-nazionale o persino razziale, l’intolleranza del diverso, il rifiuto dei diritti delle minoranze.

Nel celebrare nel nostro paese 20 anni dall’istituzione della Giornata della Memoria, con la scomparsa dei testimoni diretti, perseguitati e deportati (ricordo la morte recente di Piero Terracina, uno dei testimoni più attenti, attivi ed acuti delle deportazioni dall’Italia) il problema di come conservare e trasmettere la memoria è questione di importanza capitale. Da un lato perché la memoria con il tempo si disincarna nel racconto impersonale della storia, diventa appunto “Storia”. Dall’altro perché le singole vicende degli individui pur nella loro unicità possono essere rivissute nel racconto, nella narrazione.

Per questo è importante la letteratura, il diffondersi in anni recenti di libri e testimonianze di autori italiani o tradotti - da Primo Levi ad Aharon Appelfeld, da Saul Friedlander, a Janina Bauman e Simha Guterman. Inoltre, resta cruciale l’impegno educativo proprio degli storici nel cercare di comprendere storicamente la Shoah. Come Elie Wiesel e Primo Levi hanno affermato nei loro scritti benché quell’esercizio di comprensione sia complesso, assimilando la lezione di quell’orrore, l’umanità può evitarne il ripetersi, può sperare di non ricadervi. Infine, il confronto con il presente ; pur con le differenze con la Shoah, è essenziale formare nelle generazioni più giovani la consapevolezza che, nonostante la Convenzione delle Nazioni Unite contro il genocidio concepita da Rafael Lemkin, un linguista e giurista ebreo polacco, e approvata nel dicembre 1948, il mondo non ha debellato violenze, eccidi di massa e offese ai diritti umani.

 Giorgio Gomel

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