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Siglata da 425 rabbini USA una lettera sul clima

di Bruno Segre

 

Nell’ottobre 2015 un gruppo di 425 rabbini nordamericani appartenenti al più variegato ventaglio delle espressioni di cultura religiosa ebraica degli Stati Uniti sottoscrisse e diffuse una Lettera sulla crisi del clima indirizzata “al popolo ebraico, a tutte le comunità spirituali e al mondo”, intesa a sollecitare una vigorosa azione di contrasto nei confronti della crisi climatica e ambientale in corso.

Non diversamente dall’enciclica Laudato si’ che papa Francesco aveva messo in circolazione dal giugno 2015, questa Lettera rabbinica si presenta come un documento chiaramente ‘politico’ nel senso più elevato e nobile del termine, in quanto la sua lettura ci aiuta a resistere all’ondata di indifferenza e di diffusa antipolitica prevalente da qualche tempo in Occidente e in altre regioni opulente e tecnologicamente avanzate del mondo.

“Siamo animati dal più profondo rispetto per ciò che la ricerca scientifica ci insegna circa la storia della nostra Terra - così si afferma in apertura del documento -, e tuttavia, in quanto ebrei e rabbini, continuiamo a vedere la Terra quale creazione di Dio e a celebrare la presenza della mano di Dio in ogni terrestre creatura.” E dopo alcune citazioni dal Salmo 148 (“O giganti marini e abissi tutti, fuoco e grandine, neve e nebbia, vento tempestoso, esecutori della sua parola, monti e colline tutte: Hallelu-Yah, lodate Hashèm”), la Lettera chiarisce che la Terra non esige dagli uomini soltanto che levino la loro gioiosa voce, ma che mettano anche in campo la loro mano riparatrice.“Ci sentiamo particolarmente toccati”, proseguono gli autori della Lettera, “allorché le più profonde, le più antiche intuizioni della Torah circa il ristabilimento di sani rapporti tra la Terra e gli uomini che la abitano, tra adamah e adam, trovano un’eco negli esiti della ricerca scientifica contemporanea. I testi della Torah che offrono indicazioni forse più dirette, utili ad aggredire l’attuale crisi, sono Levitico 25-26 e Deuteronomio 15.” Ed effettivamente in Levitico 26 si sostiene che, qualora dai figli di Israele non venga rispettato lo Shabbat Shabbaton - l’anno sabbatico che ogni sette anni va celebrato per lasciar riposare la Terra -, essi patiranno l’esilio poiché la Terra riposerà in ogni caso, e “tramite siccità e carestie li ridurrà a una torma di transfughi. Questo antichissimo monito, udito da un popolo aborigeno insediato in un territorio privo di risorse”, rammentano gli autori della Lettera, “è diventato ora l’indicatore di una crisi planetaria che coinvolge l’intera specie umana. Il comportamento degli uomini, teso a sovrasfruttare la Terra specialmente facendo abuso di combustibili fossili, dà luogo a una reazione del sistema pianeta che mette a repentaglio la vita di intere comunità umane nonché quella di molte altre forme di vita.” Inondazioni senza precedenti - ricorda il documento -, periodi di siccità, scioglimenti di ghiacci, tormente di neve, ondate di calore, tifoni, il sollevamento del livello dei mari e la diffusione di insetti mortiferi da zone ‘tropicali’ verso regioni che erano tradizionalmente considerate ‘temperate’, sono altrettante materializzazioni di Levitico 26.

Nell’avviarsi verso la conclusione, gli autori della Lettera riconoscono che “per secoli l’attenzione del nostro popolo - forzato all’esilio non soltanto dalla nostra terra originaria ma costretto in seguito a fuggire continuamente da molti altri paesi così da ritrovarsi privo di legami fisici o politici con qualsiasi specifico territorio - è stata indotta a privilegiare, rispetto ai valori di un sano rapporto tra adam e adamah, quelli dell’impegno a porre rimedio alle ingiustizie sociali […] Come però ci insegnano i nostri antichi testi, il bisogno di giustizia e il senso della Terra non possono andare disgiunti […] Le sempre più accentuate diseguaglianze in fatto di ricchezze, di redditi e di potere politico esercitano sulla crisi del clima un duplice impatto. Da un lato le grandi multinazionali del combustibile, oltre a realizzare enormi profitti infliggendo ferite alla Terra, usano poi i profitti accumulati per ‘comprare’ elezioni e finanziare ricerche scientifiche fasulle, tese a scoraggiare la gente da qualsiasi iniziativa per il risanamento di quelle ferite. Su un altro versante, i poveri in America e nel resto del mondo sono i primi e i più esposti a subire la furia dei tifoni, delle inondazioni, delle siccità e delle malattie che il caos climatico va diffondendo.”

Infine gli autori della Lettera dichiarano di prospettare “l’esigenza di un nuovo senso di giustizia eco-sociale: un tikkun olam esteso sino a comprendere il tikkun tevel, il risanamento del pianeta. Invitiamo coloro che tendenzialmente si impegnano per la giustizia sociale a preoccuparsi anche della crisi del clima, e coloro che si preoccupano della crisi del clima a impegnarsi anche per la giustizia sociale […] Riconosciamo che in tutte le culture e in tutte le tradizioni spirituali sono presenti insegnamenti che chiariscono l’importanza di riservare tempo e spazio alla celebrazione, alla quiete, alla riflessione […] È ora opportuno mettere il nostro pianeta in condizione di riposarsi dall’eccesso di lavoro.”

“Per l’Israele biblico, nel suo rapportarsi con il Santo, proprio questa era una questione centrale. Per noi oggi e per la vita dei nostri figli e dei figli dei nostri figli, questa stessa questione va reinterpretata; occorre che volgiamo gli occhi dalla saggezza che ci è giunta in retaggio e orientiamo lo sguardo verso l’azione da sviluppare nel nostro presente e nel nostro futuro. Uno dei modi per assumerci le nostre responsabilità sarebbe quello di impegnare le famiglie, le congregazioni, le denominazioni, le federazioni, gli attivisti politici a trasferire il nostro danaro da spese che aiutano questi moderni faraoni a bruciare il nostro pianeta a spese che contribuiscano a risanarlo.”

[…]

“Riteniamo che nell’odierna società americana siano compresenti pericolo e speranza: un pericolo e una speranza con i quali la comunità ebraica americana è chiamata a fare i conti di concerto con le sorelle e i fratelli di altre comunità di Spirito. Il pericolo è che l’America si ritrovi a essere il principale responsabile della devastazione del pianeta Terra. La speranza, peraltro, nasce dalla constatazione che più volte nel corso della storia, quando il nostro paese si è trovato nella necessità di realizzare un profondo cambiamento, sono state proprio le nostre comunità d’impegno morale, di legame religioso e di ricerca spirituale a ergersi per affrontare la situazione. Accadde così cinquant’anni fa durante il movimento per i Diritti Civili, e così deve accadere anche oggi.”

Bruno Segre

 

Museo di Salonicco

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