Storie di ebrei torinesi

 

 

 

Corazzata Kaminski

 

Sara o Sarah? Preferisci essere chiamata con l’acca o senza acca?

Assolutamente con l’acca! Mio padre quando sono nata aveva 25 anni. Era un uomo di spirito. Ha raccontato di aver litigato con la suocera, che voleva chiamarmi Sarah come sua mamma, e lui invece Sarah come la nonna paterna. Ha vinto mio padre.

Tu hai radici polacche. Degli ebrei polacchi abbiamo l’immagine di una popolazione misera e un po’ ignorante che a stento sopravviveva negli Shtetl. Il caso dei tuoi genitori è stato un’eccezione?

In Polonia è successo come in Italia. La Polonia sotto gli Asburgo negli anni 60-70 dell’800 aveva concesso i diritti civili agli ebrei, un po’ in ritardo rispetto al resto dell’Europa. Nelle grandi città la popolazione ebraica, dopo la prima guerra mondiale, era molto diversificata: dai ricchi molto colti e molto assimilati al vero popolino. Tutti gli ebrei in Polonia, ricchi o poveri, volevano che i figli fossero laureati, per risparmiare loro una vita di stenti e di lavoro quattordici ore al giorno. Mio bisnonno e mio nonno paterno erano panettieri e la mia bisnonna e la mia nonna erano sarte, abitavano a Deblin ed erano abbastanza benestanti. La famiglia di mio padre è stata sterminata dai nazisti: di dieci fratelli si sono salvati in tre. La famiglia di mia mamma invece, di nome Pasternak, era poverissima: proletaria ma molto colta. Mio nonno materno era ciabattino, appassionato di storia e giocava a scacchi. Era stato arruolato militare, ma nel 1939 l’esercito polacco era stato spazzato via dall’invasione delle armate naziste, dopo una resistenza senza speranza. Mia nonna ha salvato la sua famiglia dai lager perché è andata con la bambina di quattro anni per mano ed un sacco di pane sulle spalle a recuperare il marito in trincea. Mia nonna, mia mamma e la mia bisnonna Sarah, hanno raggiunto la Siberia dopo una marcia di quattromila chilometri, insieme alla massa dei profughi polacchi. Mia mamma era una bambina bionda molto carina, che ai russi faceva tenerezza e davano da mangiare alla famiglia. Perché in Siberia? Perché lì il governo sovietico allora aveva allestito dei Kolchoz agricoli, dove i miei nonni, che erano pronti ad adeguarsi a qualsiasi situazione, sono stati subito presi a lavorare. Lì mia mamma come tutti i bambini, andava a scuola e ha imparato il russo, che parla tuttora, ma solo lei. A casa parlavamo polacco, i nonni yiddish, e in Israele ovviamente l’ebraico. Da quando sono in Italia parlo l’italiano e pure mio padre ha imparato un po’ di questa bella lingua.

Quante lingue… Tu ti consideri apolide?

No. Mi considero israeliana europea, in trasferta continua. Sono stata concepita in Polonia negli anni della grande emigrazione in Israele, ma sono nata a Vienna e sui documenti sono stata dichiarata senza nazionalità. Dieci giorni dopo sono atterrata in Israele, dove sono rimasta fino all’età di 23 anni. In Polonia i miei si erano sposati ancora studenti universitari: mio papà al politecnico e mia mamma a medicina. Si erano conosciuti a Wrocław, dove frequentavano un gruppo di amici sionisti che poi hanno tutti fatto l’aliah. Amicissimi che ancora si frequentano in Israele, all’età di oltre ottant’anni. I miei genitori in Israele hanno passato tanti anni durissimi, prima in baraccopoli di lamiera a Kiriat Gat, poi sempre in campo profughi a Rishon le-Tzion. Lì c’erano i miei nonni paterni, lui un abile commerciante che subito aveva messo su un chioschetto dove vendeva di tutto, e lei in cucina mi ha iniziata all’arte culinaria… Mia mamma voleva studiare medicina, ma le hanno detto: tu, nuova immigrata, non ce la farai mai, quindi prova a studiare biologia e non medicina. In effetti si è laureata in biologia e per tutta la vita ha lavorato all’ospedale Beilinson come ricercatrice in microbiologia. I miei volevano assolutamente poter studiare, e allora mi hanno messa per qualche mese in un orfanotrofio ADEI a Gerusalemme... Mi sono sposata a 20 anni, come facevano allora i giovani israeliani, e mi sono trasferita a Torino tre anni dopo con mio marito, che qui ha potuto iscriversi a veterinaria, dato che quella facoltà non c’era ancora in Israele. Io, che oltre a letteratura comparata avevo studiato anche arte, qui mi sono trovata bene, perché avevo sempre sognato di venire in Italia.

Ecco perché sei come una corazzata: con tutto quello che hai passato…

No, non sono una corazzata, sono solo israeliana… Sono stata cresciuta nella convinzione che devi aiutare te stessa, come insegnano i nostri maestri. Certo, sarei diversa se fossi vissuta in una famiglia borghese, tranquilla, senza scossoni in giro per Europa e Asia, ma non rinnego il mio passato.

Tu hai due figli, che se non sbaglio sono entrambi impegnati in attività ebraiche…

Si. Daniel Reichel è giornalista di Pagine Ebraiche, ed è specializzato su Israele e mondo ebraico,mentre Sharon Reichel è curatrice e conservatrice del museo MEIS di Ferrara, specializzata in arte ebraica e storia degli ebrei d'Italia.

Hai scritto recentemente, insieme a Maria Teresa Milano, un libro intitolato Ebraico, ma non è un libro che insegna l’ebraico…

È un libro strano, diverso dagli schemi mentali degli italiani, che dividono le discipline in compartimenti stagni. Nel libro si sorvolano paesaggi israeliani, deserti, monti e città con brani di provenienza biblica, poesie, brani letterari e canzoni di oggi, per mostrare la continuità di questa curiosa lingua dalla vita eterna.

Tu insegni anche, vero?

Certo, insegno lingua e letteratura ebraica all’Università di Torino. In passato ho insegnato all’Università di Lecce, a Genova per corsi dell’associazione Italia-Israele che davano anche crediti per l’Università e oggi mi dedico alle pubblicazioni e alle conferenze.

Tu pensi di avere un ruolo specifico nella diffusione in Italia della cultura ebraica?

Un ruolo… che domanda importante! Dicono i nostri maestri: sono gli altri che ti devono definire, non sei tu a dover definire te stesso. Quello che posso dire è che il mio insegnamento all’Università mi dà molte soddisfazioni. Le mie lezioni toccano non solo la grammatica, ma la storia geopolitica della cultura ebraica di oggi e dei millenni passati. Credo di dare un contributo, anche se piccolo, ai miei allievi, alcuni dei quali sono insegnanti in giro per il mondo, per far loro comprendere un diverso modo di insegnare.

È vero che le persecuzioni hanno ricompattato o rinvigorito l’ebraismo nel mondo?

Anche questa è una domanda difficile. Ogni animale quando è in pericolo cerca rifugio nel proprio branco. Ma certo nessuno vorrebbe rivivere gli eventi terribili vissuti in passato. Io vivo in modo sereno la mia condizione, non mi sento perseguitata ma forte della mia identità e diversità. Viviamo in una società democratica e vorrei che gli ebrei accogliessero gli altri con gioia in nome della cultura ebraica che è sempre stata tollerante. E poi dovremmo fare come i valdesi: dare una mano anche agli altri. Certo, dobbiamo sostenere le nostre strutture, abbiamo persone di ottima qualità, giovani, intellettuali molto brillanti nel loro lavoro e sono sicura che possiamo fare molto di più per sostenere la società italiana.

Oltre ad insegnare ed a scrivere libri tuoi, ti sei anche occupata di traduzione.

Sì, ho tradotto David Grossman, Amos Oz, Aharon Appelfeld, Uri Orlev, Ronny Someck, che forse è il poeta vivente più popolare oggi in Israele.

Quali sono stati gli autori più facili da tradurre?

Non esistono gli autori facili e ognuno ha le proprie peculiarità, linguistiche e stilistiche. Tradurre significa sostanzialmente riscrivere in un’altra lingua e credo che ogni lavoro serio di traduzione preveda la presenza di due madrelingue, una per quella di partenza e una per quella di arrivo. Non a caso amo lavorare a quattro mani sui testi.

Tu sei anche stata per sei anni consigliera alla Comunità Ebraica di Torino, e ora sei nella commissione Cultura del Gruppo di Studi Ebraici.

Si, e quest’ultimo ruolo mi fa molto piacere. È molto importante che nel Gruppo di Studi si cerchino nuovi iscritti, soprattutto giovani. Mi piacerebbe poi che il Gruppo si aprisse all’esterno della Comunità e coinvolgesse molto più pubblico con qualcosa di originale, magari invitando qualche israeliano a parlare di normalità, anche parlando della Memoria, perché no, per diffondere un’immagine dell’ebreo meno funerea. Sarebbe bello coinvolgere anche le agenzie della Chiesa Cattolica che organizzano viaggi in Terra Santa e che non conoscono la realtà di Israele. Collaborare con il Vescovo per un incontro seminariale con gli insegnanti di religione sul tema Gesù ebreo e per aprire gli occhi su un ebraismo non religione antica ormai estinta, ma cultura viva che si rinnova ogni giorno.

Aprire ai giovani, dunque.

Nei giovani oggi è rimasta una voglia di trovare un senso nella vita, che dà loro una speranza. Si potrebbe riprendere due concetti importanti, come l’importanza del dono e la necessità di accogliere. Sul primo punto desidero citare Maimonide, secondo cui tra gli otto livelli della tzedakah, il più importante è quello di rendere autonomo chi riceve il dono. Sulla questione dell’accoglienza invece ricordo il rotolo di Ruth, un grandissimo libro di legge e di etica, in cui si spiega come si deve aiutare il povero e come accogliere lo straniero.

Il ruolo uomo - donna: cosa pensi della situazione odierna?

In Italia le donne si trovano spesso a dover scegliere tra carriera e maternità, perché l’establishment continua a considerare la donna incinta e la donna con figli un ostacolo all’azienda. L’Italia nel campo dei diritti delle donne è più indietro di altri paesi sviluppati. Lo Stato italiano dovrebbe agevolare le ditte fornendo incentivi alla maternità delle dipendenti, e aiuti alle famiglie con figli. L’Italia è un paese bellissimo, dove si vive bene, anche se con difficoltà, dove però non si fanno figli e la vita economica ristagna forse anche per questo. In Israele la situazione è differente, perché da sempre le donne conciliano carriera e maternità.

Tu sei ad un tempo studiosa e docente della Shoah. Cosa pensi della celebrazione del Giorno della Memoria?

L’eccesso di chiasso fatto dai media su fatti di antisemitismo in qualche modo spettacolari, come la scritta Juden hier su una porta di Mondovì, chiasso che svanisce in un baleno senza che si sappia più nulla sullo sviluppo delle indagini, e la sovraesposizione delle persecuzioni antiebraiche con show pervasivi (film, trasmissioni, conferenze nelle quali anche io sono coinvolta) possono sicuramente provocare reazioni di rigetto. Sarebbe più formativo per gli studenti coinvolgerli in ricerche storiche di gruppo, e dare un supporto competente alle testimonianze. Ma in Italia spesso gli insegnanti organizzano percorsi sulla Shoah in autonomia, con risultati più o meno buoni. A volte vediamo anche espressioni fuori luogo che rasentano l’antisemitismo, come l’abbinamento della Shoah a Gaza, fatto recentemente all’Università di Torino.

Ma ritieni che sia utile il Giorno della Memoria?

Fa parte della cultura ebraica trasmettere il senso della memoria e della storia ed è importante che la società percepisca l’universalità di questa storia in particolare perché è una questione europea e non solo ebraica. Istruttivo al riguardo è il libro di Annette Wieviorka dal titolo Auschwitz spiegato a mia figlia, pubblicato da Einaudi nel 2005. Aiuta ad avvicinarsi alla storia complessa della Shoah e a concetti basilari come la diversità, il razzismo e la persecuzione che oggi purtroppo vediamo manifestarsi senza pudore, grazie anche a un leader che suona il citofono ad un extracomunitario accusandolo pubblicamente di spaccio. Il metodo ricorda l’olio di ricino delle camicie nere… Ma adesso prenderei un bicchier d’acqua, che mi hai sfinita con le tue domande. Ne vuoi uno anche tu?

 

Intervista di David Terracini

 

 

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