Memoria

 

 

 

Richieste d’aiuto

di Mirella Shapiro Bedarida

 

Mi chiamo Mirella Bedarida Shapiro e sono nipote e pronipote di due delle vittime di questo genocidio: la mia bisnonna materna, Nina Levi Vitale nata a Torino nel 1855, e sua figlia, mia nonna, Gemma Vitale Servadio nata a Torino nel 1878. Sono la decana, l’unica ancora in vita ad avere una vivida memoria delle persone, dei posti, degli avvenimenti che hanno colpito la mia famiglia. Non sono né storica né insegnante, quindi vi racconterò la mia storia molto semplicemente. Sarà un breve sorvolo.

Sono nata a Torino, in Via San Secondo 19, per essere esatti, molti molti anni fa. Ambedue i miei genitori erano ebrei, ambedue medici: mio padre, Nino Vittorio Bedarida, era chirurgo; mia madre, Lucia Servadio Bedarida, medico curante/ostetrica. Entrambi esercitavano a Torino, all’Ospedale Mauriziano e all’Ospedale San Giovanni. Dopo Torino, ci siamo trasferiti in Abruzzo, dove papà fu nominato primario dell’ospedale municipale di Vasto. Andavamo spesso a Torino a trovare le nonne, gli zii e gli amici, e la grande gioia era di andare a dormire a casa della nonna Gemma. La vedevamo più spesso degli altri parenti, poiché veniva a trovarci varie volte all’anno, ci regalava libri che poi ci leggeva e con lei feci tanti bei viaggi immaginari in paesi esotici. Io era molto attaccata a lei e lei a me e alle mie sorelle. Ci chiamava le sue “scimmiette”, ci scriveva lettere a cui rispondevamo e così si stabilì tra noi uno stretto legame e un dialogo continuo.

La nostra vita era calma e soddisfacente. Ma nell’estate del ‘38 il nostro mondo crollò.

Ero in vacanza a Cogne con mio padre e nel corso di una passeggiata incontrammo degli amici torinesi. Si misero a parlare con papà ed è lì che sentii per la prima volta che i ragazzi ebrei non sarebbero potuti tornare a scuola. Sul momento non riuscii ad afferrare il terribile significato di questa legge, ma ben presto mi resi conto che questa era la prima di una serie di disposizioni contro gli ebrei: i genitori persero il loro posto, non potevamo più avere personale di servizio, ci tolsero il telefono, la radio.

La maggioranza degli ebrei italiani furono presi alla sprovvista. Fino ad allora non si erano mai considerati differenti dagli altri italiani, si sentivano completamente integrati alla vita e alla società italiana. Avevano preso parte al Risorgimento, all’unificazione dell’Italia, avevano combattuto durante la Prima Guerra e si sentivano al 100% italiani. Tanto per darvi un esempio, la famiglia di mia madre era già in Italia nel 1250, e forse prima. Più italiani di così non potevano esserlo! A mio nonno fu dato il nome Cavour e a sua sorella Italia, in omaggio all’unità d’Italia, in piena creazione al momento della loro nascita. Ma tutto a un tratto la situazione degli ebrei italiani fu capovolta e a poco a poco furono deprivati di tutti i loro diritti fondamentali. Dopo l’8 settembre 1943 fino alla fine della guerra gli ebrei furono dichiarati fuori legge nel proprio paese e soggetti ad essere arrestati senza motivo apparente.

Ma torniamo alla mia vita. Poiché papà non poteva lavorare e noi ragazze non potevamo più andare a scuola, i genitori decisero d’emigrare e di cercare una situazione altrove. Dopo molte peripezie e rifiuti di visto da parte di quasi tutti i paesi, siamo riusciti ad emigrare a Tangeri, in Marocco. Tangeri era allora internazionale, e l’Italia insieme a altri sei paesi faceva parte della sua amministrazione. Quindi, i cittadini italiani potevano entrare senza visto ed esercitare liberamente la loro professione.

Papà e mamma si resero per primi a Tangeri per vedere quali potessero essere le possibilità di lavoro. La nonna Gemma venne a Pescara, dove vivevamo allora, per occuparsi di noi durante l’assenza dei genitori. Ero traumatizzata da quello che ci era successo e dall’assenza di papà e mamma. Nonna Gemma fu una presenza calma e comprensiva che certamente rese la mia alienazione più sopportabile. I genitori decisero di aprire una clinica privata a Tangeri e mia madre, tornata in Italia, riuscì a vendere due appartamenti, a comprare tutta l’attrezzatura chirurgica e ad avere i permessi per l’esportazione di tutto il materiale. Questo in un momento in cui era difficilissimo per gli ebrei vendere proprietà ed esportare beni propri. Mia madre rimase sempre riconoscente ad amici, pezzi grossi fascisti conosciuti a Vasto, che l’aiutarono in quei momenti difficili e le procurarono tutti i documenti necessari.

Dopo aver installato la clinica a Tangeri, la mamma tornò a prenderci e lasciammo definitivamente l’Italia alla fine del settembre ‘40, quando l’Italia era già entrata in guerra.

La nonna Gemma avrebbe potuto raggiungerci a Tangeri oppure andare in Brasile dove risiedeva uno dei suoi figli, ma suo padre mori nel ’42 e non volle lasciare sola la sua vecchia mamma. Cosi rinunciò a lasciare l’Italia e andò ad abitare con la nonna Nina. Nell’Italia settentrionale, le cose andavano di male in peggio, e le nonne decisero di rifugiarsi con delle amiche, credo, a Recoaro. La nonna Nina non si trovò bene, forse faceva troppo freddo, forse la sistemazione trovata non era comoda, non so. Il fatto è che disse “che voleva morire nel suo letto”, ed insistette tanto che le due donne tornarono a Torino, nel loro appartamento di Corso Orbassano 14 (ora Corso Alcide De Gasperi).

Purtroppo la mia bisnonna non morì nel suo letto. L’Italia settentrionale era stata invasa dai tedeschi, e la caccia agli ebrei fu subito una delle loro priorità. Tra le vittime arrestate dai tedeschi, con la complicità della milizia fascista, c’erano le mie nonne, Nina Vitale di 89 anni e sua figlia, Gemma Servadio di 66 anni. Esse furono una prima volta arrestate nel dicembre del ‘43 e passarono 10 giorni nelle carceri di Torino. Purtroppo non ho dettagli di questo primo arresto; perché due vecchie signore furono incarcerate, perché furono sequestrate per 10 giorni in condizioni scomode e penose, perché furono rilasciate? Ritornarono al loro domicilio. Credettero forse che dato che erano già state arrestate e rilasciate non avevano null’altro da temere? Ma non fu cosi. Furono di nuovo arrestate a Torino il 23 maggio ‘44. Anche di questo arresto non abbiamo dettagli. Chi ci ha detto che la milizia cercava il figlio di Gemma, Lucio Servadio, partigiano, che ogni tanto andava a trovare sua mamma. E non trovando Lucio, si portarono via le due vecchiette. Altri hanno detto che è la portinaia che le ha denunciate; non conosceremo mai la verità. Il giorno dopo, furono inviate al campo di Fossoli, dove rimasero un mese. Da li furono deportate ad Auschwitz, in carri bestiame il 26 giugno. Arrivarono vive, malgrado l’età e i penosi disagi di quel lungo viaggio. Appena giunte furono avviate alle camere a gas, il 30 giugno 1944.

Durante il suo soggiorno a Fossoli, la nonna Gemma scrisse otto bigliettini (almeno ne abbiamo ricuperati otto) a una sua amica, a una vicina, al suo avvocato. Sono scritti semplici, dai quali trapela una grande preoccupazione per sua mamma (“Pensi alla mia mamma che sta male...”; “...da più di 15 giorni sono qui con la mamma di 89 anni...”), e anche un’angoscia, un senso d’abbandono, di finalità strazianti (“...non abbiamo nulla”; “Nessun aiuto da nessuna parte...”). Nomi di persone care sono velati per proteggere le persone menzionate da eventuali ritorsioni: “La Hell”, ossia sua cognata Maria Luisa Heller; “Il padre di Gianna”, ossia suo figlio Lucio, padre di Gianni; “la sig.ra Gianna”; “il signor Sandro”, ossia Sandra, la mamma di Gianni e moglie di suo figlio Lucio; “la mia antica affezionata domestica Lucia”, ossia sua figlia Lucia, ecc. Venni in possesso di questi scritti durante un viaggio in Italia. Mio zio Lucio, fratello di mia madre e figlio di Gemma Servadio, era riuscito a ricuperare queste otto lettere e me le diede. Le accettai con emozione e le riportai con me a New York. Con l’aiuto di mia mamma, le trascrissi in italiano e, dopo averle tradotte in inglese, le offrii al Museo dell’Olocausto di Washington, dove sapevo che sarebbero state preservate e messe alla disposizione di ricercatori e del pubblico interessato alla sorte degli ebrei italiani. Sono poi state pubblicate dal Centro Primo Levi di New York nel 2014, con il titolo I’m counting on you, on everyone....

Permettetemi di leggervi qualche brano, presi dalle ultime tre lettere: disperati appelli d’aiuto, che rivelano la sua angoscia e il loro stato fisico e morale. Gemma ha perso ormai ogni speranza!

 

Lettera 6 del 12 giugno 1944 a suo fratello Enrico Vitale, per il suo compleanno:

“Se questa mia potrà giungerti più o meno presto desidero tu sappia che oggi come sempre sin dalla nostra lontana fanciullezza il mio pensiero e il mio augurio sono con te e con Maria Luisa. A quando il tangibile ricordo?...

Sono giù di spirito e di fisico, la Mamma declina, e questo è il mio maggior dolore. Manchiamo di lettere e aiuti richiesti...”

 

Lettera 7 del 14 giugno alla sua amica Ada Saxer:

“.... Siamo infiacchite, fa caldo. Mi raccomando a te, a tutti, soprattutto per la Mamma. È il mio gran cruccio. Se fossi sola sarei più forte e libera...”

 

Lettera 8 del 23 giugno, l’ultima, scritta all’amica Ada Saxer tre giorni prima di essere deportate:

“Da che siamo qui - 4 settimane ieri sera -...non più una parola da nessuno, nulla degli aiuti richiesti e tanto necessari....Una parola è un gran conforto... Mi sembra impossibile che la Masi e te et l’Avv. non abbiate fatto nulla per noi... Una parola, una notizia vostra fa tanto bene. Ma scrivete - Grazie abbracci”

 

Non so se potete immaginare cosa sono dovuti essere i loro ultimi giorni, e quelli di milioni di altre vittime. La sofferenza morale e fisica per due vecchie signore di dover passare una notte in prigione, essere inviate in campo d’internamento, dove mancavano loro gli oggetti essenziali per la loro vita quotidiana, indumenti, medicine, sapone, dentifricio. E da lì, essere trasportate in vagoni bestiame, dove non c’era posto per distendersi, senza cibo, poca aria e nessuna comunicazione con l’esterno, senza sapere cosa sarebbe stata la loro meta e la loro sorte. All’arrivo, le persone anziane o troppo giovani o troppo deboli per lavorare sono separate dai loro cari e inviati alla morte. Ma prima di questo, devono spogliarsi, lasciare tutti i loro averi e camminare nude davanti alla soldatesca tedesca, agli altri internati, al freddo, sotto la pioggia o la neve, nudi fino alle camere a gas, che avevano fatto loro credere essere delle docce. E la morte nelle “docce” a volte prendeva quasi 10 minuti. Immaginatevi cosa doveva essere la loro sofferenza durante quei dieci minuti! Prima ancora di perdere la vita, i loro aguzzini le avevano derubate della loro personalità , della loro dignità, della loro umanità. Spesso penso all’umiliazione, alla degradazione inflitte a queste due donne, che mai avevano fatto male a nessuno.

Avevo 13 anni quando vidi le mie nonne per l’ultima volta. Quando alla fine della guerra la notizia della loro orribile morte ci raggiunse, fu quello il più profondo trauma della mia vita. Non c’è giorno che non pensi a loro, alla loro tragica morte. Sono passati 76 anni, ma la loro fine ancora mi tormenta. Soffro ancora per loro, porto ancora il lutto per le mie nonne.

 

Mirella Shapiro Bedarida

 

Intervento pronunciato il 27 gennaio 2020 all'Archivio Storico della Città di Torino per l'inaugurazione della mostra "Torino - Fossoli - Auschwitz. Donne e luoghi della memoria"

 

 

Museo di Salonicco

 

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