Libri

 

 

Rassegna

 

 

Elie Buzyn - Avevo 15 anni - Ed. Frassinelli - 2020 (pp. 155, € 17) - L’autore, deportato ad Auschwitz e mandato poi alla marcia della morte fino a Buchenwald, è riuscito, dopo il viaggio di ritorno, a ricostruirsi una vita, si è laureato in medicina dedicandosi soprattutto a persone perseguitate dai nazisti. Finalmente, ha trovato il coraggio di scrivere in questo libro la propria la testimonianza insieme ad altre persone a lui vicine (e)

 

Sholem Asch - Il Dio della Vendetta - Ed. Free Ebrei - 1919 (pp. 95) - L’autore fu uno dei principali scrittori di lingua yiddish, specie di romanzi e di drammi. Questa commedia, un’opera giovanile uscita del 1907, ebbe grande successo di pubblico presto tradotta in tutta Europa e anche in America. Però fu subissata da critiche, da censure e addirittura da azioni legali per oscenità in quanto riguarda anche scene di prostituzione e di omosessualità (e)

 

Yoram Hazony - Le virtù del nazionalismo - Ed. Guerini e associati - 2019 (pp. 328, € 21,50) - La teoria politica dell’autore è controcorrente abbracciando il nazionalismo “che considera il mondo come governato al meglio quando le nazioni sono in grado di pianificare autonomamente il proprio sviluppo; di coltivare senza interferenza alcuna le proprie tradizioni; come pure di liberamente perseguire i propri interessi. Tutto ciò si oppone all’imperialismo, mirante a portate la pace e il benessere al mondo, unendo il più possibile l’intero genere umano sotto un singolo regime politico”. Un esempio di imperialismo fu la Pax romana, e poi, la Pax Americana, e la globalizzazione della Unione Europea. È vero che il nazionalismo portò anche ad errori come il nazismo di Hitler e il comunismo di Stalin. Ciò potrebbe far nascere sospetti ma i vantaggi delle tradizioni nazionali e la fedeltà alla nazione delle teorie politiche liberali rimangono fondamentali. Dalla prospettiva personale, l’autore ha pensato che “essere nazionalista sia una virtù … perché l’ordinamento in Stati nazionali risulta essere il miglior ordinamento politico… degno di ammirazione per avvicinare progressivamente questo vetusto mondo a un ordine siffatto” (e)

 

Delphine Horvilleur - Riflessioni sulla questione antisemita - Ed. Einaudi - 2020 (pp. 99, € 14) - “ …l’ebreo è sovente odiato non per ciò che NON HA ma per ciò che HA. Non lo si accusa di avere meno, bensì di possedere ciò che spetta a noi altri e che è stato senz’altro usurpato. Gli si addebita il fatto di avere e accaparrarsi potere, denaro, privilegi o onori a noi altri negati. Dunque lo si immagina detentore di un “surplus” di cui priva noi… L’ebreo “eccede” letteralmente, a priori: in lui c’è qualcosa di troppo, qualcosa di più del necessario, o di “ di quel che ho io” . L’autrice precisa che l’antisemitismo è “un conflitto di famiglia, di un conflitto di civiltà, di una guerra fra i sessi, una battaglia elettorale, l’ecceSion ebraica”, seguendo il percorso dei capitoli nei quali fa sfoggio di grande ironia e leggerezza ma grandissima cultura destreggiandosi tra Midrash, Talmud, i libri della Bibbia, la tradizione rabbinica, leggende ebraiche dotte, citazioni d’autore e di aneddoti. Una lettura da non perdere (e)

 

Giulio Busi - Città di luce. La mistica ebraica dei palazzi celesti. - Ed. Giulio Einaudi, 2019 (pp. 235, € 75) - Direttore dell’Istituto di Giudaistica della Freie Universitat di Berlino, Giulio Busi ha già curato numerose opere sulla mistica ebraica in studi su Simboli, Quabbalah e Zohar. Ora con Einaudi cura la prima edizione italiana delle Hekalot: “palazzi a perpendicolo su dirupi di luce… meta proibitiva, quasi irraggiungibile”. L’ampia introduzione consente di orientarsi in ambito storico e geografico ma anche di avvicinarsi timidamente ai contenuti. Obiettivo del viaggio ultramondano indicato dai mistici è “l’andare e il tornare da vivi… chi riesca a dislocarsi durante l’esistenza terrena è premiato con la sapienza e con poteri che potrà impiegare in modo socialmente rilevante”. Prendendo le mosse dal profeta Ezechiele, le cui visioni avranno profonda influenza sul pensiero teologico e cosmologico, come pure da altre figure e testi della tradizione biblica, i mistici sono arrivati alla definizione delle architetture celesti: i palazzi sono sette e il settimo è “meta agognata… lì c’è il trono della gloria, lì si concentra il segreto della divinità”. Gli Hekalot presentati provengono in gran parte dalla diaspora askenazita renana e anche dalla genizà del Cairo. In tempi recenti è stato possibile aprire una nuova stagione di indagine grazie ad una edizione sinottica per cui il percorso mistico di conoscenza verso la Città di luce, veicolato dalla Parola, si presenta “in una prosa opulenta e intimorente… non più impenetrabile però in silenzio… perché la discesa pericolosa va percorsa con cautela”. (s)

 

Joe Kraus - The Kosher Capones. A History of Chicago’s Jewish Gangsters - Ed. Cornell University, 2019 (pp. 225, € 39 Negli Stati Uniti d’America solo nel 1970 la Legge di Controllo della Criminalità Organizzata pose fine al gangsterismo, inchiodando all’illegalità il far parte di organizzazioni chiaramente finalizzate al crimine; è tuttavia risaputo che tali attività sono a tutt’oggi pienamente operanti in tutti i gangli vitali delle società ricche ed avanzate. Il libro procede con anticipazioni e percorsi a ritroso nel tempo per chiarire le azioni dei due gruppi dominanti (ebrei e italiani), i momenti di contatto /confronto ed anche le fasi processuali contro singoli da cui sono emerse notizie di primaria importanza. Per ottenere chiarezza e completezza sul gangsterismo ebraico a Chicago, Joe Kraus ha studiato per oltre un trentennio, raccogliendo dati processuali ma anche potendosi ancora avvalere della storia orale cioè delle testimonianze dirette di persone attive in quegli anni. Ma in che cosa consiste la kasherut del titolo? Nell’intervista rilasciata da Philip Roth a Elena Mortara possiamo trovare la distinzione peculiare tra ebraismo, inteso come dottrina e credo religioso, ed ebraicità, cioè tradizione ed esperienza di vita: i gangster ebrei avevano ben poco da spartire con l’ebraismo, pur essendo imbevuti di ebraicità assorbita nei quartieri/shtetlach delle periferie americane. Ma in che cosa si differenziava il modus operandi delle bande ebraiche da quello delle bande di italiani? La questione viene risolta con una simpatica ed illuminante metafora: “come la storia di Al Capone può essere raffigurata come una pagnotta di pane italiano, un filoncino (unico) lungo e segmentato, così quella del gangsterismo ebraico si rappresenta con una hallà costituita da diversi filoni intrecciati a creare un morbido insieme. (s)

 

Alberto Caviglia - Olocaustico - Ed. Giuntina, 2019 (pp. 303, € 18) - Strutturato in due parti apparentemente diverse ma consequenziali, il romanzo (distopico, dissacrante e simpaticamente provocatorio) si svolge in Israele ma in stretto contatto con Roma e l’Europa e si snoda attorno al rischio di un totale decostruzionismo della Shoah, mettendone in dubbio prassi e conseguenze, negandone l’esistenza e destituendola di ogni fondamento storico. Memorie, ricordi, alzheimer, negazionismo, revisionismo, post-verità, fake news (familiarmente dette bufale) volteggiano in un balletto ad alto rischio per l’improvvido protagonista: aspirante regista dalla vita disordinata, avido di esperienze, aperto a tutto, superficiale ma sensibile, immaturo ma desideroso di normalità come molti giovani d’oggi. In effetti quello che David e la sua troupe raccogliticcia filmeranno non saranno solo interviste ma un vero road movie (con sovrabbondanza di effetti speciali)… in un certo senso riparatore… andando a scatenare un cortocircuito sulla necessità che l’uomo ha di credere in qualcosa sempre e comunque… (s)

 

Umberto Fortis - Letteratura giudeo-italiana. Materiali per una “storia” (sec. XIII - XVI) - Ed. Salomone Belforte & C, 2019 (pp. 219, € 20) - A partire dalla traduzione in “giudeo-italiano” di alcuni passi della Commedia di Dante, la valenza di tale linguaggio risiede nella funzione divulgativa e comunicativa tra i piccoli ma acculturati nuclei delle comunità ebraiche e il mondo circostante. La “letteratura giudeo-italiana” vede la compresenza del volgare e dell’italiano oltre ai dialetti locali, viene definita “prodotto del dialetto peculiare degli ebrei” e comprende testi medievali (medicina, scienza, filosofia) e rinascimentali, poesia e teatro, oltre alla volgarizzazione di testi biblici, glossari e preghiere per coloro che avevano perduta la dimestichezza con l’ebraico. I testi riprodotti nel volume vengono analizzati in base a criteri linguistico/lessicali, stilistici ed estetici e, almeno fino al Quattrocento, sono pervenuti in caratteri ebraici, poi traslitterati in caratteri latini. Si va dall’Elegia del 9 di Av alle Storie di Ester e alla “letteratura al femminile” il cui prodotto più significativo sono i Sifrè Mitzwoth Nashim (precetti delle donne) di Casale Monferrato risalenti al Cinquecento ed esistenti già in ambito mitteleuropeo e nord-italiano in yiddish. Obiettivo del presente studio è dunque quello di “qualificare un capitolo… poco considerato dell’attività letteraria degli ebrei delle varie regioni… per una futura nuova storia della produzione letteraria degli ebrei in Italia”. (s)

 

Franca Feliziani Kannheiser - Sigmund Shlomo Freud. Le radici ebraiche della psicanalisi - Ed. Salomone Belforte & C, 2019 (pp. 178, € 20) - La psicanalisi può definirsi scienza ebraica? Il contributo offerto da questo studio è quello di “riconoscere nel medium linguistico (ebraico, tedesco, yiddish) il vettore che connette ebraismo e psicanalisi”. È scienza ebraica in quanto il suo fondatore ed i seguaci furono quasi tutti ebrei ma gli esiti si estendono a tutti gli esseri umani in modo universale. Il saper vedere la realtà per costruirla creativamente ( derivato dai classici greci) unito alla passione per la narrazione e l’ascolto (propria della tradizione ebraica) costituisce, secondo la studiosa, la base del metodo “in cui capacità di osservazione e capacità di ascolto costituiscono le condizioni indispensabili”. Ecco dunque il legame con l’ebraismo quale traspare dall’ambiente famigliare e nel rapporto con il padre; ecco la consapevolezza di Freud di essere un ebreo senza Dio; ecco l’analisi della figura di Mosè che, a suo giudizio, esprime una caratteristica dell’identità ebraica: “etica razionale che disciplina le passioni e le pone al servizio di obiettivi più alti”. Fondamentali in questo studio i contributi di Silvia Vegetti Finzi e David Meghnagi specie per le tematiche emerse ne l’Interpretazione dei sogni in merito ad eredità biologica, alla ripulsa di qualsiasi credo religioso, ai rapporti con il padre (Padre/Dio) e l’antisemitismo. (s)

 

Rav Giuseppe Laras - Pensieri per le sere di Chanukkà. Con le Halachòth per la festa di Chanukkà di Rav David Elia Sciunnach - Ed. Salomone Belforte & C, 2019 (pp. 149, € 20) -

Integrati dalle halachot (precetti, norme giuridiche e tradizionali) i Pensieri richiamano i modelli religiosi e culturali dell’ebraismo, mirati alla riconferma della propria identità e volti alla speranza per il futuro. Strutturati sulle otto sere dell’accensione, i temi vanno dalla simbolica vittoria di un solo piccolo lume (1° sera) sulla tenebra più fitta, alla necessità di resistere alla cancellazione dell’identità (2° sera), all’azione essenziale del singolo individuo nell’opporsi alla sopraffazione (3° e 5° sera), all’olio del miracolo (che per natura non si mescola ad altre sostanze) quale simbolo del popolo ebraico. Nella sesta sera si riflette sulle “difficili scelte ebraiche controcorrente” maturate sia al tempo dei Maccabei che in epoca moderna in seno alle varie correnti (ortodossia, sionismo, laicismo). Nell’ottava si riafferma la saldezza della fede e nella settima troviamo un insolito paragone tra Chanukkà e Purim. Sostanzialmente Rav Laras vuole richiamare al valore religioso della ricorrenza evitando ciò che egli definisce “eccesso: insane caratteristiche comunicative della nostra realtà contemporanea, a cavallo tra integrazione, omologazione e in definitiva ovattata assimilazione”. (s)

 

Michelangelo Fabbrini - Da allora siamo qui. Arieh Sharon e il Piano Nazionale d’Israele 1948 - 1953 - Ed. Clichy, 2019 (pp. 149, € 15) - Avvalendosi della metodica crociana mediante la “serena narrazione dei fatti” l’autore racconta la nascita della struttura territoriale ed urbanistica in uno Stato ancora quasi inesistente. Capo del Dipartimento di Urbanistica e dell’Abitazione, Arieh Sharon presenta il suo Piano, applicato alla tabula rasa che era allora il paese, dove poteva applicare le esperienze internazionali più avanzate, avendo elaborato anche il Jordan Valley Unified Plan per il governo delle acque. Un progetto completo che darà fisionomia a villaggi (kibbutzim e moshavim strutturati sui criteri della collettivizzazione) e città le cui linee guida riprendevano apertamente quella della Bauhaus tedesca. A Berlino appunto Sharon aveva studiato e partecipato alla pianificazione di nuove città quali Birobidzhan, capitale staliniana della regione siberiana autonoma "offerta” agli ebrei. La creazione di insediamenti e lo spostamento di persone, non potendo ovviamente prescindere dai fattori demografici, doveva anche prevedere tutta una serie di infrastrutture quali strade, ponti, energia e fonti di sussistenza. Governo ed agenzie sussidiarie quali il Keren Hayesod e il Keren Kayemeth giocarono un ruolo fondamentale nel dare il al paese il volto quale oggi conosciamo. Con il passare degli anni Arieh Sharon (pioniere di sinistra) si confronterà con il suo quasi omonimo Ariel Sharon (militare e politico di destra) specie sull’assetto da dare a Cisgiordania e Gaza. (s)

 

Frida Misul - Canzoni tristi. Il diario inedito del Lager ( 3 aprile 1944 -24 luglio 1945) - Ed. Salomone Belforte &C , 2019 (pp. 224, € 20) - Dopo la prima edizione del 1946 la casa editrice ripubblica il diario (completo di canzoni ed appunti) che nel frattempo l’autrice aveva rielaborato ed entrambi i testi sono oggi considerati tra le più importanti testimonianze femminili sulla Shoah. L’“italiano popolare” in cui si esprime Frida costituisce un valore storico da conservare e studiare e ne attesta la genuinità. Arrestata su denuncia della sua insegnante di musica, la giovane e talentuosa cantante livornese andrà incontro a tutte le tappe di quel tragico destino, avendo tuttavia la capacità di resistere e la determinazione a raccontare. Elemento qualificante sono dunque i testi delle più popolari canzoni italiane del tempo, modificate da Frida in parodia/invettiva, giustamente definite “canzoni tristi”. Pensate in prigionia, non scritte né cantate apertamente nel lager, rientrano a pieno titolo nell’archivio dell’Istituto di Letteratura Musicale Concentrazionaria di Francesco Lotoro. I temi trattati sono dunque quelli della prigionia: violenza, sopraffazione, sofferenza materiale e morale, fame, legami famigliari spezzati… ma la musica è quella delle canzoni orecchiabili e conosciute da tutti. (s)

 

Corrado Terranova e Mariacristina Colli (a cura di) - Oltre i cancelli. La comunità ebraica e il ghetto di Chieri dal ‘400 al ‘900: storia, arte e protagonisti - Ed. Gaidano e Matta, 2019 (pp. 409, € 28) Numerosi e accreditati esperti hanno posto mano a questo volume collettaneo che contribuisce concretamente alla identificazione del ghetto di Chieri quale importante snodo culturale ed economico tra le piccole comunità del Piemonte, nelle relazioni interregionali ma anche tra gli Stati sovrani in cui quel territorio storicamente si configurava. La materia, già trattata da eminenti studiosi, trova ora approfondimento ed integrazione con testimonianze inedite e tratta dello sviluppo della presenza ebraica, delle principali attività di stampatori e argentieri (poi industriali del tessile), illustra vita e opere di coloro che si distinsero “per agiatezza e prestigio sociale”. In questi anni il patrimonio artistico è oggetto di un progetto concreto a cura dell’associazione Artefacta Beni Culturali e mira alla valorizzazione delle testimonianze ebraiche in Chieri e nelle altre comunità piemontesi, per la maggior parte estinte e quindi oggetto di particolare studio e recupero specialistico. (s)

 

Augusto Sartorelli - Testimoni della nostra iniquità. La Chiesa e gli ebrei - Ed. Clinamen, 2019 (pp. 494, € 42,90) Collaborando con il CDEC (Centro di documentazione ebraica contemporanea) Augusto Sartorelli ha pubblicato vari saggi sul rapporto tra cristiani ed ebrei, approfondendo il tema del pregiudizio di matrice religiosa, sfociato nel tempo in antisemitismo razziale. Tesi dello studioso è dunque che l’analisi delle cause della Shoah non può né deve rimanere confinata al Novecento, ma debba invece risalire i due precedenti millenni di “degradazione e persecuzione del popolo ebraico”. I corposi capitoli in cui si articola il saggio partono dunque dal I secolo percorrendo cronologicamente l’antigiudaismo dei Padri della Chiesa, le Crociate, l’Inquisizione, Riforma e Controriforma per giungere al XX secolo con i suoi orrori, al silenzio dopo Auschwitz fino all’attuale risveglio del virus antisemita. (s)

 

Sara Berger e Marcello Pezzetti - a cura di - Solo il dovere oltre il dovere. La diplomazia italiana di fronte alla persecuzione degli ebrei. 1938 - 1943 Ed. Gangemi, 2019 (pp. 239, € 28) - Catalogo della mostra allestita con la collaborazione del Ministero degli Affari esteri e della Cooperazione economica nei cui archivi giaceva gran parte del materiale inedito, ora reso di pubblico dominio. Se ne ricava un quadro d’insieme ma anche la conoscenza di singoli comportamenti virtuosi nel rifiutare la consegna degli ebrei alle forze locali in ottemperanza alla normativa introdotta. Le varie condotte emergenti (rispecchianti sostanzialmente il resto della popolazione) svelano di volta in volta un aperto antisemitismo, un atteggiamento grigio in quanto debolmente neutrale, come pure coraggiosi interventi umanitari. Con l’opportuna documentazione la mostra illustra l’espulsione di individui “di razza ebraica “ dal ministero, l’attività diplomatica volta a dar corso all’espulsione degli ebrei stranieri in Italia e il lavoro di ambasciate, legazioni e consolati nello stilare “rapporti sulle diverse reazioni dell’opinione pubblica alla legislazione antiebraica”. (s)

 

Otto B. Kraus - Il maestro di Auschwitz - Ed. Newton Compton, 2020 (pp. 285, € 9,90) Sebbene strutturato in forma di romanzo, gli eventi descritti sono la vera storia dell’autore stesso che, in uno slancio di umanità, insieme ad altri riafferma la volontà di vivere, di sperare guardando al futuro insieme ai bambini del famigerato Blocco 31. Con supporti didattici di fortuna, frutto di grande ingegnosità, si insegnano materie quali scrittura e lettura, aritmetica, geometria, storia, geografia, disegno, pittura, musica, recitazione, teatro e sport… con l’ausilio della “biblioteca ambulante” presente solo nella mente e nei ricordi dei narratori di storie. Tutto questo compiendo scientemente un atto sovversivo di sfida al regolamento, un atto che contribuisce ad alimentare la fiammella della speranza tanto nei bambini quanto negli adulti. (s)

 

Eddy de Wind - Ultima fermata Auschwitz. Come sono sopravvissuto all’orrore. 1943 -1945 Ed. Rizzoli, 2020 (pp. 252, € 18) Nello svolgimento della professione di psicanalista, anche rinomato, de Wind si interessò in particolare ai disturbi post-traumatici e fu il primo a descrivere la sindrome del sopravvissuto di cui fu lui stesso vittima. Prima a Westerbrock e poi ad Auschwitz con la giovane moglie sono testimoni e vittime di sopraffazioni ed orrori, avendo tuttavia un ruolo privilegiato rispettivamente di medico e di infermiera. Nella postfazione a cura della famiglia si apprendono dettagli sulla sua vita e sulla genesi del manoscritto “redatto quando la guerra era ancora in corso e all’interno del campo stesso. Il testo non è stato adattato o influenzato da ricordi modificati o da conoscenze acquisite… dopo la liberazione”. Completa il volume un saggio del clinico de Wind dal titolo “Faccia a faccia con la morte”. (s)

 

Deborah Lipstadt - Antisemitismo. Una storia di oggi - Ed. Luiss Press, 2020 (pp. 257, € 20) Dopo La verità negata (trascrizione del celebre processo sostenuto contro il negazionista David Irving) ora la famosa storica si misura con l’attualità più viva e scottante ricorrendo ad un espediente letterario: la corrispondenza tra Lipstadt e due personaggi fittizi “sintesi di tante persone che si sono rivolte a me negli ultimi anni per esprimere la loro confusione… e la loro angoscia.” In tal modo si possono formulare domande cercando di dare risposte alla sconcertante attualità che stiamo vivendo, lasciando intravedere qualche remota possibilità di soluzione. La conoscenza dell’avversario, come pure il rispetto reciproco, sembrano dare qualche speranza, avendo respinto qualsiasi vittimizzazione e pervicacemente celebrando il bene malgrado il male. La illuminante postfazione di Anna Foa evidenzia gli aspetti salienti dell’analisi di Lipstadt, specie quelli relativi alle diverse sfumature connotative dell’antisemitismo contemporaneo, a seconda del contesto politico culturale in cui prospera, e quando sottolinea l’efficacia dell’offerta di strumenti culturali per conoscerlo ma anche per combatterlo. (s)

 

Natasha Solomons -Casa Tyneford - Ed. Neri Pozza, 2020 (pp. 409, € 18) Una famiglia ebraica borghese a Vienna nel 1938 è travolta dai drammatici eventi che separano i componenti nella fuga per la salvezza e la figlia diciannovenne andrà a servizio in Inghilterra a seguito dell’annuncio fatto pubblicare sul Times nella rubrica “Annunci dei profughi”. Già cimentatasi nella saga dei Goldbaum, l’autrice ricostruisce ora lo scorrere della vita regolata dal rigido cerimoniale delle famiglie nobiliari o gentilizie inglesi nei loro manieri, accuditi da uno stuolo di servitori. Ma tradizione, galateo, usanze e classi sociali vengono brutalmente sconvolti dagli eventi bellici. La protagonista (apertamente ispirata ad una prozia dell’autrice) vive la situazione comune a molte giovani ebree, educate ed istruite dalla famiglia culturalmente avanzata, che negli anni Trenta ottennero un visto per l’espatrio per ricoprire ruoli di fiducia e responsabilità presso le famiglie inglesi: furono bambinaie e cameriere, a contatto con i padroni. Il disagio e lo spaesamento patiti vengono analizzati con finezza e l’apertura della giovane profuga alle esperienze del lavoro ma anche il rapporto con coetanei ed infine lo sbocciare dell’amore fanno di questa storia un romanzo esemplare nel solco inaugurato da Kazuo Ishiguro con il suo Quel che resta del giorno. (s)

 

Anna Bikont - Il crimine e il silenzio - Ed. Einaudi 2019 , pp 518 38 - I fatti che portarono al massacro di ebrei avvenuto nel luglio 1941 nella cittadina di Jedwabne, nel nord della Polonia, vengono narrati in questo libro con una prosa che, da subito, colpisce il lettore per la sua lentezza. La scelta dell'uso di una prosa “lenta” sembra dovuta alla volontà di portare il lettore, con gradualità, verso fatti di una drammaticità e di una violenza molto particolari . Per procedere in questa direzione si usa la forma narrativa del diario partendo da un quadro storico/geografico/antropologico che inquadra la Polonia negli anni '30 e ‘40 del secolo scorso. Le comunità ebraiche vivevano senza apparenti discriminazioni anche se la vita sociale e culturale di polacchi cattolici ed ebrei procedeva su binari separati. Lentamente l'ossessione dell'eterna cospirazione degli ebrei contro lo stato polacco prende il via, a partire dagli anni '30, quando l'antisemitismo divenne evidente. Sull'onda di questa situazione si arrivò al massacro, da parte di una folla di cattolici (non militarizzati né politicizzati) e all'uccisione di quaranta uomini ebrei con asce, bastoni e coltelli. I rimanenti (uomini, donne, bambini e neonati) furono ammassati in un fienile che fu dato alle fiamme e le loro case furono saccheggiate. A fine guerra sul luogo del massacro venne deposta una lapide che attribuiva il crimine ai tedeschi. L'autrice ha ricostruito nei dettagli questo crimine svelando e indicando apertamente nomi, luoghi e fatti per evitare, da parte dei discendenti degli assassini, il tentativo di nascondere ciò che avvenne deviando la colpa sui nazisti o, persino, sulle stesse vittime. Emerge, in tal modo, un crimine doppiamente efferato ed una riflessione sulla memoria collettiva che talvolta nascoste o rifiuta di ammettere una verità scomoda ed aberrante. Questo testo è una lettura indispensabile per portare una ulteriore testimonianza sia sull'Olocausto che sulla negazione dello stesso. (f)

 

Matthias Kunzel - Il Jihad e l'odio contro gli ebrei - Ed.Salomone Belforte & c. Livorno - 22 - Il libro fa parte di una collana che nasce con lo scopo di offrire ai lettori una migliore comprensione del triste fenomeno dell'antisemitismo e antisionismo con uno sguardo rivolto alla sopravvivenza stessa delle democrazie occidentali.
“Il Jihad e l'odio contro gli ebrei” si basa sul lavoro svolto da studiosi antropologi e storici che analizzano l'interazione tra il monda arabo/islamico con gli Stati Unini e l'Europa.
L'analisi di Kuntzel parte dalla considerazione che l'antisemitismo radicale sia stato il fulcro dell'ideologia nazista e prosegue con la considerazione che, un'interpretazione estremista e fondamentalista del Corano (soprattutto in anni più recenti) porta a poter affermare che gli islamici radicali vedono negli ebrei i loro nemici più diretti.
In questo libro si sviluppa la convinzione che l'attentato alle Torri gemelle dell'11 settembre sia stato l'apice di una distorta visione, da parte di Al Qaeda, la quale aveva maturato la convinzione che negli USA , e NY City in particolare, si fossero sviluppati centri di interesse e di potere strettamente collegati al mondo ebraico.
A volte lo stato ebraico venne addirittura considerato direttamente responsabile dell'11 settembre al punto che la stazione televisiva di Hezbollah “Al manar”diffuse la notizia che ben 4.000 ebrei non erano andati a lavorare al Word Trade Center perché informati (tramite il Mossad) dell'attentato.
Poiché gli islamici più intransigenti non nascondono il loro vero obiettivo, il principale rimprovero mosso, ad esempio, da Osama bin Laden contro gli americani (nella sua “Lettera al popolo americano”) è di parlare ed agire come cittadini succubi ed indifferenti ad una cospirazione economica ebraica. L'attentato alle Torri gemelle fu, in sostanza, un segnale che annunciava il risveglio dell'antisemitismo in una nuova forma globalizzata. L'obiettivo principale di Al Qaeda è quello di agire per poter far crollare l'ideale di democrazia che è alla base dei sistemi liberali attraverso quella che viene definita.” l'intifada globale”.
Personalmente ritengo che il testo proponga una chiave di lettura (storica) quantomeno singolare e molto soggetiva, che può non essere condivisa né recepita come obiettiva. (f)

 

Liliana Treves Alcalay - La luce dell'ambra - Ed. Giuntina 2019 - 18 - Micol, discendente da antica famiglia sefardita, raggiunge i nonni ad Istanbul per completare la tesi di laurea sul marranesimo e criptogiudaismo con l'aiuto del nonno che è stato docente di storia medioevale.
Dovendo completare la sua ricerca, la ragazza approfondisce la storia dell'ebraismo iberico nel XVI secolo. Al romanzo storico si aggiunge e si interseca una storia d'amore che prende spunto dal ritratto di una misteriosa fanciulla (con indosso un gioiello di ambra) che giace, quasi dimenticato, nella casa dei nonni di Micol.
Il ritratto riporta la studentessa al periodo trattato nella tesi. In Spagna, nel periodo dell'inquisizione e dell'autodafé per gli ebrei vi erano solo due strade per sopravvivere: la conversione al cattolicesimo o la fuga verso il confinante Portogallo o verso altri paesi più sicuri.
Alcuni ebrei però non si arresero e, di nascosto, pur mostrandosi in società ferventi cattolici, tra le mura domestiche portarono avanti, la religione dei padri sfidando processi, torture e anche la morte.
Micol, attraverso l'approfondimento richiesto dall'elaborazione della sua tesi, riporta in vita un mondo poco conosciuto se non addirittura dimenticato. (f)

 

Giulio Meotti - L'Europa senza ebrei L'antisemitismo e il tradimento dell'Occidente - LiNDAU edizioni - pp. Pp. 180 - 16 - Giulio Meotti enuera ed analizza i frequenti episodi di violenza contro gli ebrei che si sono succeduti, di recente, in Francia, Germania, Svezia, Belgio. Meotti sostiene che la cultura cristiana in sinergia con quella ebraica abbiano concorso a regalare l'Umanesimo all'Europa e, più in generale, all'Umanità tutta. Ma, sostiene Meotti, nella mente contorta dei nemici islamici, uccidere gli ebrei, distruggere le sinagoghe, in Europa o in America sono strumenti per colpire lo Stato di Israele che esercita vessazioni nei confronti degli islamici; come esempio il giornalista cita la marcia contro l'islamofobia svoltasi a Parigi nel 2019, dove si è urlato “Allahu Akbar”e attivisti islamici hanno fatto indossare stelle gialle alle bambine musulmane. Da chi hanno imparato, si chiede Meotti, questi atteggiamenti di intolleranza? La risposta che viene data è: dalla sinistra militante che si è resa responsabile di questa escalation. Ottant'anni dopo il tragico 1941, anno in cui Hitler aveva dichiarato che la sua missione principale era quella di rendere la Germania e tutta l'Europa “Judenrein” (senza ebrei), questo rischio, in Europa, si avvicinerebbe nuovamente. Nel primo e nell'ultimo capitolo del libro Meotti immagina l'Europa nel 2050, anno in cui gli ebrei avranno lasciato l'Europa diventata un continente pericoloso per loro e per i loro simboli; si saranno, quindi, o assimilati o avranno trovato rifugio in Israele o in alcune località americane ritenute più sicure (Florida e California).
Mi permetto una riflessione personale affermando in primis che il libro di Meotti ingigantisce e drammatizza un problema esistente ma che a mio parere non è così drammatico da portare, in futuro, gli ebrei a dover trovare un altro luogo in cui vivere; in secondo luogo credo che le tesi esposte possano avere la conseguenza di aggiungere ulteriore intolleranza a quella esistente. Verrebbe inoltre spontaneo porsi la domanda, poiché nel libro si sostiene che vengano presi di mira (in America ma anche in Africa) anche i cristiani, che fine si prevede che possano fare questi ultimi poiché l'autore non se ne occupa minimamente!
Aggiungo inoltre che addossare la responsabilità della situazione agli ambienti della sinistra sia quanto meno generico e un po' qualunquista (o indotto dalla non conoscenza degli ambienti stessi per non averli mai frequentati). Per quanto risulta dalla mia personale esperienza, ho maturato la convinzione ed ho constatato che la sinistra parlamentare italiana (progressista e riformista) abbia lavorato per creare un clima di condivisione di valori comuni tra le religioni e (lo posso dire a ragion veduta) non abbia mai espresso stereotipi che possano aver portato al clima di intolleranza, vero o presunto, che Meotti ha descritto. Non mi stupisce però che queste conclusioni siano arrivate da un giornalista che è giunto a definire Primo Levi un antisionista. (f)

 

A cura di Enrico Bosco (e)
Silvana Momigliano Mustari (s)
Fiorella Fausone (f)

 

             

 

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