MARZO 2021 ANNO XLVI - 227 ADAR 5781

 

 

Israele

 

 

 

Netanyahu e i guardiani della Torà


David Calef

 

In base ai sondaggi di metà febbraio, alle elezioni del 23 marzo le probabilità di successo di una coalizione guidata da Benyamin Netanyahu sono legate a tre fattori: 1) la capacità del Likud di accrescere i propri voti, plausibilmente a scapito di Tikva Hadashà (Nuova Speranza), il nuovo partito di Gideon Sa’ar; 2) una decisione dell’ultim’ora di Naftali Bennet e del suo partito Yamina di sostenere il Likud; e 3) la tenuta e la distribuzione del voto degli ultraortodossi.

Vorrei soffermarmi su questi ultimi, visto che la maggior parte delle analisi dà scarso spazio alle loro intenzioni di voto e alle loro motivazioni.

Come è noto, il voto dei charedim israeliani si divide tra due partiti: Shas e Yahadut HaTora (YH) ovvero il Giudaismo della Torà. I sondaggi più recenti attribuiscono rispettivamente 8 e 7 seggi alle due formazioni.

Per alcuni aspetti i due partiti si somigliano molto. Entrambi mandano alla Knesset solo candidati maschi, difendono strenuamente il diritto delle comunità charedì di mantenere scuole dove gli allievi studiano quasi esclusivamente testi religiosi ed entrambi hanno dichiarato il proprio sostegno a Netanyahu con il quale, del resto, governano già oggi.

Il sostegno dei due partiti a Netanyahu ratifica anche una sostanziale uniformità di vedute per quanto riguarda il conflitto con i palestinesi. Da qualche anno Shas e YH appoggiano le politiche di espansione e consolidamento degli insediamenti in Cisgiordania. Non è stato sempre così. Negli anni ’50 e ’60 del Novecento, soprattutto all’interno degli ambienti intellettuali degli ebrei mizrahi prevalevano atteggiamenti che oggi sarebbero considerati molto liberal. In seguito, finché è rimasto sotto l’influenza del rabbino Ovadia Yosef (che ha fondato il partito nel 1984), Shas ha mantenuto una posizione aperta riguardo ai negoziati con i palestinesi, tant’è che nel 1993, al governo con Yitzhak Rabin, il partito non si oppose agli Accordi di Oslo. La posizione di Ovadia derivava da una considerazione halakhica, ovvero il primato del principio del Pikuach nefesh (sacralità della vita; cf. Talmud B. Yoma84b) sul primato della sacralità della Terra d’Israele. La posizione della leadership rabbinica ashkenazita (più quella della corrente lituana di quella hassidica) si basava sul principio che “gli ebrei non devono ribellarsi contro le Nazioni” (cf. Terzo Giuramento Babylonian Talmud, Ketubot 111).

Progressivamente, a partire dalla fine degli anni ’90, la situazione è cambiata. Shas ha abbandonato la posizione di neutralità sul sionismo (tra l’altro sempre più incongrua con il nazionalismo sciovinista e anti-palestinese dei suoi elettori ortodossi) diventando membro della World Zionist Organization. YH mantiene almeno formalmente le sue riserve sul progetto sionista ma in pratica accetta qualunque politica purché il governo approvi le richieste di finanziamento in materia di sussidi per yeshivot e scuole religiose. Risultato: da qualche anno gli ultraortodossi sono tra i più entusiasti sostenitori dell’espansione degli insediamenti nella West Bank: oltre il 30 % di loro vive nelle città oltre la Linea Verde (e.g. Elad, Beitar Illit, Modi'in Illit).

Qui è bene ricordare le grandi differenze tra i due partiti. YH raccoglie il voto degli israeliani charedim di origine ashkenazita, mentre Shas, che pure rappresenta le istanze degli ultraorodossi sefarditi, ottiene due terzi dei suoi consensi elettorali tra israeliani mizrahim non charedim. Shas è nato infatti per dare voce agli ebrei del Nord-Africa e a quelli provenienti dai paesi medio-orientali (Iran, Iraq, Siria e Yemen) che ritengono (a ragione) di essere stati a lungo discriminati dalle èlites ashkenazite al tempo del loro arrivo in Israele. Il bacino elettrorale di Shas è quindi più ampio di quello di YH perchè pesca sia tra gli ebrei ultraortodosssi che tra quelli ortodossi i quali, come potenziali elettori, sono contesi anche dal Likud e dagli altri partiti di destra ed estrema destra. Shas riscuote quindi consensi da parte di ebrei moderatamente osservanti che si sentono rappresentati da un partito che promuove con successo l’orgoglio identitario mizrahi e sfrutta il risentimento contro le èlite ashkenazite e contro quanti nella società israeliana intendono ancora difendere il principio di separazione tra Stato e religione.

Ciò che rende molto incerto un pronostico del voto per quanto riguarda YH e Shas sono gli umori di un’opinione pubblica ostile nei confronti delle comunità charedì (il 12 % circa della popolazione) che hanno spesso ignorato le precauzioni minime intese a limitare la diffusione del Covid. Oggi il 60 per cento circa degli israeliani auspica una coalizione di governo senza i due partiti ultraortodossi. Resta quindi da vedere se i potenziali elettori non-ultraortodossi di Shas abbandoneranno il partito pur restando nell’orbita di Netanyahu con un voto per Likud, Yamina o HaTzionut HaDatit, il partito sionista religioso che propugna idee razziste. Il premier dispone almeno di una carta jolly da giocare: l’ottimismo crescente circa il controllo della pandemia può influenzare per quasi un mese l’orientamento degli elettori. Giustificato da una campagna vaccinale di straordinaria efficienza, quest’ottimismo potrebbe sia favorire direttamente Netanyahu sia far dimenticare le negligenze dei charedim. Mi auguro che non sia così.
 

24 febbraio 2021

 

 

Erich Mendelsohn, Ingresso all'Ospedale Universitario Hadassa, Monte Scopus, Gerusalemme 1934-39

 

Share |