MARZO 2021 ANNO XLVI - 227 ADAR 5781

 

 

Storie di ebrei piemontesi:
Casale Monferrato

 

 

 

Ciclone Daria, arte e impegno


Intervista di Bruna Laudi
a Daria Carmi

 

 

 

 

   

Un ricordo d’infanzia in bianco e nero: un grande magazzino con il pavimento grigio, tanti scaffali pieni di scatole, l’odore misto di dolciumi e di altri cibi invisibili dentro alle loro confezioni e io, bambina, emozionata, in braccio a Dario Carmi, il nonno di Daria.

Ricordo benissimo il suo viso, il naso importante, il taglio della bocca, il sorriso e gli occhi buoni: andare a Casale Monferrato, città di origine della famiglia paterna di mia madre, era una festa, perché si era accolti con calore, avrei trovato tre bambini con cui giocare, tutti sorridevano e sapevo che la giornata si sarebbe conclusa con la visita al magazzino, dove mi aspettava un regalo misterioso. Pensandoci ora il regalo probabilmente era uno dei primi gadget pubblicitari che venivano dati ai venditori all’ingrosso insieme ai prodotti da vendere: ma negli anni Cinquanta i bambini avevano pochi giocattoli e un vigile di plastica con gli arti mobili poteva diventare un compagno di avventure fantastico.

Con in mente questi ricordi mi accingo a intervistare Daria, una giovane donna piena di entusiasmo, con una carica empatica che riconosco come caratteristica tipica della sua famiglia: i suoi spettacolari riccioli rossi mi mettono allegria, sono il simbolo della sua giovinezza esuberante e mi sembrano un antidoto a quella cappa di pessimismo che ci sovrasta in questo periodo di restrizioni dovute al Covid e di incertezze politiche.

Aggiungo una nota “stilistica”: Daria, quando risponde alle mie domande, utilizza spesso i verbi al presente e questo rende l’idea di un coinvolgimento sempre attuale nelle esperienze che racconta: scelgo di rispettare la sua modalità comunicativa.

Come spesso succede con i parenti ho una serie di frammenti di ricordi di Daria legati agli incontri famigliari, purtroppo molto rari. Ma c’è stata un’occasione particolare che mi ha permesso di intuire la sua personalità: la visita da lei guidata al Parco Eternot - il vasto giardino di tre ettari realizzato sull'area dove sorgeva lo stabilimento ex Eternit, ora bonificata.

 

Quale è stato il tuo ruolo in quell’evento?

Sono stata la curatrice del progetto, in qualità di Assessore alla Cultura del Comune di Casale Monferrato: ci sono voluti trent’anni perché i capannoni dell’Eternit, infetti di fibra micidiale a lento rilascio di morte, fossero bonificati, demoliti e sepolti sottoterra in un sarcofago di cemento. Sopra è sorta un’area verde, tra giochi per bambini, agorà per spettacoli, viali per passeggiare, panchine, fontanelle, piste ciclabili, e due monumenti, uno dei quali è il «Vivaio Eternot», ideato e creato dall’artista Gea Casolaro, un’opera d’arte contemporanea viva composta da piante di Davidia Involucrata, detta anche «pianta dei fazzoletti».

Proprio durante la visita al Parco Eternot avevo cominciato a capire quale fosse il rapporto di Daria con l’arte e inizio domandandole quale sia stato il suo percorso di studi.

Dopo aver fatto il liceo classico a Casale Monferrato mi sono iscritta a Genova a Scienze Internazionali e Diplomatiche ed è stato un anno molto bello, anche perché Genova era Capitale Europea della Cultura 2004. La Comunità ebraica ospitava una mostra dedicata a Chagall, e io partecipavo come potevo: guardia sala, controllo delle stanze delle opere… Ho anche avuto l’opportunità di conoscere molte persone: per me, che provenivo da una comunità a carattere famigliare, era una novità l’occasione di frequentare coetanei ebrei.

Presto mi rendo conto che Scienze internazionali e diplomatiche non è il mio percorso di studi ideale. Sento la necessità di uno sbocco creativo e quindi mio padre (Elio Carmi) mi accompagna a Venezia per andare a scoprire un’università nuovissima, eccellente da tanti punti di vista, per la Progettazione e la Produzione delle Arti Visive, che nasceva proprio in quegli anni presso lo IUAV (Istituto Universitario di Architettura di Venezia): innovativa nella struttura, con professori internazionali di altissimo livello nel campo dell'arte contemporanea. Mi iscrivo e vivo a Venezia 5 anni che poi si allungano perché torno spesso a Venezia per progetti professionali. Dopo la Laurea Magistrale, nel 2010, ho investito con continuità sulla mia formazione culturale e sociale, maturando esperienze di management dei beni culturali, sia in ambito pubblico che privato.

Le esperienze di Genova e Venezia sono molto importanti anche dal punto di vista affettivo, perché in entrambe le città ho potuto avere contatti più intimi e frequenti con zii e cugini cui sono molto legata.

In quel periodo ho l’occasione di incontrare persone speciali, vivo anni di formazione molto belli, arricchiti da una borsa di studio di tre mesi alla New York University.

Già prima della laurea partecipo a molti progetti di produzione culturale con amici e colleghi, poi mi laureo e inizio a lavorare per la fondazione Antonio Ratti a Como. Vado su e giù per Venezia e Milano per un periodo piuttosto lungo, a Milano mi interesso molto dell'organizzazione collettiva di artisti e curatori poi tornerò a Venezia per un progetto della Biennale di Venezia che durerà otto mesi e che mi porterà poi a traslocare a Bruxelles.

A questo punto vorrei che mi chiarissi la tua concezione di arte e società, perché capisco che per te sono strettamente interconnesse

Le persone con cui ho lavorato condividevano con me il bisogno di riflettere sul ruolo dell'arte nella società, sul ruolo dell'arte come agente attivo, non come speculazione filosofica ma come elemento concreto di cambiamento e trasformazione sociale. Quella diventerà la strada del mio impegno successivo.

In coerenza con questa visione nasce il tuo impegno politico

L’impegno sociale si manifesta attraverso l'arte. Vivo e lavoro per un anno e mezzo a Bruxelles, poi decido di tornare in Italia, in particolare nel Monferrato perché nel frattempo li, a casa mia, avevo portato avanti costantemente progetti di produzione culturale e artistica. Studi e visione mi portano naturalmente anche ad assumere un ruolo all'interno della comunità ebraica di Casale che, avendo una collezione di arte contemporanea (Museo dei Lumi), diventa un contesto dove io posso contribuire alla costruzione del programma culturale. Claudia De Benedetti è la conservatrice, la direttrice dei nostri musei. Io mi occupo prevalentemente di arte contemporanea.

Nel 2014, rientrata in Italia, mi chiedono di occuparmi del Coordinamento della campagna elettorale della prima candidata sindaco donna della storia di Casale Monferrato per il centro-sinistra: Titti Palazzetti che, oltre a richiedere il mio impegno nella campagna elettorale, mi propone, nel caso di vittoria, di diventare assessore. Così divento Assessore tecnico del Comune di Casale Monferrato con deleghe alla Cultura, alla Comunicazione e al Turismo.

Seguono cinque anni intensi, sfidanti e bellissimi: Casale Monferrato è diventata sito UNESCO proprio nel 2014: “Il Monferrato degli Infernot, patrimonio dell'Umanità UNESCO”. Gli Infernot sono piccole camere sotterranee, scavate a mano nella Pietra da Cantoni, una arenaria tipica del Monferrato casalese, ambienti ottimali per la conservazione del vino imbottigliato. C'è un grande lavoro da fare sul territorio, sulla cultura della tradizione, sul turismo come presidio della cultura, su una geografia fatta di lavoro dell'uomo con la terra, e naturalmente si creano molte occasioni di collaborazione: ci candidiamo a Capitale italiana della cultura 2020 ed entriamo nella lista delle dieci città finaliste. Questo e altri progetti di respiro extraterritoriale tengono assieme la dimensione di un tessuto sociale che, attraverso l'arte e la cultura, si confronta con i grandi temi del mondo.

Come continua la tua crescita professionale?

Dopo l’esperienza e l’impegno politico decido quindi di cominciare a lavorare con mio padre: dal 2019 lavoro come Project Manager alla Carmi e Ubertis, studio di Branding internazionale con sede a Milano.

Dal 2019 svolgo insegnamenti per RCS Academy Business School e IED (Istituto Europeo di Design) di Milano. La mia ricerca nasce da una visione dell'arte come agente attivo nella società, capace di attivare economia, cambiamento, integrazione, autodeterminazione, relazione, dialogo. 

La tua progettualità si esplica anche in ambiente ebraico?

Come curatrice di arte contemporanea porto avanti progetti indipendenti di arte nello spazio pubblico e sono young curator presso la Fondazione Arte Storia e Cultura Ebraica del Piemonte Orientale ONLUS. 

Sono molto orgogliosa di avere partecipato al progetto “Not in my name. Ebrei, Cattolici e Musulmani in campo contro la violenza sulle donne” sotto l’egida del Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Un progetto formativo interdisciplinare che ha avuto al centro studenti di scuole superiori di tre città italiane – Milano, Torino e Roma – con l’obiettivo di creare progetti e campagne per sensibilizzare i più giovani su questi temi, offrendo strumenti reali di contrasto alla violenza. Per questo progetto sono stata la responsabile della comunicazione e attivazione della campagna Instagram.

Proviamo a fare una sintesi della tua visione e del tuo impegno oggi a Casale Monferrato.

Difesa dell’ambiente, conoscenza e valorizzazione del territorio, diffusione della cultura ebraica. In qualche modo Casale, pur essendo una piccola città, raccoglie in sé tutti questi aspetti: la necessità di divulgazione del sapere rispetto ai rischi dell'amianto e alle necessità di vivere in un ambiente sanificato, un paesaggio naturale circostante che, oltre alle caratteristiche estetiche, è fonte di ricchezza e benessere per la popolazione, una presenza ebraica di origini antiche che ha contribuito a determinare ciò che la città è oggi.

Ognuno di noi è il risultato di tanti fattori che si sovrappongono e determinano il nostro essere. Quali sono le tue eredità?

Per me le radici familiari sono molto importanti: la partecipazione alla vita sociale e l’impegno personale sono un patrimonio di riferimento: mio padre è stato a sua volta Assessore,  ma già il nonno Dario era stato Consigliere comunale, partecipava tantissimo alla vita e alla costruzione del tessuto della città dal punto di vista culturale e sociale, era impegnato nella Croce Rossa e in associazioni di viticultori, senza mai trascurare il fatto di essere rappresentante della Comunità ebraica. Anche i membri della nostra famiglia, come i fratelli di mio padre e i miei fratelli, che per vari motivi si sono trasferiti altrove, hanno mantenuto un fortissimo legame con la Comunità di Casale.

Tu e i tuoi fratelli siete figli di matrimonio misto, diventati ebrei subito dopo la nascita, secondo la tradizione italiana che ancora vigeva negli anni Ottanta. Quale è stato il ruolo di tua madre nella tua formazione?

Per noi tre fratelli la figura materna è stata fondamentale: siamo cresciuti nella tradizione culturale ebraica senza che lei fosse ebrea, ma era molto attenta al rispetto delle regole. Un ricordo: avevo forse quattordici anni e stavo scrivendo dei bigliettini di pensieri “promemoria” e lei mi ha richiamato: “No, a Kippur non si scrive!”. Questo episodio fa capire che lei ha riconosciuto nel nostro patrimonio ebraico un valore e ce l'ha trasmesso con determinazione. Si è sempre dedicata molto alla Comunità e ha insegnato a noi figli il valore dell'impegno sociale. Io ho studiato per essere curatrice di arte contemporanea, ma non solo. La pratica del prendersi cura l'ho sicuramente imparata da mia madre: la sua era una famiglia di agricoltori, con grande rispetto per la Terra. Sapevano, con l’esperienza maturata dagli avi nei 500 anni precedenti, che la terra andava amata e curata. Una famiglia che aveva in grande considerazione il mondo della cultura: mia madre uscì da casa a 18 anni per studiare mentre gli altri sono rimasti a vivere in campagna. Mia madre è una donna che si schiera dalla parte giusta. Sia io che Daniele e Diletta siamo molto permeati di una responsabilità a 360° di stare al mondo in relazione con gli altri e nel costante rapporto con quella che è stata la nostra eredità storica familiare.

Quale futuro vedi per l’ebraismo italiano?

Ho un po' di difficoltà a capire quale sarà il nostro futuro. Per noi non è stato sempre facile: al di fuori della Comunità eravamo considerati ebrei, ma all’interno non sempre eravamo accolti come tali.

Molto è cambiato nell’ebraismo italiano e contemporaneo, oggi una situazione come la nostra non sarebbe più proponibile: i figli nati da matrimoni misti possono frequentare le scuole e il mondo ebraico fino a quando compiono diciotto anni poi, se lo vogliono, devono convertirsi, come se prima fossero “ospiti” tollerati. Mi interessa questo tema e vorrei che diventasse un argomento di discussione anche tra i giovani ebrei europei. Ognuno può avere la sua opinione, ma se ne parla proprio poco. Praticamente tu accogli una persona, la cresci, la tieni nel tuo mondo, le insegni tutto quello che ti appartiene, poi le chiedi di operare una scelta che può diventare un allontanamento perché si spezza una continuità. Vorrei che la questione fosse posta in questi termini: sappiamo che esiste il rischio della assimilazione però esiste anche un altro rischio che è l'estinzione. È come se si dicesse: “Non importa che spariscano le piccole comunità in Europa, tanto c’è un contesto israeliano che garantisce la sopravvivenza del popolo ebraico”. La mia storia, quella di Casale Monferrato, ci dicono anche che c’è una tradizione ebraico casalese che non coincide con l’ebraismo israeliano. Se consideriamo l’ebraismo italiano un’identità da coltivare, un valore, dobbiamo prendercene cura, insieme, mondo rabbinico, Ucei, Ugei, piccole e grandi comunità, ebrei dispersi in Italia che non hanno più comunità.

 

 

 

Da sinistra: Noemi Disegni, Presidente UCEI; Carla Nespolo, Presidente ANPI Nazionale;
Daria Carmi e Titti Palazzetti, Sindaco di Casale (dal 2014 al 2019). Casale Monferrato il 27 gennaio 2019

 

 

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