MARZO 2021 ANNO XLVI - 227 ADAR 5781

 

 

Storia

 

 

 

Bruno Segre,
difensore storico dell'obiezione di coscienza in Italia


Alberto Bertone

 

 

Da un primo esame sommario, sembrerebbe che in Italia la storia dell’obiezione di coscienza al servizio militare non annoveri fra i suoi protagonisti alcun ebreo. Tuttavia, commetteremmo un grosso errore se ci limitassimo a cercarlo dietro il banco degli imputati. La storia del “nobile rifiuto” ha proprio un ebreo fra i suoi massimi interpreti; non dalla parte dei “disobbedienti” ma, sorprendentemente, dalla parte dei difensori.

Abbiamo individuato il personaggio rivisitando il libro intervista di Nico Ivaldi Non mi sono mai arreso, (Lupieri editore, 2009, prefazione di Alberto Sinigaglia) nel quale si racconta la vita di Bruno Segre, uno dei più noti e longevi avvocati torinesi: 102 anni compiuti lo scorso 4 settembre.

L’avv. Segre fu avvicinato al tema della nonviolenza da Aldo Capitini, illustre filosofo antifascista che s’ispirava all’insegnamento gandhiano. Fu proprio su invito di Capitini che Bruno Segre assunse nel 1948 la difesa del primo obiettore di coscienza dell’Italia repubblicana, Pietro Pinna, quando i detrattori consideravano il gesto “antisociale” e “disfattisti” coloro che lo compivano. All’epoca l’obiezione di coscienza non era contemplata dal Codice Penale neppure come reato. Bruno Segre dovette “inventare” la linea difensiva, che poi sarebbe diventata il punto di riferimento nei processi successi. Pietro Pinna fu condannato, ma da allora ebbe inizio un proficuo rapporto fra l’avvocato torinese, gli obiettori e la lotta per il riconoscimento.

Nel 1950 alla lista dei patrocinati si aggiunsero Elevoine Santi, volontario del Servizio Civile Internazionale e Pietro Ferrua, anarchico e antimilitarista. Nel 1963 fu la volta di Giuseppe Gozzini, il primo obiettore di coscienza cattolico, che si richiamava ai principi della “nonviolenza evangelica”.

Un primo risultato si ottenne nel 1972 con la Legge n. 772. Tuttavia, quella norma che prevedeva «la verifica dei convincimenti religiosi, filosofici e morali del richiedente» fu ritenuta insoddisfacente. Scrisse all’epoca Bruno Segre: «Un diritto civile non si giustifica attraverso la verifica dei convincimenti […] un diritto s’impone di per se stesso al di là di ogni discrezionalità del potere». Inoltre, «Insoddisfatti erano anche i radicali, i socialisti, i cattolici e soprattutto i Testimoni di Geova, che costituivano la parte numericamente preponderante degli obiettori e il cui problema veniva di fatto lasciato insoluto dal testo della legge, dal momento che, in base alla loro interpretazione dei testi sacri, [il principio della “neutralità”, ndr] essi non accettavano neanche un servizio sostitutivo non armato»; ma che, almeno, «meritavano, proprio per le loro idealità, le attenuanti […] previste per i motivi di particolare valore morale e sociale”. Straordinario il numero dei procedimenti a carico: su circa mille processi, almeno novecento erano Testimoni di Geova. (Opera citata, pp. 81-91)

Un servizio civile, diverso per natura e autonomo dal servizio militare venne riconosciuto solo 26 anni dopo con la Legge n. 230 del 8 luglio 1998, che colmò il bicchiere lasciato mezzo vuoto della Legge 772.

All’impegno di avvocato, Bruno Segre affiancò quello di giornalista. Il mensile L’Incontro, da lui fondato nel 1949, fu a lungo l’unica voce che aggiornava periodicamente sullo stato dell’obiezione di coscienza in Italia. Sulle sue pagine trovavano spazio non solo i casi più noti, ma anche le storie di obiettori sconosciuti, in particolare quelle dei molti testimoni di Geova. Risale al numero 4 del 1960 un articolo sulla censura di un film che aveva per protagonista un obiettore francese. Al regista Autan Lara non era stato concesso il permesso di realizzare le riprese in Italia (lo avrebbe girato più tardi in Jugoslavia con il titolo Non uccidere), In quel 1960 quella di Bruno Segre fu una delle poche voci che si levò contro la “netta disapprovazione” alla coproduzione italo-francese manifestata dalla Direzione Generale dello Spettacolo. «Nell’Italia democristiana dove si possono girare film pseudo-storici inneggianti alla guerra mussoliniana […] non è gradito che il quinto comandamento sia qualcosa di più che una formuletta del catechismo», fu l’amaro commento di Bruno Segre sulle colonne de L’Incontro.

Questo e altri episodi si possono leggere nel libro Un’altra patria. L’obiezione di coscienza nell’Italia repubblicana, di Marco Labbate (Pacini editore, 2020) Un libro che offre l’occasione di ripercorrere ancora la lunga vita di Bruno Segre e l’importanza della sua figura nel riconoscimento dell’obiezione di coscienza; aggiornando, inoltre, la bella biografia di Nico Ivaldi e le prime fondamentali ricerche di Sergio Albesano pubblicate nel 1993 in Storia dell’obiezione di coscienza in Italia.

Peraltro, quello di Labbate è un testo di storia contemporanea avvincente come un romanzo.

 A.B.
bertonealberto1@gmail.com

 

 

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