MARZO 2021 ANNO XLVI - 227 ADAR 5781

 

 

Ricordi

 

 

 

Simili e diversi: la mia amicizia con Paolo Foa


Franco Segre

 

 

È doloroso pensare che Paolo non è più tra noi. I ricordi del carissimo amico richiamano alla mia mente una ricca varietà di sensazioni, che spazia dalla più profonda consonanza degli interessi, delle idee e della scelta dei metodi di vita alla notevole varietà nei risultati, nella coerenza con noi stessi, nel rigore delle scelte.

L’ho conosciuto in quarta elementare, dove era tra i più bravi della classe, e la scuola ebraica ci ha tenuto uniti per cinque anni. Ricordo che eccelleva in aritmetica, ed era sorta automaticamente tra noi una specie di gara su chi consegnava per primo la soluzione dei problemi, che non vi era dubbio che fosse sempre esatta. Ricordo anche un’entusiasmante gara a due squadre opposte sulla coniugazione dei verbi, dove mi auguravo invano che Paolo sbagliasse per poter vincere nella competizione. Nella scuola media non potevo certo competere con lui nel disegno, dove la sua bravura e precisione, confrontate con la mia inettitudine, mi ingelosivano, nonostante il conforto da parte della sua cara madre che era la nostra insegnante, ben disposta ad accettare e tollerare i miei pasticci. Ma mi sentivo ricompensato nelle lezioni di canto e di ebraismo, che per me risultavano più facili in grazia delle abitudini e tradizioni familiari.

In questo periodo la nostra amicizia si era sviluppata anche al di fuori della scuola. Sono molti i pomeriggi trascorsi insieme, inventando ogni sorta di giochi da tavolino, ma pochissimi giochi all’aria aperta. La nostra eccessiva serietà, giudicata a distanza di una vita, era sicuramente anormale, direi quasi “spaventosa” per la nostra età: ricordo un giorno in cui ci stavamo annoiando non trovando un gioco che ci piacesse, finché Paolo ha proposto, con mio grande entusiasmo, di risolvere per divertimento le più lunghe e complesse espressioni matematiche.

Dopo gli anni della scuola ebraica la nostra via di studio si è biforcata, Paolo al liceo scientifico, io al classico, per ricongiungersi cinque anni dopo al Politecnico. Ma nel frattempo è sorta, si è sviluppata e ci ha ancor più unito la nostra attività nei gruppi ebraici giovanili, incentivata all’inizio dal Rabbino Disegni, presso il quale avevamo l’occasione di incontrarci alle sue lezioni settimanali. All’età del bar mitzvah abbiamo fondato il CER (Circolo Ebraico Ricreativo torinese), in cui abbiamo imparato insieme con piacere e divertimento le metodologie organizzative delle attività culturali e ricreative. Più tardi, negli anni liceali, con il CGE (Centro Giovanile Ebraico) e con la FGEI (Federazione Giovanile Ebraica d’Italia, di cui Paolo sarà Segretario Generale nel 1960-61) abbiamo coltivato e diffuso la logica dei metodi democratici, il valore della presenza e dell’ascolto delle minoranze, l’educazione alla vita comunitaria. È questo il felice periodo dell’organizzazione delle attività culturali e ancor più formative, dei campeggi estivi in montagna, dei seminari e dei congressi annuali.

Ma non si creda che fossimo sempre d’accordo: il rigore di Paolo, la sua serietà, la coerenza nelle idee e nei fatti, la precisione nel condurre i lavori erano per me traguardi irraggiungibili, che hanno anche creato alcune divergenze di vedute e di azioni. Ricordo con piacere e commozione un episodio che per me ha avuto un profondo significato ideologico, a proposito di un’importante riunione di consiglio della FGEI, in cui si trattava di confermare la fiducia al segretario generale in merito alle prese di posizione di politica antifascista (nei famosi tumulti di Genova del 1960): eravamo di pareri opposti (una delle poche volte che ciò capitava), ma io non potevo presenziare per importanti motivi familiari, e ho dato la delega a Paolo con le istruzioni contenute in ben due pagine, con l’impegno di rappresentare a mio nome la mia posizione. Ero sicuro che l’avrebbe fatto con uno scrupolo pari a quello usato per il sostegno della tesi opposta. E ciò avvenne regolarmente, dando prova di una completa e rigorosa onestà morale, di cui non potevo dubitare. Ma penso che sia un rarissimo esempio di rispetto dei valori democratici nel gioco delle parti.

Devo riconoscere che questo rigore e questa precisione sono il frutto di un’educazione metodologica derivata dagli insegnamenti di Aldo Muggia, nostro grande amico e maestro e nostro modello nell’entrare a far parte dei cosiddetti “ingegneri pignoli” della FGEI.

Eravamo talmente proiettati ed impegnati nei doveri della scuola e dei gruppi ebraici, da detestare le feste e i balli, e dimenticare completamente di trattare tra noi le tematiche più propriamente giovanili e sentimentali. La nostra “serietà”, vista dall’esterno, poteva apparire preoccupante!

Negli anni successivi le vicende della vita lavorativa e della famiglia ci hanno separati. Vivendo in città diverse, con situazioni familiari non facili per entrambi, si sono necessariamente attenuati i nostri rapporti. Il riavvicinamento a Milano di Paolo dalla lontana e sperduta Rieti ha favorito una ripresa, se pure attenuata, dei nostri contatti, che si è poi concretizzata, all’età della pensione, nelle reciproche visite e nella sua entusiastica entrata a far parte del nostro Gruppo di Studi Ebraici di cui seguiva attentamente tutte le attività.

 

 


 

Paolo Foa

 

 

 

 

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