MARZO 2021 ANNO XLVI - 227 ADAR 5781

 

 

Ricordi

 

 

 

Un ricordo di Leo Contini

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Bruno Contini

 

Scrivo questo ricordo di mio fratello Leo per raccontare alcune tappe fondamentali della sua vita e della sua carriera artistica. Leo è stato un libero spirito critico fino da adolescente e non è mai stato una persona serena. Ha avuto una vita ricca di alternanze tra periodi felici e periodi di vita familiare estremamente dolorosa. Nell’arte ha trovato espressione e rifugio il suo eclettismo che male si conciliava con normali esigenze professionali.

Leo nasce in Francia, a Nizza il 2 marzo 1939. Nizza sarebbe dovuta essere una tappa per l’alià progettata dal papà Nino poco dopo l’emanazione delle leggi razziali. L’alià non si realizzò per problemi giudiziari di papà che si risolsero con sua piena soddisfazione nel 1942 quando era già al confino.

Nel giugno 1940 papà fu arrestato e confinato alle Isole Tremiti; nella primavera del 1941 fu trasferito a Pizzoferrato, un piccolo paese di montagna in provincia di Chieti, dove ottenne che la mamma e noi due lo raggiungessimo. Per noi bambini la vita di Pizzoferrato era bellissima: giocavamo per strada con i ragazzini del paese, avevamo papà e mamma tutti per noi e non andavamo a scuola; Qui i genitori avevano tutto il tempo per dedicarsi ai propri bambini; papà non poteva esercitare la professione e seminava grano e patate in un campicello affittato da un paesano.

Dopo l’8 settembre i tedeschi iniziano razzie di uomini e noi fuggiamo in un rifugio sulle vicine montagne del Matese. In dicembre raggiungiamo Napoli prelevati da un camion della Compagnia Palestinese [la brigata ebraica, ndr] adibito alla raccolta degli ebrei sfuggiti ai tedeschi nel Sud Italia. Cambia la vita per tutti e specialmente per noi bambini: andiamo alla scuola svizzera, Leo in prima elementare e io in terza. Papà riprende a lavorare dalla mattina fino a tarda sera e partecipa alla vita ebraica napoletana e alla vita politica del paese nel Partito d’Azione. La mamma è occupata a fare lavoretti per i “palestinesi”, e riprende a suonare il pianoforte. In quei mesi noi bambini non vediamo più il papà, quasi sempre fuori casa.

Nel diario di papà ci sono ricordi di un magnifico Seder 1944 organizzato al Teatro Politeama dai soldati della Compagnia Palestinese per i pochi ebrei napoletani, e per varie centinaia di soldati ebrei di tutti i paesi: Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Polonia, Belgio, Cecoslovacchia, Jugoslavia, Brasile, Sud Africa, Argentina). Leo è a capotavola vicino al rabbino ufficiante, canta Ma Nishtanà e poi batte le posate sul tavolo con “dayenu” con grande divertimento di tutti. Ci sarà anche una recita, anche questa organizzata dai soldati: il sipario si apre con Leo a letto che si stiracchia e canta “chalom chalamti” [ho sognato un sogno]. Leo è sempre una star dei soldati palestinesi.

Il papà muore non ancora trentottenne nell’ottobre 1944 per una breve malattia allora incurabile, dopo neanche un anno di vita napoletana. E tutto ricade sulle spalle della mamma che cerca di fare quadrare il bilancio con i suoi fazzoletti ricamati e lavori a maglia che si vendono al Jewish Club dei palestinesi.

A fine 1945 Raffaele Cantoni propone alla mamma un lavoro a Roma: deve avere inizio l’attività dell’OSE, Organizzazione Sanitaria Ebraica; qui la mamma farà un po’ di tutto, organizza le colonie estive di Riccione e di Gorla di Veleso, raccoglie soldi tra i ricchi ebrei di Roma anche esibendosi al pianoforte, si inventa il mestiere di assistente sociale tra i poveri del ghetto dove viene chiamata “la sora OSE”.

In quel periodo Leo aveva 7-8 anni. Era bravissimo a inventarsi grandiose bugie. Un giorno, uscito di casa, è tornato dopo due ore. La mamma: “dove sei stato, lazzarone?”; “sono andato a Piazza Albania (dall’altro capo della città).No, mi sono sbagliato. Sono stato a Villa Borghese al Parco dei Daini. Anzi no, allo zoo. Poi ho preso la circolare rossa per tre fermate perché non avevo biglietto. No, mi sono sbagliato ancora, sono andato solo a Piazza Pitagora.”

A volte io e Leo andavamo allo stadio dove spalancavano gli ingressi gli ultimi cinque minuti di ogni partita per i ragazzini in attesa fuori. A quell’epoca io giocavo a pallone (da portiere) in una squadra di oratorio; avevo una foto di una bella parata “alla Risorti” (portiere della Roma, anni 50), ma purtroppo il gran portiere … non ero io: la foto era presa da dietro e così per Leo poteva anche sembrare il fratello maggiore. Leo l’aveva voluta per mostrare ai suoi amici la bravura del fratello e io gliel’avevo data senza raccontare la triste verità. Leo l’ha tenuta nel portafoglio tutta la vita e l’aveva immortalata con il disegno qui sotto. Ma io non gli ho mai confessato l’imbroglio (e mi sento ancora un vigliacco).
 


 

A 12 anni Leo era già un versatile artista in erba. Ecco una poesia di Leo dall’infermeria della colonia OSE di Gorla, forse 1951. Ne scrisse molte altre assai divertenti.

Semo a cena, ‘c’iamo fame

Ma ppe’ cena che tte danno?

Tu siccome c’hai un malanno

Un cucchiaio de pastina

Farà bene alla pancina.

E allor termina in bellezza

Del cenon la dolce ebbrezza.

“Ora famo l’iniezione

Leva pure il pantalone”

E te senti ‘na puntura

Nella pelle, dov’è dura.

“Oh, dimentico ‘na cosa

Su preparati alla posa

La supposta devi fare

Se non vuoi peggiorare:

Non fa niente male. Là:

La supposta già l’è andà”

Spiegazioni più parlanti

Ve ne posso dare tante.

E se qui ne rivolete

Verso me vi rivolgete.

Se volete stare bene

Ammalarvi non conviene.

Un consiglio buon vi ho dato

Che deve essere ascoltato.

Firmato: Leo Contini

Una lettera di Leo del 1951-52 da Parigi rivela la sua passione per gli aeroplani:

“…..un giorno sono andato in aeroplano (non si capisce come sia riuscito): uno dietro l’altro, scoperti. Io stavo davanti, così

 

Disegno di Leo Contini ragazzo

 

… Abbiamo decollato e fatto passaggi a bassa quota e virate a 90 gradi… Poi abbiamo sorvolato la città e siamo atterrati in modo perfetto. Ho più paura a andare in ascensore che in aeroplano. E pensare che era un piccolo aereo che ballava molto e che era pieno di pezze sulla tela che copriva le ali come quelle di Paperino. C’era un vento dell’ostrega, ma anche quello era divertente.””

 

 Nel 1953 la mamma accetta un lavoro alla Olivetti e si trasferisce a Milano, anche per stare più vicina alla sua mamma. Nel 1954 io ero andato a San Francisco per un anno come exchange student. Leo frequentava il liceo scientifico alla scuola ebraica di Via Eupili. Da una lettera della mamma a me nel novembre1954 ”Chi si diverte è tuo fratello a scuola dove ogni giorno ne combina una: deve essere una lenza incredibile. Ieri sera mi ha fatto vedere una meravigliosa piccola bara che aveva costruito – tutta foderata in velluto – per metterci dentro uno scheletrino perfetto, meraviglioso, costruito in classe. Ora credo che abbia un’ordinazione per un’altra classe! Lo scheletrino servirà da mascotte…”

Leo era diventato un bravo aeromodellista: costruiva bellissimi aeroplani nella sua camera della nuova casa di Milano. Tutti i suoi risparmi e i regalini che riceveva ogni tanto erano investiti in tavole di legno di balsa, disegni di aerei e motori (uno dei preferiti era il famoso Spitzy 9 Anderson, cmc. 0,79), come testimonia questa lettera a me a San Francisco nel novembre 1954:

Caro Bruno,

 dovresti farmi un piacere…….

1) Andare dal modellista

2) Domandare se conosce il motore della casa Anderson tipo “Spitzy9” di cilindrata cmc. 0,74

3) Chiedere le parti di ricambio seguenti: cilindro, testa del cilindro (cylinder head), candelina (glow plug)

4) Se non l’hanno, adoperarsi, per favore, per sapere dove si può trovare, e ripetere le operazioni 1,2,3.

5) Ti prego, ti prego, ti prego e ti riprego !!!!

Da una lettera della mamma a me, febbraio 1955:

Ieri è stato a lungo a parlare con me. Indubbiamente è in un faticoso periodo di assestamento … Si rammarica di “perdere tempo” e pensa sempre con maggiore interesse e convinzione alla gioia di potere poi dedicarsi a quello che - lui dice - è sua ragione di esistenza. Non l’ho mai visto come ieri sera, alternativamente scoraggiato e poi con una luce appassionata negli occhi a parlare delle sue cose e a ragionare di quello che si possa viverci o a di quello che si possa creare, e a enunciare il suo disprezzo per tutto ciò che è materiale e esasperante di una vita che secondo lui non abbia un interesse specifico verso qualcosa … Sai che ho sempre pensato che Leo non è una natura facile. Vi ho sempre intravisto uno spirito critico, uno scontento che mi ha sempre dato più a pensare che per te. … Mi diceva: sai mamma che mi rendo conto solo adesso di quanto sia stato il sacrificio di metterti a lavorare se la tua passione era suonare. Proprio da schiattare! Io non so come tu abbia resistito. E poi adesso fare questo schifoso lavoro che a te non dice nulla. Ma che scopo è vivere? … Così capirai, figlio, che io devo cercare di aiutarlo, questo curioso e interessante tesoro…

Leo era compagno di scuola di Marcella Mayer: si sposarono molto giovani nel 1963. Il matrimonio ebbe un inizio tristissimo: il loro primo bambino, Nino, fu trovato morto nella culla quando aveva 10 mesi. Marcella era incinta del suo secondo figlio e perse anche quello. Leo e Marcella, ambedue sionisti e forse infelici della loro vita in Italia, fecero l’alià nei primi anni ‘70 e si stabilirono a Tel-Aviv. Nel frattempo ebbero altri tre figli, Saul, Rosa e Hava, che oggi vivono in Israele con le loro famiglie.

Leo era nato in una famiglia profondamente ebraica ma poco osservante. A Tel Aviv conobbe alcuni maestri di Talmud Torah che, scoperta la sua “quasi parentela” con il famoso chacham ferrarese Isacco Lampronti, lo invitarono alle loro lezioni serali che Leo seguì per vari anni con entusiasmo (e finì per scegliere un’osservanza relativamente rigorosa).

Nei primi anni in Israele Leo esercitò la sua professione di ingegnere. All’inizio degli anni 80, Marcella, brillante astrofisica, fu invitata a San Paolo in Brasile e la famiglia la seguì. Il Brasile segnò per Leo la fine della vita di ingegnere e l’affermarsi di una carriera artistica che già negli anni Settanta si manifestava accanto al lavoro professionale con vignette, disegni e incisioni in cui era sempre presente, accanto al riferimento alla scienza e alla sperimentazione, una vena ironica che si ritroverà anche nelle opere della maturità.

La produzione artistica di Leo Contini comprende quasi tutti gli aspetti: pittura, disegno, scultura, stampa d’arte, affresco. A questo allude il titolo della sua ultima mostra, “Labirinto esistenziale di un lupo solitario”. Leo si considera un “lupo solitario”, un artista che non ha avuto un seguito di studenti e ciò – a suo parere – per la difficoltà di perseguire l’ecletticità delle sue scelte. Ecletticità che finirà per escluderlo dal mondo dei mercanti d’arte che previlegiano gli artisti che si presentano con un proprio marchio di fabbrica riconoscibile dal vasto pubblico ed è quindi più spendibile sul mercato.

La svolta decisiva fu sollecitata anche da numerose critiche lusinghiere ricevute in Brasile sui primi dipinti dei teli volanti sui tetti di Gerusalemme (del 1981). Una delle prime mostre di Leo ebbe luogo al Museo di Arte di San Paolo nel 1983.


 
Teli che volano su Gerusalemme,  tempera, anni ’80

Durante un soggiorno in Francia Leo dipinge una grande opera anamorfica “castello e giardino di Médon”, inteso per essere piazzato orizzontale su un soffitto e guardato dal basso in alto.

L'anamorfismo è un effetto di illusione ottica per cui un'immagine viene proiettata sul piano in modo distorto, rendendo il soggetto originale riconoscibile solamente se l'immagine viene osservata secondo certe condizioni, ad esempio da un preciso punto di vista o attraverso l'uso di strumenti deformanti.

 
Medon: anamorfosi castello e giardini
,  tempera, 1983
 
 
Leo Contini, Anascultura

Nel 1985 trascorre qualche mese a Ferrara per “ritrovare le sue radici”, e lì si apre una nuova parentesi artistica. È invitato a una mostra alla Galleria di Arte Moderna dove espone, oltre a numerose opere su Ferrara, i suoi tetti, le sue biciclette e i suoi ciottoli, il disegno “Ferrara, città biciclica” anche in versione incisione.

Accanto a quella che considera la sua “vera” attività artistica di pittore, Leo si dedica con passione (e anche profitto) all’artigianato artistico di oggettistica ebraica (Judaica). Anche qui Leo crea anamorfismi incidendo il bordo di un piatto argenteo: l’immagine si riflette sulla superficie del bicchiere, quasi fosse anch’essa incisa. I temi variano: dalle mura di Gerusalemme, a testi delle tefilloth del kiddush, fino alle genealogie rese in cerchi concentrici con i nomi di tre generazioni, nonni, genitori e figli. Nel 2003 il bicchiere da kiddush riceve il primo premio nella mostra di Judaica “Gerusalemme 3000 anni”.
 


Leo Contini, Bicchiere per Kiddush, anamorfosi

Scrive Marc Scheps, già Direttore del Tel Aviv Museum of Arts: “ Leo Contini propone un’alternativa senza precedenti della realtà tridimensionale, sviluppando l’idea dell’”anascultura”, ovvero “Black Holes Art” un modello che non è né scultura né dipinto, ma che fonde la combinazione di espressioni artistiche a due e tre dimensioni. I lavori di Contini corrispondono a visioni contemporanee, sia artistiche che filosofiche: la fusione tra capacità percettiva del soggetto e l’oggetto della costruzione artistica, tra la profondità dell’anima e l’esplorazione dello spazio.”

Anche negli ultimi mesi di malattia Leo ha voluto dimostrare (a se stesso) cosa può fare un “artista cieco” (reso cieco da una mascherina). Eccolo con un suo disegno.

 


Leo Contini, Bicicletta

 


Leo Contini "artista cieco". Disegno

 

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