MARZO 2021 ANNO XLVI - 227 ADAR 5781

 

 

Ricordi

 

 

 

Se mi sei amico, non chiedermi nulla.
Ricordo di Nedo Fiano


Sandro Ventura

 

 

Yom Kippur del 1945 (o 1946?). Gli ebrei fiorentini tornano al tempio dopo la guerra. Il tempio ha un matroneo crollato per il tritolo nazista (l’ultimo regalo prima di lasciare Firenze) e non è agibile. La ricorrenza viene celebrata nel Teatro della Pergola.

I sopravvissuti sono felici di esserci, e di averla scampata. Sono anche angosciati ed in lutto per tutti quelli che non sono ritornati. Ci si comincia a rendere conto dei danni terribili prodotti dalla guerra e dalla deportazione, nei corpi e nelle coscienze. Fortunatamente sono presenti i soldati “palestinesi” della Jewish Brigade, che si sono fermati a Firenze per assistere e rincuorare la Comunità devastata.

Nedo Fiano e mio padre Edoardo si ritrovano per la prima volta dopo la guerra. Erano nella stessa classe del Talmud Torà fiorentino, erano amici e si volevano bene. Erano anche vicini di casa. Quando la famiglia di Nedo era stata arrestata nella retata dei nazifascisti, mio padre li aveva intravisti da lontano, riuscendo a scappare con i genitori, grazie all’avvertimento di un amico carabiniere. Mio padre mi raccontava che in quella retata del novembre 1943, quando avevano arrestato tutta la sua famiglia, Nedo non era stato catturato, ma poi si è consegnato per rimanere vicino ai suoi. Di tutti loro, solo Nedo è ritornato da Auschwitz.

In quello Yom Kippur anche mio padre e mia madre Miriam si erano incontrati e poi fidanzati. Mio padre aveva 21 anni, mia madre 14. Mia madre era rimasta affascinata da Nedo, molto più che da mio padre,ed ingenuamente gli aveva chiesto se facesse il digiuno. Nedo le aveva amaramente risposto: “Io di digiuni ne ho fatti tanti...”

Ritornare a Firenze dopo Auschwitz deve essere stato per Nedo un nuovo trauma, lo stesso trauma del rientro che hanno subito i sopravvissuti ai lager, e che è stato raccontato in modo straordinario da Primo Levi e da Elie Wiesel. La “normalità” degli altri doveva sembrargli senza senso, come senza senso era stata l’esperienza del lager. Mentre mio padre e mia madre erano felici di rivederlo e riprendere la loro amicizia, Nedo doveva essere estremamente turbato e sofferente.

Mio padre, senza poter capire la portata di ciò che era accaduto, aveva chiesto a Nedo, con affetto e curiosità, di raccontargli la sua esperienza di guerra e di deportazione. Nedo aveva risposto laconicamente: “Se mi sei amico, non chiedermi nulla”. Questa risposta non ha intaccato la loro affettuosa amicizia, e tutte le volte che poi si sono incontrati, si sono abbracciati e si sono messi a discorrere. Però quella risposta aveva spiazzato mio padre, che ha cominciato a capirla solo dopo aver letto “Se questo è un uomo”.

Nedo non si era interessato a mia madre, si era poi fidanzato con Rirì Lattes e quindi era andato a vivere a Milano. Ha iniziato a raccontare di Auschwitz solo dopo molti anni, come è accaduto anche a tanti altri sopravvissuti.

Da bambino ho conosciuto personalmente Nedo in qualche Yom Kippur a Firenze e qualche volta lo abbiamo incontrato a Forte dei Marmi, dove trascorreva le vacanze con la famiglia. Mi faceva molta impressione quest’uomo alto e simpatico, così amico di mio padre.

Poi l’ho visto diverse volte alla televisione, a dare la sua testimonianza. La prima volta al Maurizio Costanzo Show, trasmissione che non mi piaceva per niente, perché faceva spettacolo (e spesso pettegolezzo) dei problemi e delle angosce delle persone. Anche la testimonianza di Nedo mi sembrava banalizzata ed indebolita da quel contesto che ritenevo inadatto ad una cosa tanto importante. Ben altro valore ha avuto il suo racconto nelle interviste promosse da Spielberg e dalle Comunità.

Ho sempre amato e stimato Nedo, seppure da lontano, per la sua personalità così affabile e calorosa, per l’amicizia che ha avuto con mio padre, e per il suo parlare toscano, che non ha mai perso, neanche dopo i decenni trascorsi a Milano. Mi dispiace di non averlo mai potuto avvicinare e manifestargli la mia riconoscenza ed il mio affetto. Quest’anno anche lui se n’è andato. Dirò per lui il Kaddish.

 

 

           

 

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