MARZO 2021 ANNO XLVI - 227 ADAR 5781

 

 

Libri

 

 

 

Haggadà Etz Haim
albero di vita


Franco Segre

 

 

Era necessaria una nuova Haggadah di Pesach? Con la grande abbondanza di edizioni di ogni tipo e di ogni rito, grandi, piccole, antiche, moderne, tradotte, commentate, con o senza figure (solo in casa mia ho più di una trentina di tipi diversi) viene spontanea la domanda se ci può essere ancora qualche novità che valga la pena di essere rappresentata e diffusa, senza uscire dalla tradizione, ma ponendo l’attenzione dei lettori e degli studiosi su differenti e spesso più ampi punti di vista e prospettive. Ebbene sì: pur mantenendo la fedeltà del testo tradizionale e delle ritualità indicate e prescritte, la stimolante lettura degli abbondanti commenti di questa nuova Haggadah consente ai comuni lettori di aggiungere alle loro conoscenze e riflessioni una grande quantità di nuove informazioni, che ampliano le loro vedute e le aggiornano alle realtà dei tempi odierni ed alle prospettive ebraiche per i tempi futuri. Fornirò qualche esempio indicativo, ma se ne possono citare altri in abbondanza.

Molteplicità e correlazione dei significati

“Alachmà ‘anyà” (pag. 23), il pane della miseria che dà inizio al racconto (“maghid”) rappresenta simbolicamente la povertà che limita la conoscenza di Dio. Il riferimento all’attuale pandemia è ben significativo: “… mentre dividiamo la Matzà il nostro pensiero va verso coloro che sono malati e quindi divisi dai loro affetti; i loro familiari che non possono visitarli; … coloro che non possono accompagnare gli ultimi momenti di una persona cara morente … “. Esiste dunque una continuità storica, narrativa ed emotiva tra le sofferenze egiziane di un tempo e quelle nostre attuali; siamo ancora schiavi.

Ma come la prima schiavitù rappresenta simbolicamente tutte quelle successive, anche la liberazione dell’Egitto le comprende tutte, quelle del passato, del presente e del futuro. In ogni situazione, per liberarsi occorre volerlo fermamente ed agire di conseguenza, al nostro interno ed all’esterno, e, come dice Ben Zomà, di giorno e di notte, cioè nei momenti di luce e di successo ed in quelli di buio e sofferenza.

Il termine “Echad” (pag. 33), cioè “uno”, ripetuto per ciascuno dei quattro tipi di figli, serve a rilevare che solo nella differenza e nel pluralismo, non solo nei differenti atteggiamenti ma anche nei diversi gradi di maturità e di preparazione culturale, si può trovare la traccia dell’unità della Trascendenza [Dio, ndr].

Il passo “Wehì sheamdah” (pag. 45) evidenzia che la promessa divina di liberazione è sempre la stessa in ogni tempo, anche se si presenta in situazioni, dimensioni e forme ben diverse. L’annientamento del popolo d’Israele per mano nemica non è mai totale, perché lascia sempre aperta una porta verso un futuro migliore. La coppa di vino è qui soltanto alzata e non bevuta “in modo tale da esprimere fisicamente la fiducia e la speranza evocate dal testo”.

Occorre quindi cogliere nella storia ebraica le analogie e le differenze. Nella simbologia delle piaghe d’Egitto (pag. 59) il commento rileva che molte di esse “sono purtroppo presenti nelle società moderne, anche fra quelle democratiche, ed è dovere di tutti lavorare affinché esse non arrivino a distruggerci”. Più avanti nel libro (pag. 63), a proposito del canto di gratitudine “Dayenu”, il lettore è avvertito che “ogni cammino complesso è formato da innumerevoli piccoli passi, ognuno dei quali ha una sua importanza e dignità”. La varietà dei mali e dei benefici rientra in un unico obbiettivo di progresso, ed è pur vero che (pag. 64) “chi ha sbagliato e offeso, specie se ha elaborato a dovere i suoi errori, vive in uno stato di sofferenza e deve poter avere un modo, per quanto imperfetto e parziale, di compiere gesti di riparazione, per avere la possibilità di continuare a vivere”. Ma perfino la più dura schiavitù crea assuefazione e abitudine (pag. 70): per trovare la forza di liberarsi occorre essere espulsi, e soltanto la successiva liberazione darà sicurezza. Poi, con il ritorno alla normalità (pag. 76) si rileva che ”la prima sensazione sarà un giustificato sollievo, ma rapidamente prenderemo senza dubbio coscienza dell’esistenza di problematiche diverse”.

Per noi, la lettura dei primi salmi dell’Hallel (pagg 75-77) trasforma “il racconto in un canto e quindi la componente razionale in quella più profondamente emotiva”. Il pasto e la successiva benedizione (birkat hamazon) dividono l’Hallel in due parti, di cui (pag. 97) “l’ultima sembra sviluppare maggiormente l’idea di una redenzione futura, particolarmente appropriata alla conclusione del Seder.” Ma prima troviamo ancora due fasi importanti:

-   la prima (Tzafun), la ricerca della mezza matzà nascosta (pag. 85), non significa, come alcuni vorrebbero, rinnegare il contenuto delle culture esterne all’ebraismo, ma invece “è il momento in cui si va alla ricerca di ciò che esiste, ma che non vediamo più perché ci è nascosto, sepolto nel profondo di noi. … E fino a quando questa ricerca continuerà, la storia d’Israele non sarà terminata”;

-   la seconda (Shefoch), caratterizzata dall’apertura della porta d’ingresso, non va intesa solo nel senso di poter accogliere dall’esterno chi voglia unirsi a noi, ma ancor più significa l’auspicio di poter “aprire le nostre porte senza timore, di varcarle per prendere strade nuove e inedite, e farle varcare da molti visitatori, compresi i più impensati”.

Finezze linguistiche

Alcune traduzioni in italiano non comuni di testi ebraici possono sembrare finezze linguistiche, ma celano significati ben più ampi e universali. Ecco qualche esempio:

-   Fin dalla prima parola “Barukh” del qiddush si evidenzia che il rapporto con il Signore è bidirezionale: “Barukh” non è tradotto semplicemente “benedetto” ma “fonte di benedizione”: noi Lo benediciamo e Lo ringraziamo in quanto Egli ci benedice, e viceversa. È una premessa fondamentale per tutto quello che segue, sia in chiave teologica che storica.

-   “Mitzraim” non è solo l’Egitto schiavista, ma più genericamente “(terra delle) limitazioni”, può cioè comprendere tutte quelle sofferenze patite in ogni tempo e superate per volontà umana ed intervento divino, “in continuo divenire”; ma ciascuna di esse, considerata da sola per il momento in cui è vissuta, è di per sé un tutto.

-   Uno dei passi ritenuti in genere tra i più impegnativi della Haggadà (Bechol dor wador … ) viene comunemente scritto con il vocabolo lirot: “In ogni generazione ciascuno deve vedere se stesso (cioè considerarsi) come se fosse egli stesso uscito dall’Egitto”. Questa Haggadà usa invece il vocabolo leraot: “ … deve mostrare se stesso (cioè apparire per gli altri)”. È quindi un’espressione che esprime un dovere individuale sicuramente più impegnativo, in quanto rivolto a fornire da esempio per la collettività.

-   La Haggadah, intesa come racconto, inizia alle pagg. 41-42 con “Mitechillah ..” (= dall’inizio) e non “Batechillah ..” (= “all’inizio”) .. i nostri avi erano idolatri ..”. L’idolatria nella storia ebraica ha avuto numerosi inizi, ed il commento precisa: “.. quasi a voler implicare che si trattava di un orientamento naturale, apparentemente mai davvero sconfitto, come accade per molte tendenze profondamente radicate nell’animo umano. Quando parliamo di idolatria non ci riferiamo solo a una questione prettamente religiosa, ma ad una questione di fondo in cui i mezzi sono trattati come fini, e questo porta all’idolatria del potere, del successo, della ricchezza, o dell’essere umano”. Ma “… la linea che divide l’idolatria dal resto è in realtà molto sottile” .Mi chiedo se al Seder di Pesach abbiamo mai riflettuto sulla portata di questi passi. Più avanti è affermato: “In tal senso l’etimologia del termine Haggadà è notevole. Deriva infatti da Ghid, che significa nervo o tendine. La funzione del nervo è di collegare l’osso, che dà stabilità e struttura, con il muscolo, che fornisce invece flessibilità e movimento. Grazie a questo, un movimento potenziale viene quindi trasformato in uno reale, e qualcosa di stabile ma statico diventa qualcosa di dinamico”.

Conclusione

Queste considerazioni vogliono essere solo esempi della ricchezza dei contenuti del commento a questa Haggadah: è un commento che, a mio avviso, va letto e riletto anche a piccole dosi per volta, per riuscire a cogliere ed interiorizzare la grande quantità e l’attualità dei suoi contenuti, per discuterne con amici e parenti, per non lascarsi scoraggiare dalle densità delle apparenze tipografiche, che possono sembrare a volte di non facile lettura e di non immediata collocazione nel loro rapporto con il testo in ebraico e con la relativa traduzione in italiano. Sono convinto che un tale esercizio può essere un buon metodo per approfondire le conoscenze dell’ebraismo, e nel collegarne i valori, nella comprensione dei legami tra il passato ed il presente e nelle prospettive per il futuro.

 

Haggadà Etz Haim. Per l’uscita dai confinamenti. Haggadà di Pesach con traduzione originale e commento del rabbino Haim Fabrizio Cipriani, pp. 120

 

 

 

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