DICEMBRE 2021 ANNO XLVI-231 TEVET 5782

 

 

Storie di ebrei a Torino

 

 

Rav e Rabbanit

   Rav Ariel Di Porto

    Elisabetta Triola Di Porto

 

 

 

In italiano la parola “regina” ha due significati: può indicare la donna che regna, oppure può indicare semplicemente la moglie del re, che sta al suo fianco con funzioni di rappresentanza, quella che nelle repubbliche si chiama “first lady”. 

La stessa ambiguità semantica si trova nell’ebraismo: se nel mondo reform e conservative esistono le rabbine, cioè le donne che hanno ricevuto un’ordinazione rabbinica ed esercitano le funzioni di un rabbino, nel mondo ortodosso il temine “rabbanit”, cioè il femminile di “rav”, si usa per lo più per indicare la moglie del rabbino. In italiano è stato a lungo usato il termine “rabbinessa” (ricordo, per esempio che così era chiamata la nostra Ornella Sierra). Si tratta di figure rilevanti, ben presenti nella tradizione ebraica, nel midrash e nel Talmud. E anche nelle Comunità ebraiche nel corso della storia le mogli dei rabbini hanno spesso svolto funzioni importanti, di insegnamento e consiglio, permettendo alle donne di avere una figura femminile a cui rivolgersi. Ancora oggi nelle Comunità ebraiche italiane, ortodosse, non abbiamo rabbine nel senso di donne-rabbino ma abbiamo avuto e abbiamo molte validissime rabbine (chiedo scusa per il parziale neologismo, ma il termine “rabbinessa” proprio non mi piace) nel senso di first lady dei nostri rabbini. Da queste considerazioni è nata in redazione l’idea di un’intervista parallela al nostro Rabbino Capo, rav Ariel Di Porto e a sua moglie Elisabetta Triola, anche per conoscere il loro punto di vista di romani trapiantati a Torino sulle differenze e sui contrasti tra grandi, medie e piccole Comunità, emersi ancora recentemente a seguito delle elezioni dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane.

Anna Segre

 

Rav Ariel Di Porto con la moglie Elisabetta Triola

 

Share |