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Escluse, uguali e libere

di Anna Segre

 

In che cosa si differenzia lo studio delle donne da quello degli uomini?

L’ebraismo tradizionale forse non avrebbe dubbi: la donna è tenuta ad occuparsi della casa e dei figli, quindi lo studio, se per gli uomini è un obbligo, per le donne è una sorta di passatempo. Sarebbe un punto di vista molto difficile da condividere per noi oggi, ma forse non siamo tenuti a farlo: l’idea della disuguaglianza tra l’uomo e la donna non è nata come specificità ebraica, anzi, è stata probabilmente assorbita per assimilazione dai popoli circostanti; è paradossale perciò che questa idea sia affermata da qualcuno come valore ebraico addirittura contro i principi fondanti delle società in cui viviamo. In Israele oggi si assiste a fenomeni piuttosto preoccupanti in questo senso, dalle disparità di trattamento nel diritto di famiglia alle remore di alcuni partiti ortodossi contro l’ipotesi di una donna primo ministro (eppure proprio Israele è stato uno dei primi paesi al mondo ad averne una, anche se oggi pare che pochi se ne ricordino). Per fortuna esistono anche numerosi segnali incoraggianti che vanno nella direzione opposta, e sono sempre di più le donne, anche ortodosse, che rivendicano un ruolo più attivo nell’ambito della vita ebraica, prima di tutto nello studio.

Anche la nostra comunità, nel suo piccolo, partecipa a questo movimento. Una delle novità più significative della vita ebraica torinese negli ultimi tempi è il Bet midrash delle donne. Nata soprattutto ad opera di Ruth Mussi e Sonia Brunetti, insegnanti presso la scuola ebraica, l’iniziativa ha raccolto fin dal primo incontro (sulla Meghillat Ester) un’adesione insperata, con la partecipazione di una quarantina di donne: un gruppo estremamente variegato per età, osservanza, vicinanza alla comunità. Gli incontri successivi (sulla figura di Tamar e sul Cantico dei Cantici) hanno continuato a registrare un numero di presenze soddisfacente.

Proprio il suo carattere variegato è il punto di forza di questo bet midrash, in cui si analizzano le interpretazioni tradizionali del testo biblico, e accanto ad esse si accolgono gli spunti più disparati, dall’analisi di testi letterari alle riflessioni storiche e filologiche, alle impressioni personali. Originale e stimolante anche l’approccio proposto nella lezione della Professoressa Amira Cohen Meir (moglie dell’ambasciatore israeliano in Italia), che ha analizzato l’episodio di Tamar (Genesi 38) con l’ausilio dei commenti tradizionali, di testi non inclusi nel canone biblico e dell’iconografia ad esso relativa.

Nel bet midrash torinese ogni donna porta non solo la propria cultura, ma anche la propria esperienza e la propria sensibilità: c’è chi nella Meghillà analizza i giochi di potere alla corte di Persia, chi riflette sulla mercificazione della donna e chi discute sul diritto degli ebrei a difendersi anche a costo di provocare numerose vittime. Come si vede, l’attualità fa capolino da ogni parte.

Sì, ma perché le donne? Che differenza farebbe se questo bet midrash fosse per tutti? Dobbiamo supporre che esista un modo di studiare il Tanakh specificamente femminile, con contenuti specificamente femminili? Certo, naturalmente nel bet midrash di Torino si fa molta attenzione a temi quali la posizione della donna, l’analisi dei personaggi biblici femminili, ecc. Tuttavia sarebbe auspicabile che anche gli uomini ogni tanto si occupassero di questi argomenti, così come, naturalmente, le donne non si occupano esclusivamente di questi.

Non ho la pretesa di rispondere ad una domanda così complessa e dare una spiegazione univoca di un fenomeno assai significativo nella vita delle comunità ebraiche in giro per il mondo (i gruppi di studio femminili come quello torinese si stanno moltiplicando ovunque), ma vorrei proporre una riflessione. Tra gli uomini che studiano il Tanakh, anche se non si può parlare di gerarchia, esistono comunque ruoli istituzionalizzati: ci sono i rabbini, gli studenti di scuola rabbinica, i hazanim, quelli che preparano i ragazzini per il bar-mitzvà, ecc. Le donne, escluse da tutto questo, possono avere gradi diversi di cultura ebraica, ma non ci sono ruoli ufficiali fissati una volta per tutte: forse per questo, finché si è tra donne, tutte si sentono più libere di intervenire e di esprimere la propria opinione, e può sempre capitare che su un determinato argomento ognuna abbia avuto l’occasione di leggere un midrash o un commento che le altre non conoscono. Nell’esclusione le donne sono tutte uguali e questo può diventare il nostro punto di forza.

Anna Segre