Ginevra

 

Pubblichiamo due interventi sulla recente conferenza contro il razzismo organizzata dall’ONU a Ginevra. Indipendentemente da quale sia l’opinione della redazione di HK, gli articoli susciteranno sicuramente un utile dibattito.
 

Due torti non fanno una ragione

di Guido Ortona

 

La Durban Review Conference che si è tenuta a Ginevra dal 20 al 24 aprile ha suscitato come è noto molte polemiche. L’immagine che ne abbiamo avuto in Italia è stata di una conferenza sostanzialmente demagogica, incautamente ma non sorprendentemente promossa dall’ONU, e strumentalizzata pesantemente da alcuni paesi, in primo luogo dall’Iran, a fini antiisraeliani (se non antisemiti); e quindi in contrasto con la missione universalistica della stessa ONU. Il boicottaggio occidentale sarebbe stato quindi un giusto segno di protesta, sia contro gli attacchi a Israele, sia contro lo spazio concesso al presidente dell’Iran. In effetti, la maggior parte dei paesi europei che hanno aderito al boicottaggio lo hanno fatto proprio durante l’intervento di Ahmadinejad.

Questa interpretazione non mi sembra corretta. Si deve notare in primo luogo che la conferenza è stata indetta dall’assemblea generale dell’ONU e convocata presso la sede dell’Alto Commissariato per i Diritti Umani. Questo ha reso improponibile l’esclusione di uno stato membro, quale è l’Iran, così come di intervenire sulla scelta dei suoi rappresentanti, e a maggior ragione sui contenuti dei loro interventi. In altre parole, né la presenza di Ahaminejad né il contenuto del suo discorso possono essere ascritti a una scelta di parte della conferenza. Che si sia trattato di una gaffe è stato del resto riconosciuto: coloro che hanno abbandonato l’aula durante il discorso diAhmadinejad, tranne il delegato della Repubblica Ceca, “hanno successivamente chiarito che non intendevano abbandonare del tutto la conferenza” (The Economist, n. 8628, p. 61). Ciò getta qualche dubbio sul fatto che le cose stiano come dichiarato per esempio da Frattini, e cioè che la conferenza sarebbe stata solo “una tribuna mondiale per lanciare messaggi contro gli Ebrei e contro Israele”. E in effetti nei verbali Israele è citato con connotazioni negative (oltre che dal presidente dell’Iran) solo negli interventi dei rappresentanti dell’Egitto, del Qatar, del Libano, della Siria, della Libia, della Palestina, degli Emirati Arabi Uniti, della Lega degli Stati Arabi e di una ONG. In tutti questi interventi si afferma, con toni più o meno accesi, che il comportamento di Israele nei territori occupati è in contraddizione con la lotta al razzismo e alla xenofobia; in nessuno si rivendica la distruzio­ne di Israele. Che l’occupazione israeliana implichi la violazione di alcuni diritti universalistici è forse opinabile, ma certamente non è insostenibile, né il sostenerlo appare illecito in una conferenza dedicata appunto alla difesa di diritti universalistici. Insomma, Israele è criticato, e in termini sostanzialmente leciti (tranne che in un caso, e forse due – il secondo è la ONG), da molto meno di un decimo degli interventi: non sembra che ricorrano gli estremi perché la conferenza possa essere considerata una tribuna mondiale per lanciare messaggi contro gli Ebrei e contro Israele.

Tuttavia, una conferenza mondiale è per sua natura un luogo dove ciascuno dice la sua; diversa sarebbe la situazio­ne se connotazioni strumentali antiisraeliane, o addirittura antisemite, comparissero nei documenti adottati. Non è così. Il documento finale non contiene alcuna critica specifica a Israele, né alcun riferimento a fatti specifici dietro i quali si possa intuire un’attività del governo israeliano (per esempio, non si dicono cose tipo “non si devono co­struire muri per separare due popoli” o “si condanna il blocco economico di aree occupate”); con un’unica eccezione, a mio avviso non rilevante, di cui dirò subito.

Il documento finale di Ginevra contiene 143 articoli. Il primo “riafferma la dichiarazione e il programma di azione adottati alla conferenza mondiale contro il razzismo, la discriminazione razziale, la xenofobia e l’intolleranza che ne consegue” tenutasi a Durban nel 2001. Si deve quindi ritenere che l’approvazione del documento finale di Ginevra implichi anche l’accettazione di quello di Durban. Questo contiene 341 articoli, 122 nella dichiarazione e 219 nel programma di azione. Nell’articolo 63 della dichiarazione si afferma il diritto dei Palestinesi ad avere un loro stato (senza accennare né ai confini né alla capitale) e il diritto di Israele a vivere in sicurezza. Dato che que­sta è anche la posizione dell’Italia e dell’Unione Europea, non è evidentemente questo articolo che può avere motivato il boicottaggio. Nell’articolo 65 però si “riconosce il diritto dei rifugiati a tornare volontariamente alle loro case e alle loro proprietà”. Non si parla di rifugiati specificamente palestinesi, ma la collocazione nell’artico­lato suggerisce che si tratti quanto meno anche di essi.

Questa è l’unica critica al comportamento di Israele, diretta o indiretta, che si può trovare nei 484 articoli complessivi dei due documenti. Ed è una critica molto debole, se si considera:

(a) che l’avverbio “volontariamente”, nella logica bizantina dei documenti dell’ONU, apre la strada ad altre solu-zioni, purché accettate dai profughi. In effetti, nei documenti della Road Map si legge che la soluzione che verrà trovata dovrà includere “an agreed, just, fair, and realistic solution to the refugee issue”;

(b) che l’articolo 54 (che appare una pagina prima) afferma, nuovamente in termini generalistici, che, la soluzione del problema dei rifugiati e dei profughi (refugees and displaced) può consistere “nel ritorno volontario in sicurezza e dignità ai paesi di origine, ma anche nello stanziamento in altri paesi ove ciò sia appropriato e fattibile”;

(c) sopratutto, che una dichiarazione come quella dell’art. 65 è inevitabile in un documento che tratta in termini universalistici dei diritti umani, e che deve occuparsi anche dei diritti dei refugees and displaced. Cosa altro avrebbe potuto dire? Che tutti i profughi hanno diritto a tornare, tranne i palestinesi? O che i profughi non hanno mai diritto a tornare? O che i profughi hanno diritto a tornare, a meno che il paese di origine sia contrario? O ancora, con assordante silenzio, semplicemente non parlare dei profughi palestinesi? Tutte queste formulazioni avrebbero costituito un appoggio esplicito a Israele, ovviamente non accettabile da molti paesi. In presenza della necessità di affermare i diritti fondamentali dei refugees and displaced, insomma, quella formulazione appare come quella meno aggressiva possibile nei confronti di Israele.

Quand’anche non si fosse d’accordo con quanto sopra, rimane il fatto che, ripeto, questo è l’unico articolo su 484 che si possa ritenere con qualche fondamento che contenga una critica ad Israele (non ce ne è ovviamente nessuno antisemita). A me sembra chiaro che è un pilastro molto debole su cui appoggiare l’idea di una conferenza talmente antiisraeliane da giustificarne il boicottaggio, e quindi il rifiuto di partecipare in sede ONU alla lotta contro il razzismo, la discriminazione razziale, la xenofobia e l’intolleranza che ne consegue. È vero che a Durban ci furono momenti di intolleranza antiisraeliana e – credo – anche antisemita; ma essi si svolsero al di fuori della conferenza, nel Forum delle ONG, convenute a Durban con molto disordine e senza controllo. Che l’ONU si sia pentita di averlo organizzato è dimostrato dal fatto che a Ginevra non lo ha fatto.

Ma allora, perché? Perché la conferenza è stata vista, da Israele in primo luogo e a seguire da quei paesi che ri­ten­gono di doverlo appoggiare, come un attacco a Israele? La risposta che dobbiamo dare – dobbiamo, perché non ve ne sono altre possibili – è, come vedremo, tragica.

Occorre a questo punto notare che i due documenti, quello di Durban e quello di Ginevra, sono del tutto con­di­vi­si­bili. Per “condivisibili” intendo che chiunque fra i lettori di Ha Keillah vorrà leggerli sarà d’accordo con essi; e con “del tutto” che approverà tutti i suoi articoli, tranne forse il citato articolo 65 di Durban e qualche spunto rela­tivamente minore non riferibile a Israele (per esempio, io sono un po’ preoccupato dall’invito a punire penalmente la diffusione di idee incitanti all’odio razziale, in quanto la punizione della diffusione di idee è co­mun­que una fac­cenda molto delicata). I due documenti si riducono in sostanza alla reiterazione dell’affermazione che il razzismo, la discriminazione razziale, la xenofobia e l’intolleranza che ne consegue sono deprecabili sempre e ovunque, e alla raccomandazione di una serie di misure per ovviare alle loro conseguenze, per offrire protezione e dare voce alle vittime, e per combatterne la diffusione. Qualcuno non è d’accordo? Spero (e penso) di no. Eppure il boi­cot­taggio della conferenza e l’adesione alla politica israeliana in materia implicano proprio questo disaccor­do. Il go­verno israeliano insomma riconosce che il fatto stesso che si approvi un documento solenne e con valore mondiale su questi temi implica una critica al suo operato, e sceglie di offuscarne la portata sulla base di accuse pretestuose; in ciò coerentemente appoggiato dai suoi alleati, e – meno coerentemente – da una stampa, quale quella italiana, tradizionalmente superficiale e disonesta (di fronte alle affermazioni di Frattini secondo cui il documento di Gine­vra contiene gravi attacchi a Israele anche se questo non viene nominato, qualsiasi giornalista serio avrebbe dovuto sentire il dovere di raccontare cosa dicono davvero questi documenti).

In effetti, è lecito pensare che Israele stia effettivamente violando alcuni principi fondamentali sanciti a Durban e a Ginevra, e con cui credo che siamo tutti d’accordo. Per esempio, l’art. 5 della dichiarazione di Ginevra richiede che “si contrastino con grande determinazione tutte le forme di discriminazione etnica in tutte le aree del mondo, compreso quelle sotto occupazione straniera”, l’art. 42 (e altri) chiede agli stati di collaborare con le associazioni per i diritti civili per migliorare l’informazione sulle violazioni dei diritti universali, l’art. 83 chiede con insistenza (urges) che gli stati evitino discriminazioni politiche, e l’art. 110 di promuovere la partecipazione politica delle minoranze (cito questi due articoli a proposito della decisione del Parlamento israeliano di escludere dalle elezioni alcuni partiti arabi, decisione poi fortunatamente cassata dalla Corte Suprema), l’art. 120 chiede agli stati di istituire uffici indipendenti di reclamo contro la discriminazione, e si potrebbe continuare abbastanza a lungo. Tut­tavia, le violazioni degli articoli citati sono opinabili caso per caso, e violazioni anche gravi possono essere giu­sti­ficate con qualche fondamento giuridico nel quadro di una situazione di conflitto, purché questa sia dichia­rata­mente provvisoria e in via di soluzione. In altri termini, Israele è abituata a essere accusata di violazioni di alcuni diritti fondamentali (a mio avviso fondatamente, ma non è questo il punto), ma ciò non gli ha impedito di aderire in passato a numerosi documenti universalistici dell’ONU, come la Convenzione sullo Status dei Rifugiati nel 1951 e la Convenzione Internazionale sull’Eliminazione di Ogni Forma di Discriminazione Razziale (ICERD), piuttosto vicina in spirito e in dettato alle dichiarazioni di Durban e Ginevra, nel 1979.

Cosa è successo allora di nuovo, tale da giustificare una così plateale manovra di sabotaggio di una conferenza che tra l’altro richiede agli stati di lottare contro l’antisemitismo (art. 150 di Durban, richiamato dall’art. 12 di Gine­vra) e afferma che l’Olocausto non deve mai essere dimenticato (art. 66 di Ginevra)? Penso che la novità sia la nuova politica israeliana, ovvero la politica del nuovo governo israeliano: che sempre più appare orientato verso il disconoscimento del diritto ai palestinesi a uno Stato e verso la riduzione dei diritti dei palestinesi di cittadinanza israeliana. In altri termini, le violazioni dei diritti dei palestinesi perdono lo status di inevitabili conseguenze di una situazione bellica non voluta (non sempre affermato in buona fede, beninteso), cui si porrà rimedio nell’ambi­to di una pace complessiva, per acquistare quello di scelta politica voluta e coerente. Ora, mentre casi anche numerosi di violazioni individuali di diritti, per esempio con riferimento alla mobilità o all’occupazione di suoli, incontrano necessariamente difficoltà nell’essere impugnati come violazione di una carta della Nazioni Unite, sia per la complessità dell’iter, sia per la possibile giustificazione caso per caso per motivi giuridici o di sicurezza, l’adozione di provvedimenti legislativi o governativi che vadano nella direzione indicata costituirebbe una viola­zione palese e plateale, che porterebbe facilmente alla messa in stato di accusa di Israele presso le Nazioni Unite, e su un terreno in cui avrebbe molta difficoltà ad ottenere l’appoggio dell’opinione pubblica (e quindi dei governi) occidentali, soprattutto dopo la fine dell’era di Bush. Meglio quindi mandare tutto a carte quarantotto, o almeno provarci.

Giungiamo quindi, mi pare inevitabilmente, a questa conclusione, che più sopra definivo tragica. Il mondo ha ap­provato una serie di documenti di principio, del tutto condivisibili, volti a contrastare il razzismo, la discrimi­na­zio­ne razziale, la xenofobia e l’intolleranza che ne consegue; documenti che tutti noi dovremmo auspicare servano come base per un’effettiva politica in questo senso. Israele si pone contro questi principi e contro queste politiche. Si pone cioè dalla parte di chi ritiene di essere danneggiato dalla lotta contro il razzismo, la discriminazione razziale, la xenofobia e l’intolleranza che ne consegue. Possiamo sintetizzare in questo modo: per motivi storici, Israele si trova in una situazione in cui gli è impossibile ottemperare ai giusti dettami della lotta contro il razzismo e la xenofobia; ciò che è grave è che sempre più cerca di uscire da questa situazione non affrontando il problema, ma negandolo.

È certamente scandaloso che paesi che ottemperano assai meno di Israele alle richieste di Durban e Ginevra si permettano di mettere Israele sotto accusa, sotto la protezione dell’impossibilità di un’opposizione interna. Ma questo è un altro scandalo, che non neutralizza in alcun modo il precedente. Due torti non fanno una ragione. Con un’analogia che mi sembra molto valida, tutti noi siamo convinti della perversità di Al Qaeda, ma spero che nessuno di noi porti questa perversità a giustificazione di quella di Guantanamo. Si può obiettare (un’obiezione che io non condivido) che Guantanamo non è necessaria, mentre la politica di Israele verso i palestinesi lo è, data la logica della guerra. Ma l’accusa che si rivolge a Israele è appunto di non volere uscire da questa logica.

Credo però che ci sia anche un altro motivo, più contingente, meno lungimirante e altrettanto tragico per il boicottaggio della conferenza di Ginevra.

Il “non volere” uscire dalla logica della guerra di cui parlavo più sopra è in buona parte un non potere, dovuto a sua volta alla natura democratica di Israele: l’attuale politica oltranzista è ciò che la maggioranza degli israeliani vuole, e come tale può sembrare “giusta”. Non lo è, il fatto di essere democratici non esclude la possibilità di com­portamenti efferati: a partire almeno dalla democratica Atene di Pericle, la storia è talmente piena di efferatezze imperdonabili perpetrate da paesi democratici che è inutile suggerire degli esempi. La natura democratica di Israele però implica anche che la politica israeliana sia sensibile alle accuse di violazione dei diritti umani. Chi ha a cuore sia il destino di Israele che la lotta contro il razzismo e la democrazia ha quindi pieno titolo per chiedere a Israele il rispetto dei diritti universali sanciti a Durban e a Ginevra. In effetti, è lecito sperare che l’evidenza delle violazioni di questi diritti diventi un importante argomento nella politica israeliana, proprio perché Israele è democratico, e contribuisca a contrastarne la deriva nazionalista e antidemocratica. Anche su questo ci sono casi analoghi nella storia; per esempio, Zapatero deve la sua prima vittoria elettorale all’impopolarità dell’intervento in Irak, e la svolta di Obama è stata propiziata anche dal rifiuto delle pratiche illecite di Bush.

Ora, se le cose stanno così, è chiaro che l’establishment nazionalista israeliano ha tutto l’interesse a far sì che di queste cose non si discuta, e a criminalizzare chi solleva questa problematica accusandolo di fare il gioco del nemico. Se l’inosservanza del rispetto di alcuni diritti umani fondamentali può a buon diritto diventare un argomento importante nella politica interna israeliana, allora a molti in Israele conviene evitare che l’ONU li af­fer­mi solennemente; è un modo per ottenerlo è appunto fare apparire la conferenza che se ne occupa una pura in­venzione propagandistica. È la stessa vecchia logica per cui un po’ ovunque i pacifisti sono stati e sono accusati di essere dei traditori, gli organizzatori degli scioperi di volere “in realtà” il comunismo ateo e sovversivo, e i so­stenitori dei diritti civili di essere amici dei terroristi (o, in altri tempi, dei comunisti); e che ha portato Ahmadinejad a usare la conferenza di Ginevra come tribuna contro Israele.

È probabile che alla lunga questa politica sia suicida, perché mette Israele (proprio Israele!) in rotta di collisione con la difesa universalistica di alcuni diritti umani fondamentali, e lo porta quindi ad adottare comportamenti che i paesi democratici, proprio in quanto tali, avranno sempre maggiori difficoltà ad appoggiare. Anche per questo (ma certamente non solo per questo) è bene lottare contro questa politica. Nel nostro piccolo, noi possiamo contribuire evitando in primo luogo di cadere nella trappola della disinformacija.

 

Guido Ortona
guido.ortona@sp.unipmn.it