Israele

 

Il popolo del deserto
Pensieri durante un viaggio nel deserto dell’Esodo

 di Giovanna Fuschini

 

Nel Libro dei Numeri (Bemidbar ossia “nel deserto”) il deserto è lo scenario dove è ambientato il viaggio del popolo d’Israele, ma esso è anche il vero protagonista del libro e non solo sul piano metaforico.

È un deserto sconfinato, fatto di rocce modellate dal vento dei millenni; le pareti sono a strapiombo, le vallate aspre. Nelle diverse ore del giorno la luce mutevole disegna ombre misteriose sulle rupi, e vi mette in risalto inverosimili striature di colore nero, ocra, bianco, rosso; il cielo, sopra il deserto, di notte è così gravido di stelle da sgomentare, di giorno è vuoto, solo il calore vi sfolgora spietato. Nelle stentate oasi, gli alberi proiettano sui sassi un’ombra che non riesce a recare sollievo.

In questa difficile via fra monti infuocati e impervi, che percorre il sud della penisola del Sinai, è collocato dai più l’itinerario della moltitudine in fuga dall’Egitto e dalla schiavitù, di cui ci parlano le Scritture. Oggi una strada asfaltata percorre il deserto, passando accanto a luoghi che vengono fatti coincidere con le soste del popolo migrante narrate in Esodo: poco dopo l’attraversamento del canale di Suez, che oggi si effettua in tunnel, una piccola oasi, protetta da poche palme, reca il nome di Ain Musa e cioè sembra conservare il nome di Mosè, il ricordo antichissimo del suo passaggio. L’esistenza di due cisterne abbandonate ha fatto identificare la località vicina con la Mara biblica, dove gli Israeliti trovarono con gran delusione l’acqua salmastra.

In lontananza, navi in attesa di attraversare lo stretto, simili a miraggi nel deserto, sembrano solcare le dune.

Poi la strada sale verso le montagne. È una zona particolarmente brulla, dove il popolo di Mosè dovette giungere sfinito, assetato e affamato. Sappiamo che si alzarono proteste contro Mosè e Aronne: “... ci avete fatti uscire in questo deserto per far morire di fame tutta questa moltitudine?” Allora disse il Signore a Mosè: “Ecco, io sto per far piovere pane dal cielo...”. Infatti la sera un grande stormo di quaglie migranti, portato dal vento del deserto, si abbatté sull’accampamento. Il mattino seguente il terreno era coperto di qualcosa di minuto e granuloso che gli Israeliti guardarono con stupore chiedendosi: che cos’è questo? Lo assaggiarono: aveva il sapore di focaccia col miele. Quel “cibo degli angeli” fu poi chiamato manna.

A Refidim Israele trovò un’oasi rigogliosa con abbondante acqua, appena in tempo perché Mosé non venisse lapidato dal popolo che cominciava a dubitare: “Il Signore è in mezzo a noi sì o no?”. E poco dopo i fuggiaschi dovettero affrontare anche un assalto di predoni del deserto, gli Amaleciti. E la strada continua a inerpicarsi sulle pendici di montagne sempre più selvagge, fra gole inquietanti, tanto che anche Mosè cadde in preda al timore: “Signore, se tu non camminerai con noi, non farci salire di qui...”. Ma il Signore passò accanto a lui come un alito di vento. Riconfortato, Mosè condusse il popolo fino al Sinai, dove lo fece accampare. Dopo tre giorni, era appena spuntato il mattino, la montagna cominciò a tremare, si udì un boato assordante come il suono di mille trombe e una nube nera si levò dalla cima del monte, fra folgori e baleni. Sul Sinai era sceso il Signore e parlava a Mosè con voce di tuono:... non ti farai idoli, non pronuncerai invano il nome del Signore, ricordati del giorno del sabato ...

Molti pensano che il monte dove il Signore parlò a Mosè sia quello che oggi, presso il monastero di Santa Caterina, viene scalato di notte da turisti e pellegrini, ansiosi di giungere alla cima, per godere lo spettacolo del sole che spunta sul deserto. Certo questa desolata regione è una delle zone al mondo più soggette ai terremoti e in Esodo 19 abbiamo senza dubbio la descrizione più antica di un terrificante evento sismico. Ma Dio può parlare all’uomo anche attraverso eventi naturali, può terrorizzarlo con l’esplosione di un vulcano, può ridargli speranza tracciando nel cielo una luminosa scia di colori, oppure può fargli sentire la sua presenza con un leggerissimo fruscio di vento nel silenzio, come accadrà al profeta Elia alcuni secoli dopo, proprio in questo stesso deserto.

Però i profughi israeliti non erano ancora pronti a percepire una voce divina così fievole; e, mentre Mosè intraprendeva il suo dialogo con Dio in solitudine sul monte, essi pretesero un dio accessibile, meraviglioso, luccicante d’oro, come ne avevano visti in Egitto... Aronne comprese la loro esigenza di uomini limitati e concesse l’idolo. Tutti ricordano l’ira tremenda di Mosè al suo ritorno nell’accampamento, ma forse non si riflette abbastanza sull’atteggiamento che Mosè assunse davanti a Dio, il quale voleva distruggere tutto quel popolo irriconoscente e infedele: “Signore, perdona loro, se no cancellami dal tuo libro”. E Dio si convinse che valeva ancora la pena tentare, se a capo di Israele c’era un così strenuo intercessore.

Da qui l’itinerario dell’antico Israele, narrato in Esodo, si perde nel deserto. È il Libro dei Numeri, il Bemidbar,che si incarica di raccogliere e unificare alcune tradizioni confuse: il passaggio per l’attuale zona di Eilat, la permanenza nella valle di Kadesh Barnea, ricca di sorgenti, il deserto di Paran, il monte Seir... Dal Sinai verso est si scende per stretti canaloni che diventano poi vallate più ampie, veri e propri wadi. Si tratta di zone che ai tempi di Mosè erano battute da carovane provenienti da Canaan e dall’Arabia, dirette in Egitto e viceversa.

Oggi, presso qualche sorgente disseccata, si riconoscono antichi luoghi di sosta: sulle rocce spiccano ancora graffiti e iscrizioni o disegni di cammelli stilizzati che circoscrivono lettere di un alfabeto indecifrabile. Si tratta forse di segnali, di indicazioni che i carovanieri lasciavano per comunicarsi distanze, giorni di cammino, oppure quei graffiti sono segni di riconoscimento fra tribù migranti, quasi appuntamenti fra nomadi del deserto per ritrovarsi accanto a un pozzo, per raccontarsi nella notte, attorno a un fuoco, antiche storie, e tramandare così nomi, leggende, costumanze... .

Le rocce lavorate dall’acqua e dal vento assumono aspetti ingannevoli, sembrano strane fortezze. Fra queste antichissime strutture geologiche, cumuli di pietre (resti di primitivi luoghi di culto) si alternano a pozzi attorno ai quali oggi i beduini piantano le loro tende nere o si costruiscono semplici casette cubiche colore del deserto; qui le donne tutte vestite di nero vendono fossili e piante medicinali raccolte vicino alle sorgenti, gli uomini fanno pascolare asini e capre, abbeverano cammelli. Qua e là posti di blocco militari segnalano la presenza di confini malsicuri.

Attraverso questi luoghi si snoda il resto del viaggio dal Sinai al Giordano, descritto nel Bemidbar. Ormai Dio, nonostante continue mormorazioni e ribellioni, nonostante l’ostilità di popoli come Edomiti e Amorrei che si oppongono all’attraversamento delle loro terre, nonostante i morsi dei serpenti velenosi, conduce il suo popolo verso la terra promessa.

E molti cominciano a morire: Miriam spira presso le sorgenti di Kadesh, Aronne tra le rosse pareti rocciose di Petra, che già al tempo dell’Esodo accoglievano una primitiva necropoli. Nessuno di coloro che avevano vissuto con Mosé l’epopea della traversata del Mare delle Canne arriverà alla terra promessa. Neppure Mosè potrà entrare in Canaan. Egli muore sul monte Nebo, sulla cui vetta, che si affaccia sul fiume Giordano, oggi è stata costruita una balconata di legno ed è stato apposto un cartello recante le distanze dai più importanti luoghi santi, perché i pellegrini possano immedesimarsi meglio negli Israeliti di tremila anni fa, giunti quasi alla meta, ma qui fermati da un arcano divieto. Di qui lo sguardo spazia su tutta la valle del Giordano. Fra le nebbie compare l’agglomerato di Gerico, a volte si può indovinare perfino Gerusalemme. È una visione che ci parla del dolore di Mosè, per i tanti anni trascorsi nel deserto ubbidendo a una voce interiore, per la morte che sente arrivare senza aver portato a termine il suo compito.

È interessante conoscere le ricerche sul periodo storico in cui è collocato l’Esodo, ricerche che impegnano molti studiosi nella fase attuale dello studio biblico. Fra tali ricerche si inserisce l’indagine sulla vera etnogenesi di Israele, e sulla evoluzione della sua religione. Oggi alcuni storici tendono a superare l’idea, di diretta ispirazione biblica, della fuga dall’Egitto e della conquista militare di Canaan; prevale invece la teoria di una sedentarizza­zione di gruppi pastorali già presenti nell’area e di infiltrazioni di tribù nomadi dall’adiacente deserto, nell’ambito della grande crisi politica che si verificò nel passaggio dall’età del bronzo all’età del ferro.

Ancora più importante per l’autoidentificazione di Israele è, secondo altri storici, l’evoluzione religiosa dall’arcai­ca fede in El, divinità considerata da molti di origine cananea, al puro monoteismo verso il. Dio tetragrammato. Questa evoluzione è influenzata dall’apporto dei culti agricoli e pastorali dei popoli circostanti, ma anche accompagnata dalla spasmodica ricerca di una differenziazione dal contesto sociale in cui il popolo di Israele si inserisce.

In questa complessa analisi trova spazio anche una più recente teoria: sulla base di analogie tra Genesi e cosmogonia egizia, fra alfabeto ebraico e geroglifici, fra nomi di patriarchi e nomi di faraoni, alcuni hanno creduto di poter attribuire la formazione del nucleo originario del popolo eletto a profughi dell’antica capitale di Ekhnaton, il faraone monoteista.

Chi percorre oggi l’itinerario dell’Esodo rimane suggestionato dall’aspetto maestoso, religioso di quel deserto e non può fare a meno di pensare che proprio qui, nel paesaggio sconfinato e strabiliante del Sinai, fra queste vertiginose montagne, il popolo in fuga abbia sentito aleggiare lo spirito di Dio come nell’abisso primordiale. Abi­tuati agli angusti spazi delle loro casupole da schiavi, ai vicoli maleodoranti, ai fossi dove pestavano l’argilla e la paglia per i mattoni del faraone, i figli di Israele si trovano improvvisamente in spazi sconfinati, sconosciuti; sono liberi, ma sperduti, indifesi, cercano qualcosa a cui ancorarsi.

Ecco allora che le strane e maestose montagne di quel deserto suggeriscono un’astrazione della Divinità, l’idea di una inaudita trascendenza. Certe imponenti pareti rocciose possono far pensare alla potenza delle “spalle di Dio” che balena per un attimo nella mente di Mosè. Forse è questo che fa recuperare a Israele il primitivo nome divino di El S_addaj, (per alcuni: il Signore della montagna), nome già usato dai patriarchi. Ma questo Signore del de­serto è troppo impenetrabile per menti ancora legate all’idolatria, spesso è muto, a volte è ostile.

Una cosa che infonde maggior sicurezza a Israele nel deserto è dare una dimensione al tempo, in quell’immensità infìda dello spazio. È forse così che nasce l’idea della ciclicità dei giorni della settimana, col ritorno continuo del sabato sacro, a concludere e ricominciare il ciclo. E allo stesso modo vengono stabilite anche le date delle feste, delle radunanze, i giorni di riposo, l’inizio del nuovo anno con la celebrazione della Pasqua, cioè la liberazione dalla schiavitù; insomma è nel deserto che gli Israeliti assumono per patria il tempo piuttosto che lo spazio, come è stato detto.

E, dopo lunghe giornate di marcia, quando la sera si siedono attorno a un fuoco, reca loro conforto ascoltare i poeti e i cantori. Allora il silenzio è interrotto solo da voci che raccontano l’affascinante epopea dei padri.

Insomma, benché le teorie di certi studiosi moderni tendano a limitare,o addirittura a cancellare l’esperienza del deserto, essa non può essere impunemente eliminata dalla storia primitiva di Israele. Non si potrebbero spiegare, altrimenti, i segni indelebili lasciati su questo popolo dalla vita nel deserto, come il singolare culto dei morti con l’omaggio di sassi alle sepolture, la dimensione sacra del tempo, il senso rigoroso della trascendenza, il valore della memoria e, soprattutto, il potere del sogno, che nel tempo ha aiutato gli Ebrei a elevarsi al di sopra delle afflizioni della realtà e ad attendere sempre una superiore salvezza.

 

Giovanna Fuschini