Israele

 

Riflessioni di un datì anomalo

di Reuven Ravenna

 

Agli inizi tutto era, per così dire, chiaro e netto. Quando a poco a poco entrai nel mondo ebraico e, ancor più, dopo la mia alyà, il settore degli ortodossi era, con eccezioni, suddiviso in due grandi blocchi, i sionisti religiosi , le “kippot serugoth” (le “papaline intessute a uncinetto”, e gli ultraortodossi, i “haredim”, le “kippot shechorot”, le “papaline nere”). Questa divisione risaliva a decenni addietro, agli albori del Sionismo, movimento di rinascita nazionale, in senso moderno, a cui si erano unite fasce, minoritarie, degli ortodossi della Europa Orientale ed élites di quella Centrale. La massa che era rimasta legata alla Tradizione, reagendo in parte alle sfide della modernità, si organizzò nella “Agudat Israel”, antisionista, espressione delle yeshivot e delle “Corti” chassidiche, a difesa della sopravvivenza del mondo della Torà, minacciato da forze interne, non meno che da quelle non ebraiche.

La Shoah scompigliò, tragicamente, questo stato di cose. I grandi centri dell’Est, fulcro di movimenti,di istituzioni, di un ebraismo vitale e fortemente ideologico, vennero travolti dal massacro nazista. Nel dopoguerra, impoveriti di uomini, si iniziò la ricostruzione. I superstiti lasciarono le terre impregnate del sangue di milioni, avviandosi in Occidente, soprattutto nel Nord America, e , in gran numero, verso Erez Israel. La realtà aveva abbattuto barriere ideologiche, nella pratica. La Terra avita accolse migliaia di ‘olim dai Campi profughi europei, laici, sionisti socialisti, religiosi del “Mizrahi”, partito del Sionismo religioso, e “agudisti”, che pur criticando la non osservanza della maggioranza, cominciarono a collaborare attivamente nell’affrontare gli enormi problemi dell’Yishuv e di lì a poco tempo del giovane Stato d’Israele.

Io che in quel tempo incominciai la lunga e non sempre retta via della autoconcretizzazione ebraica, fui influenzato, naturalmente, dalla realtà della Italia ebraica, terra di passaggio di masse migratorie verso i lidi palestinesi o, in misura minore, verso le Americhe che si aprivano ad orizzonti ben più ampi di quelli che avevano scorto limitati gruppi della precedente generazione. Così venni a contatto col Movimento “Hechaluz” che nel primo decennio postbellico portò in Erez Israel decine di chaluzim, con gli Zofim che univano giovanissimi o meno giovani – religiosi o “laici” – prima che si distinguessero in “Hashomer Hazair” e “Benei Akiva”. Erano gli anni della guerra fredda e molti ebrei, usciti dalla persecuzione e dalla dittatura fascista, simpatizzavano con il Partito egemone della Sinistra, soprattutto se nelle loro aspirazioni l’alyà non era più considerata una decisione esistenziale prioritaria. Tornato in Italia per gli studi universitari, dopo un biennio israeliano che mi fornì le basi di una ebraicità tradizionalista e aperta ad un tempo, nello spirito di “Torà VaAvodà” vissi una stagione, forse la più bella, almeno nella mia nostalgica memoria, dell’attività giovanile ebraica italiana. Vi appresi valori e sentimenti che mi hanno accompagnato e mi accompagnano fino ad oggi nelle mie valutazioni e nelle mie identificazioni ideologiche, culturali e anche politiche.

Tornando a prospettive storiche, il quadro che ho tracciato in sintesi ad apertura di questo scritto è stato radicalmente modificato, come tutto il quadro israeliano, da due spartiacque le cui conseguenze hanno influenzato e continuano a influenzare la nostra esistenza. Alludo alla Guerra del ’67 e, ancora fresco, il trauma del disimpegno dalla Striscia di Gaza e da una zona della Samaria settentrionale. In modo particolare, l’ebraismo tradizionale, nelle sue diramazioni, ne ha subito le conseguenze, modificando in grande misura la propria natura, gli obiettivi da perseguire e i rapporti politici. Nel primo ventennio dello Stato, la problematica “religiosa” verteva sui grandi problemi della coesistenza tra le componenti del popolo, nell’affrontare temi spinosi all’ordine del giorno, quali l’osservanza dello Shabbat e delle feste nell’ambito pubblico, gli indirizzi dell’educazione delle giovani generazioni, la definizione di Ebreo, e altri ancora. Il Sionismo religioso, che nel frattempo si era unito in unico partito, era – al vertice governativo – il protagonista e il principale interlocutore della maggioranza “laica” guidata dal Laburismo.

La linea politica era dipragmatismo non sempre attivista, permanendo l’ostilità e il negazionismo arabo.

Il fulmineo ritorno ai luoghi più salienti per la nostra ebraicità, la Città Vecchia di Gerusalemme, il Monte del Tempio, la Giudea, dove ritrovammo le rovine delle colonie religiose distrutte nel ’48, Hevron e la Samaria, le terre dei Padri, ci hanno scosso nel profondo dell’anima, modificando, radicalmente la visione e le aspirazioni dei più, e ciò in particolar modo nelle fasce giovanili del mizrahismo, che, da tempo, criticavano la subordinazione della leadership alle direttive del Mapai, fossilizzato e corroso da un pluriennale potere. L’imperativo dell’ora era il rafforzamento delle radici nella Terra Avita, nelle Regioni fino allora precluse. La Guerra del ’73, che mise a fuoco responsabilità e negligenze, portò fatalmente al ribaltone politico del ’77 e al primo Governo della Destra, che dette mano libera al “Gush Emunim” (“Blocco della Fedeltà”) nella fondazione di insediamenti in zone palestinesi e agli ultra-ortodossi, che nel frattempo vennero rafforzati dal nuovo Partito Shas degli orientali-sefarditi, il monopolio delle istituzioni religiose. A poco a poco la dirigenza del vecchio Mizrahismo venne esautorata o uscì di scena, e il Sionismo religioso organizzato pose l’accento sulla Salvaguardia della Integrità dell’Erez Israel Occidentale in possesso israeliano. A pari passo con un atteggiamento massimalista in geopolitica, le nuove leve si sono segnalate per un crescente grado di osservanza delle mizvoth, per un distacco dalla cultura dei gentili, definendosi “Haridim leumiim”, “ortodossi nazionali”, avvicinandosi agli a-sionisti o gli anti-sionisti del settore Agudista. Gruppi minoritari, di intellettuali o di provenienti dall’Occidente, hanno perpetuato i vecchi ideali della “Torà vaAvodà”, di dialogo costruttivo con i laici, anche di sinistra, di partecipazione in tutti i campi della società e di armonizzazione dei valori ebraici con quelli della cultura moderna e si sono cimentati anche nella politica. Nelle elezioni degli ultimi anni (da solo o assieme al Partito Laburista “Avodà” e nel 2009 con i Verdi) “Meimad” ha cercato di proporre un’alternativa rispetto al Consenso maggioritario decisamente orientato a destra . Nelle legislature in cui è stato eletto, il Rav Michael Melchior, ex Rav della Norvegia, in sede parlamentare ha rappresentato con onore e generale stima l’ideale dello “Stato ebraico e democratico”, e ha inoltre continuamente partecipato a gruppi per il dialogo inter-religioso, per i diritti delle minoranze, per l’aiuto ai bambini handiccapati, promovendo – da Presidente della Commissione dell’Eucazione della Keneseth – il quarto settore scolastico delle scuole comuni a religiosi e “laici”.

Non sapremo mai quali sono state le vere ragioni del “voltafaccia” di Sharon, il Padre degli insediamenti che nel 2005 da Capo del Governo impose la distruzione delle colonie ebraiche nella Striscia di Gaza e nel Nord della Samaria. Il Sionismo Religioso, i cui membri erano gli abitanti, nella quasi totalità, di quella fiorente regione sorta nelle sabbie o nei colli sassosi, si trovò di fronte ad un drammatico bivio: ribellarsi o accettare obtorto collo la decisione di un Governo che pur ha avuto l’approvazione parlamentare. La rivolta paventata, per fortuna, si risolse con manifestazioni più o meno violente ma molto meno accese di quanto si era previsto. Eppure la lacerazione in seno al Sionismo religioso è rimasta. Fasce di militanti non hanno perdonato, dichiarando la sfiducia nei confronti di una Israele democratica, ponendo come valore assoluto la fedeltà a Erez Israel, Terra della Promessa, oltre ogni considerazione di “RealPolitik”, di problemi demografici e di relazioni internazionali. Gli avvenimenti post-disimpegno sembrano aver rafforzato, empiricamente, una tale posizione. Ripeto, la maggioranza dei religiosi è contro ulteriori concessioni ai palestinesi, pur stigmatizzando ribellioni e atti di insubordinazione dei “Ragazzi delle colline”, come vengono denominati i manifestanti degli insediamenti e i loro sostenitori. Un recente studio sociologico ha suddiviso l’ebraismo sionista religioso da questo punto di vista. Un quaranta per cento di “religiosi borghesi” – “cittadini”, pur su posizioni di destra mantengono un approccio più moderato, rispettoso della legalità e meno ostile alla maggioranza “laica”. Un trenta per cento è costituito dall’ala degli ultras “messianici”, guidati da Rabbini intransigenti che danno più direttive dei politici: essi sono pronti ad opposizioni violente e si contrappongono ad ogni apertura verso i nemici, con i quali occorre usare una politica di forza, arrivando al retaggio del Rav Meir Kahane, l’alfiere del transfer (un suo discepolo è stato eletto nella lista dell’Unione Nazionale). Un trenta per cento, infine, si definisce ortodosso moderno, impegnato in movimenti di rinnovamento, in primis nella “Revolution” femminista ortodossa, alla quale riservo una trattazione a parte. Questo settore dà una valutazione positiva dei tesori della Cultura dei Popoli e propende per un coinvolgimento sociale, elementi particolarmente importanti in questa fase di crisi economica generale; non prende posizioni dogmatiche e a prioristiche nel contesto politico. Religiosi di questo tipo li troviamo in tutti i partiti, a destra e persino in Merez, tanto che ci si domanda se la riduzione drastica della rappresentanza parlamentare del Sionismo osservante, a differenza della forza numerica degli ultraortodossi e di Shas, non indichi il superamento di formazioni settoriali.

L’estensore di queste note, fatalmente condizionato dalla propria biografia e figlio dell’ebraismo italiano, non può esimersi da prolungate riflessioni per assumere – ahimé – posizioni di minoranza. Destino comune a non poche persone incontrate lungo il percorso della vita. L’aspirazione ad una concezione umanistica dell’Ebraismo, che si esprima completamente in una società sua, nella Terra dei Padri, sì, senza ignorare l’“Altro”, pronto alla lotta se imposta ma non escludendo a priori ogni dialogo da pari, ripudiando ogni forma di razzismo fondamentalista, aspirando ad una meta messianica “nel Giorno in cui vi sarà un D-o Unico e il Suo Nome Unico”. Per il grande Tikkun dell’Umanità.

 

Reuven Ravenna

Adar 5769