Pesach

 

Pesach 1946
A Golda piacevano le azzime?

di Beppe Segre

 

La faccia materna e severa di Golda Meir ci fissa dalle pagine dell’Haggadah, sopracciglia aggrottate, sorriso impenetrabile. Un fumetto suggerisce un pensiero che non si può confessare: “Per fortuna gli Inglesi non sanno che le matzòt io le odio”. Questo è uno scherzo, non sapremo mai se a Golda le azzime in realtà piacessero o no, ma sappiamo che cosa mangiò al Seder del 1946, nel mezzo della lotta contro le restrizioni del Mandato Britannico contro l’immigrazione ebraica in Palestina. L’8 aprile dall’Italia era arrivato un telegramma: “Siamo 1100 profughi ebrei. Siamo salpati da La Spezia per la Palestina, nostra ultima speranza. La polizia ci ha arrestato. Noi non lasceremo la nave. Ci faremo affondare con la nave se non ci sarà permesso di proseguire per la Palestina, perché non possiamo essere più disperati di come siamo”. Ricorda Golda Meir: “I profughi iniziarono uno sciopero della fame. Il secondo giorno dello sciopero ogni ebreo in Palestina, dai 13 anni in su, digiunò. Il terzo giorno era la vigilia di Pesach. Migliaia di persone arrivarono a Gerusalemme a portare la loro adesione. I rabbini che si erano uniti al nostro digiuno e che presiedevano quel Seder fuori dal comune decretarono che ciascuno avrebbe mangiato un pezzo di azzima, non più grande di un’oliva. I tradizionali bicchieri di vino furono sostituiti da tazze di tè. Il giorno dopo il Seder, si sparse la notizia che ai profughi era stato permesso di entrare in Palestina. Così, il primo giorno di Pesach, si compiva la 101-esima ora del digiuno”.

 

È una delle storie di sofferenza e di resistenza che ci racconta una recente Haggadà pubblicata in Israele: Una notte per ricordare: l’Haggadah delle voci contemporanee. Testo tradizionale, illustrato dai disegni di Michel Kichka, uno dei cartoonist israeliani di maggiore successo, e accompagnato da una enorme quantità di citazioni, di sollecitazioni, di proposte di discussione, con pagine leggere di ironia e di gioco, ed altre di rievocazioni drammatiche e di riflessioni filosofiche.

Il commento intreccia ad ogni pagina il ricordo della schiavitù in tanti momenti della storia del popolo ebraico ed il concetto del dovere etico per ogni ebreo ad impegnarsi contro la violenza, le discriminazioni, e l’ingiustizia.

Diceva Heinrich Heine che a partire dall’Esodo la libertà ha sempre parlato con accento ebraico. E questa Haggadà delle sofferenze di schiavi e delle lotte per conquistare la libertà ce ne ricorda tantissime. Ma anche della importanza della responsabilità dell’uomo, che collabora con Dio stesso e diventa suo partner nell’azione per il Tikun ‘Olam, per il miglioramento del mondo e la riparazione dal male. Insegnava Rabbì Joseph Soloveitchik che Dio stesso attende l’iniziativa dell’uomo, per iniziare il processo della Redenzione.

Si intrecciano le testimonianze che fanno rivivere sedarim drammatici e ricordano momenti di lotta per la liberazione

Negli anni ’80, gli Ebrei Etiopi cercarono di emigrare in Israele, sebbene questo fosse illegale, attraversando il confine con il Sudan e affrontando una lunghissima e pericolosa marcia a piedi. Le guardie di frontiera, i predoni e il deserto spesso trasformarono questa emigrazione in una marcia della morte. L’Haggadah riporta una fotografia che ritrae questi immigranti laceri, carichi di sacchi, contenenti tutte le loro povere cose, e i versi di una canzone popolare: “Ancora, ancora, solleva le tue gambe ancora uno sforzo, verso Gerusalemme. Ancora, ancora presto saremo liberi non fermiamoci, verso la terra di Israele”. Poi, nel 1991, durante l’operazione Salomone (chiamata così perché il re Salomone ospitò la regina di Saba, l’attuale Etiopia) gli Hercules dell’aviazione israeliana portarono ancora quasi 15.000 ebrei etiopi via dalla capitale Addis Abeba, alla salvezza in Israele.

Noi fummo schiavi del faraone in Egitto, e poi del re Faruk e di Nasser, sempre in Egitto” ricorda Yitzchak Tabenkin, membro del kibbutz Ein Harod Haggadah, nel 1953.

Noi passammo tutta la notte a cantare l’Haggadà, come i cinque rabbini al seder a Bnè Beràck” scrive nel suo diario nel 1970 Pini Nahmani, pilota di un aereo abbattuto dai siriani e chiuso in un carcere a Damasco.

Nadia Tauterastein si trovava invece in Unione Sovietica, dove era vietato sia celebrare Pesach sia possedere un’Haggadah. Se ne procura una dalla biblioteca di una chiesa ortodossa, e poi cerca di farne alcune copie per gli amici, ma il rischio è enorme: se fossero stati scoperti, sarebbero stati certamente condannati alla Siberia.

Altri testi vanno più in là, allargano il discorso al tema dell’ingiustizia e della violenza nel mondo, della miseria, delle discriminazioni razziali ancora presenti, dello sfruttamento dei privilegi. Un articolo di Tania Zion Waldoks espone il punto di vista del movimento femminista “Noi donne siamo ancora schiave”.

Un grande spazio ha il ricordo dell’azione e del pensiero di Rabbi Abraham Joshua Heschel: “Sono convinto che le istituzioni religiose ebraiche hanno perso la grande opportunità di interpretare il movimento dei diritti civili in termini di Ebraismo, alla luce degli insegnamenti dei profeti”.

Era il 21 marzo 1965, e Rabbi Heschel a Selma, in Alabama, era al fianco di Martin Luther King, a sostenere il Movimento dei Diritti Civili. Dopo la marcia Rabbi Heschel ebbe a dire “Mi sembrava che le mie gambe stessero pregando”. Nella primavera del 1968 Martin Luther King accettò l’invito di Rav Heschel di partecipare al seder. Ma King fu assassinato il 4 aprile, pochi giorni prima di Pesach, e fu Heschel a ricordare la sua azione al funerale.

In una delle ultime interviste rilasciate alla stampa, nel 1972, al giornalista che gli chiedeva che cosa avrebbe voluto dire ai giovani, Heschel rispose: “Ricordare che c’è un significato al di là delle meschinità e delle sciocchezze, che ogni piccola azione è importante, che ogni parola ha un potere, e che noi possiamo, ognuno di noi può fare la sua parte per riscattare il mondo da tutte le sciocchezze, malvagità e delusioni. Ricordare che la vita è una celebrazione e soprattutto ricordare che il significato della vita è costruire una vita come fosse un’opera d’arte”.

Come sintetizzare il messaggio di speranza messianica e di responsabilità umana, ed esprimere in pochissime parole una visione del senso della vita?

Ci prova Michael Walzer, in “Esodo e Rivoluzione”:

“Primo: con buona probabilità, dovunque voi viviate, siete ancora in Egitto. Secondo: ci deve essere un mondo migliore, una terra promessa. Terzo: il viaggio verso quella terra è attraverso il deserto. Ma non c’è altro modo per raggiungere quel mondo migliore, se non di stare uniti insieme e di marciare”.

 

Beppe Segre

 

A Night to Remember: the Haggadah of Contemporary Voices,
Commenti di Mishael Zion e Noam Zion,
illustrazioni di Michel Kichka.
Jerusalem : Zion Holiday Publications Inc., - 2007. 156 p. ; 20 cm.
Prezzo 18,95 $

http://www.haggadahsrus.com
(Haggadas-R-Us:
books for a richer Jewish home life)