Storia

1939: gli ebrei fuori dalla guardia di finanza

 di Giovanni Cecini

 

Le Forze armate e gli altri Corpi armati dello Stato, attraverso le guerre d’indipendenza e le attività successive sul territorio, hanno rafforzato quel senso d’identità e di appartenenza che legava il popolo italiano alla nuova realtà istituzionale unitaria. I momenti critici non sono mancati, come per esempio l’esperienza del brigantaggio meridionale o i pesanti anni di trincea durante la Grande Guerra; tuttavia in maniera simmetrica il Paese è cresciuto insieme ai giovani coscritti, che anno dopo anno affollavano i distretti e le caserme.

L’ascesa del fascismo al potere assimilò a sé il senso di Patria risorgimentale, inglobando il Paese in un sistema totalitario in cui lo Stato veniva ad identificarsi nel partito. Le leggi razziali furono un ulteriore rottura del precedente sistema liberale che, seppur con tante contraddizioni, aveva permesso alle comunità israelitiche italiane di entrare a pieno titolo nel tessuto sociale della Penisola. Per ruolo istituzionale anche gli enti militari si trovarono ad applicare la legislazione antisemita, benché avessero al loro interno numerosi e validi elementi di origine ebraica, che tanto avevano contribuito alla storia dei reparti d’appartenenza.

I congedi ebbero i loro effetti a partire dal decreto numero 2111 del 22 dicembre 1938, che aveva sancito la definitiva cessazione dal servizio nei corpi armati dello Stato per tutti i cittadini italiani riconosciuti di “razza ebraica”. Se la precedente norma, contenuta nel decreto numero 1728 del 17 novembre 1938, meglio nota come “Provvedimenti per la difesa della razza” aveva posto un regime di attenuazione ai congedi forzati nei confronti degli ebrei meritevoli per motivi patriottici o politici (i cosiddetti “discriminati”), la decisione fascista emanata in dicembre non prevedeva nessuna eccezione all’immediata e totale radiazione dalle caserme, dai distretti e da qualsiasi altra sede di servizio per gli israeliti in divisa, indegni di continuare tale professione a causa della loro “differenza razziale”.

Ecco così che un numero molto rappresentativo di generali, ufficiali, sottufficiali e uomini di truppa lasciarono i loro reparti per tornare alla vita civile con molto sconforto e afflizione, inconsapevoli della loro attribuita colpa, ma all’opposto fieri del loro passato militare, carico di gloria e di valore.

A tal proposito, per indagare l’importante e per nulla casuale partecipazione israelita alla vita patriottica dell’Italia post-unitaria alcuni studi sono stati portati avanti su questo tema. Non ultimo il volume di chi scrive “I soldati ebrei di Mussolini”, con l’intento di ricostruire le gesta significative dei cittadini italiani di religione ebraica, che appartenendo all’Esercito, alla Marina, all’Aeronautica e alla Milizia hanno prima conquistato la piena condivisione della Patria italiana con i loro concittadini cristiani, per poi essere con disinvoltura considerati come figliastri scomodi e da ripudiare.

In queste ricerche però, a ben vedere, si nota un’assenza molto significativa e non trascurabile: la Guardia di Finanza. Nel clima propagandistico del tempo la rivista “Il finanziere”, organo ufficiale del Corpo, nel numero del febbraio 1939 titolò spavalda: “I giudei preferiscono fare i contrabbandieri”. (1) Secondo i dati ufficiali, nelle file delle cosiddette Fiamme Gialle non vi sarebbe stato neppure un ufficiale e a prendere per vero il titolo baldanzoso della rivista non vi sarebbe stato nessun “giudio” neppure tra i sottufficiali e la truppa. Proprio l’autore dell’articolo in oggetto faceva di un vanto tale assenza, come a porre in uno stato di purezza razziale l’organo preposto al controllo delle imposte e al presidio delle dogane: “Le Fiamme Gialle sono tutte Ariane”.(2)

Dalla strana curiosità, che sembrerebbe una singolare eccezione al molto diffuso militarismo dimostrato dagli ebrei a partire dal Risorgimento, è nata l’idea all’interno del Museo storico della Guardia di Finanza di appurare se questa assenza fu effettivamente tale. Attraverso l’iniziativa del direttore dell’istituto, il tenente Gerardo Severino, le prime ricerche hanno dimostrato che in realtà alcuni ebrei hanno prestato servizio presso questo corpo militare, che nei primi anni Trenta addirittura aveva come “comandante” il ministro Guido Jung, elogiato anche dallo stesso Benito Mussolini, “perché un ebreo è quel che ci vuole alle Finanze”.

Ecco quindi scorrere gli annali dell’archivio del Museo e trovare (solo per fare alcuni esempi) i nomi di Leone Pacifici, sottufficiale toscano in servizio nella seconda metà dell’Ottocento, di Saulle Angelini, ufficiale morto in Albania nel 1918, e di Ettore Cesana, giovane veneziano che prestò servizio negli anni Trenta, prima di essere radiato proprio nel 1939.

Anche il Piemonte, centro propulsivo della fedeltà alle istituzioni sabaude nonché regione ricca di importanti comunità israelite, ha dato i natali ad almeno due finanzieri: Attilio Levi di Saluzzo, che dopo il congedo razziale nel 1939, trovò la morte ad Auschwitz nel 1944, e Massimo Daniele Segre di Casale Monferrato, di cui si conosce solo il grado di maresciallo, traendo notizie dal volume di Giampaolo Pansa “Il bambino che guardava le don­ne”.(3)

La ricerca ha dato i suoi primi importanti frutti. Elementi sufficienti per suscitare ancora più curiosità in chi non si è accontentato dell’iniziale presunta assenza di ebrei in questo corpo militare, certo più piccolo per numero, se paragonato alle Forze armate, ma non per questo lontano dalla vita sociale e dall’identità del Paese.

Il proposito di questo articolo è la diffusione di tale tematica e lo stimolo per i lettori a contribuire alla ricerca, attraverso ricordi, testimonianze, fotografie, che possano riaffiorare dalla polvere della memoria familiare e con­tribuire alla valorizzazione del tema caro di Patria, che ha mosso molti giovani ad arruolarsi e a prestare servizio sia nei freddi valichi alpini sia nelle disseminate brigate costiere, ignari della tragica sorta che sarebbe toccata ai propri correligionari, anni dopo, per via della sciagurata decisione del regime fascista di perseguitare una parte così meritoria di cittadini italiani.

Per chi avesse qualcosa da raccontare o in maniera più semplice avesse l’iniziale curiosità di approfondire tale argomento, è pregato di scrivere a uno dei seguenti indirizzi di posta elettronica giovanni.cecini@email.it oppure severino.gerardo@gdf.it. In questo modo verrebbe compiuto un ulteriore e proficuo passo in avanti nel lungo e impervio cammino della Memoria storica di un popolo e di un Paese.

 

(1) I giudei preferiscono fare i contrabbandieri, in “Il finanziere”, numero 6 del 6 febbraio 1939, p. 4.

(2) Ibidem.

(3) G. Pansa, Il bambino che guardava le donne, Sperling & Kupfer, Milano 1999, p. 287.

 

Giovanni Cecini