Monumenti

 

Il memoriale di Auschwitz-Birkenau

di David Rini

 

Tracciare la storia della creazione del memoriale di Auschwitz-Birkenau presuppone l’analisi del lungo processo per la selezione del suo progetto. Potrebbe apparire improprio l’utilizzo di un termine come “competizione”, ma di questo si trattò: una “memorial competition”. Nel 1957 fu indetto un concorso per scultori ed architetti. Era evidente che, a pochi anni dalla fine della Guerra, le tensioni che questo avrebbe causato non avrebbero potuto che allargarsi ben oltre il piano nazionale, e così fu. Di enorme portata sarebbero state le difficoltà: scultore o architetto che fosse, il progettista avrebbe dovuto ricordare e rappresentare eventi orribili. Secondo Young (Young, 1993), poi, si trattava di creare un punto di aggregazione all’interno delle baracche e forni rimasti nel campo alla fine degli anni Cinquanta senza intaccarne e dissacrarne spazi e volumi; si doveva incorporarne la memoria conservandone il contenuto storico.

Vediamo le circostanze del concorso: nel 1957 si apriva la selezione; lo scultore inglese Henry Moore (1898-1986), presidente della commissione, scriveva allora: “La scelta di un monumento per Auschwitz-Birkenau non sarebbe stata certo facile. Quello che si cercava di fare, era creare un monumento al crimine, squallore, sterminio ed orrore. Quel crimine era stato di così enormi proporzioni che nessuna opera d’arte sarebbe mai stata adatta a rappresentare. A parte questo, sarebbe mai possibile pensare ad un’opera d’arte che possa materializzare le emozioni suscitate da Auschwitz?” (traduzione mia).

Tra le 426 proposte presentate, la commissione non ne selezionò una. Un compromesso fu raggiunto soltanto dopo la scelta di tre candidati tra i primi sette selezionati: i tre migliori gruppi furono poi contattati ed invitati a collaborare per la realizzazione di un progetto unendo quelle che consideravano le migliori parti dei lavori per crearne uno nuovo o altrimenti preparare un secondo bozzetto. Il memoriale fu inaugurato nel 1967.

Alla fine di aprile del 1940, circa sei mesi dopo l’occupazione, i nazisti rinforzarono ed elettrificarono le recinzioni intorno le baracche dell’esercito polacco ad Oswiecim, cittadina in Slesia principalmente abitata da Ebrei. Qui eressero torri di guardia e la trasformarono in un Konzentrationslager, il campo di Auschwitz, nome tedesco della cittadina. Anche se alcuni morirono nelle camere a gas, il sito era stato creato come campo di internamento per prigionieri politici polacchi e prigionieri di guerra russi. Entro la fine dell’anno, però, si scelse di ampliarlo e separarlo in due campi di lavoro e sterminio: Auschwitz II e Auschwitz III. Come campo di lavoro forzato, i nazisti costruirono il sub-campo di Buna, vicino alla fabbrica di gomma e carburanti di Monowitz. Come campo di sterminio di massa, invece, rasero al suolo il villaggio di Brzesinka, a tre chilometri di distanza da Auschwitz I, e costruirono un complesso di baracche, camere a gas, forni crematori e fosse comuni alimentato da una linea ferroviaria appositamente dirottata. In quattro anni, circa un milione e seicento mila persone, la maggior parte Ebrei, furono uccisi e inceneriti a Birkenau, i resti interrati, scaricati in stagni vicini e dispersi nella Vistola.

Nel novembre 1944, quando l’Armata Rossa si avvicinava, i nazisti evacuarono il campo, lasciando malati e moribondi obbligando il resto degli internati a spostarsi verso Occidente. Dopo avere minato le camere a gas e i forni crematori e dato alle fiamme diverse baracche, si diedero alla fuga. Le rovine, ancora piene di ca­da­veri e di internati morenti, erano incandescenti quando le prime truppe arrivarono giorni dopo. Per prevenire il dif­fon­dersi di malattie, i soldati russi distrussero e diedero definitivamente alle fiamme diverse baracche a Birkenau, altre vennero invece smantellate da cittadini polacchi in cerca di materiale da costruzione e legna da ardere.

Già nel 1947, il parlamento polacco dichiarò ufficialmente le rovine da “preservare per sempre come memoriale al martirio della nazione polacca e degli altri popoli”. Cinque anni dopo, un gruppo di sopravvissuti e familiari delle vittime si organizzò in un comitato per il campo di Auschwitz, che avrebbe sovrinteso i lavori per il progetto del memoriale. Sebbene la maggior parte dei suoi membri fosse composta di Ebrei, la loro identità di sopravvissuti era largamente definita da esperienze di resistenza e da una tendenza politica socialista. Sin dalla sua concezione, esso aveva inoltre una composizione internazionalista.

Le baracche di Auschwitz-I vennero convertite in padiglioni per la presentazione della storia nazionale e religiosa delle comunità originarie degli internati: belgi, ungheresi, austriaci, Ebrei, e altri diciannove paesi. Nella collezione di memorie patrie connesse con gli anni dell’Olocausto, i padiglioni avrebbero conservato e descritto la storia di quegli anni attraverso la presentazione delle differenze tra le nazionalità coinvolte nello sterminio. D’altro canto, essendo gli Ebrei la maggior parte di coloro che furono concentrati ed annientati, una forte distinzione nazionale, non sarebbe potuta risultare che in una sottolineatura di tanti martîri nazionali, travisando la storia: la persecuzione aveva base razziale, non nazionale; eccezion fatta per la Polonia.

Dopo la Guerra dei Sei Giorni del 1967, il padiglione degli Ebrei fu chiuso, per lavori di ristrutturazione, fino al 1978. Nel suo discorso del 17 aprile, in occasione della riapertura, il ministro per la cultura polacco, Janusz Wiec­zo­rek, diede un’idea della riconsiderazione della partecipazione ebraica al martirio di Auschwitz, sottolineando la comune fine di Ebrei e polacchi che, tra l’entità delle altre vittime, condividevano il primo posto; Entrambi avrebbero così condiviso il medesimo destino; probabilmente in questo senso, intrecciando la storia dello sterminio del popolo ebraico con le vicende dell’invasione nazista e la perdita dell’indipendenza.

Due capannoni furono dedicati alla storia della costruzione e funzionamento del campo. Analogamente a quanto accadde altrove, ad esempio a Majdanek, quello che la maggior parte dei turisti ricordava, era altro: pile di protesi anatomiche, valigie, occhiali, spazzolini da denti, scarpe, e sacchi di capelli. Il significato di questo genere di esposizioni appariva già contraddittorio: ci si doveva chiedere che cosa questi oggetti significassero; che cosa suscitasse la vista di beni provenienti da archivi o magazzini dei campi. Una conoscenza storica, un senso di testimonianza degli eventi, come se gli oggetti ricordassero chi li ha utilizzati, suscitando repulsione, probabil­mente dispiacere o dolore per la loro scomparsa. Che i visitatori di una mostra rispondano più facilmente ad oggetti concreti che a concetti a parole, ad esempio su pannelli, è chiaro. Ma oltre alla risposta emotiva, sarebbe necessario chiederci che cosa questi oggetti abbiano a che spartire con una conoscenza storica di tragici eventi.

Come notava Young (Young, 1993, p. 132), sarebbe necessario domandarci che cosa si intenda fare visitando il campo di Auschwitz a tanta distanza da quegli anni; che si possa conoscere delle vittime e dei loro persecutori; da un lato quello che si visita può essere inteso come ciò che resta dei loro carnefici, crimini e colpe. Le rovine delle distruzioni appena prima della fuga dei nazisti incalzati dall’Armata Rossa, però, ricordano l’esistenza precedente delle camere a gas insieme con lo stesso tentativo dei nazisti di cancellarne le prove: quei resti sarebbero anche monumento sia agli eventi dello sterminio sia alle colpe dei suoi esecutori. D’altro canto questi ci costringono a ricordare le vittime nel modo nel quale i nazisti le avrebbero volute dimenticare: attraverso l’insieme dei loro resti: le uniformi, gli occhiali, i cappelli, le scarpe documentano l’assenza delle vittime dell’Olocausto, coloro che ne facevano forzatamente uso: una testimonianza che comincia dal momento dello sterminio. Non si tratta di tentare di descrivere la vita degli Ebrei internati prima del loro arrivo nel campo o quella durante il periodo dell’internamento, ma il momento della morte e di ciò che ne resta. Nulla di ciò che accomunava gli internati è presentato al visitatore: la loro provenienza, cultura e religione; l’esistenza di un popolo martoriato è presentata soltanto attraverso ciò che di esso rimane: i resti materiali della sua scomparsa.

Nel 1957, il comitato indiceva un concorso per un monumento per dare sede ufficiale alle commemorazioni della liberazione nel gennaio 1945. Per Moore esso sarebbe stato: “Un progetto [che] doveva emergere con dignità, per intensità emozionale e merito artistico, un memoriale così importante e allo stesso tempo unico e straordinario”; membri sarebbero stati Giuseppe Perugini, da Roma, Jakob Bakema da Amsterdam, dell’Unione Internazionale degli Architetti, August Zamoyski da Tolosa dell’International Union of Art, da Parigi Pierre Courthion, per l’associazione internazionale dei critici d’arte, e Odette Elina, e Romuault Gutt da Varsavia, del comitato internazionale per Auschwitz. Riflettendo la sua composizione internazionale, il comitato annunciava che la selezione sarebbe stata aperta a chiunque, eccetto ai collaboratori dei nazisti; il monumento sarebbe stato edificato al termine del tracciato ferroviario che alimentava il campo e non avrebbe dovuto alterare i resti esistenti. La prima riunione avvenne ad Auschwitz alla fine di aprile 1958 per concentrarsi sui 426 progetti presentati da artisti ed architetti di trentasei paesi.

La commissione si trovò di fronte a opere scultoree, architettoniche, d’avanguardia rappresentanti sia il modernismo di primo Novecento, e altre legate alla sensibilità romantica. Affrontare una decisione tanto rilevante in un’epoca di imperante espressionismo astratto, avrebbe messo la commissione di fronte ad un problema esegetico da risolvere senza incertezze; un ostacolo che Moore condivideva e che avrebbe costituito un precedente.

Dopo aver selezionato sette progetti, la commissione invitò gli artisti e gli architetti a visitare il campo e presentare una nuova proposta. Seguendo ancora Moore: “Rimane una mia convinzione che uno scultore veramente grande - un Michelangelo o forse un Rodin - sarebbe stato capace di raggiungere un tale risultato. Le possibilità avverse ad una buona riuscita di un tale progetto erano molte. Nessuna delle proposte, in effetti, sembrava avere le qualità richieste dalla nostra commissione e nessuna fu riconosciuta soddisfacente […]” (traduzione mia).

Dei tre progetti, nessuno venne considerato adeguato. I membri consideravano non come priorità l’assegnazione di un premio, o la scelta di uno dei tre progetti, ma assicurare quello più adatto ad Auschwitz mantenendo ciò che rimaneva del campo. Con questa intenzione, una decisione venne raggiunta: i tre gruppi migliori sarebbero stati invitati a presentare un nuovo progetto se possibile in collaborazione, ma se necessario singolarmente. Una decisione sarebbe stata presa nel 1959. La commissione si sarebbe poi riunita per considerare le proposte e sceglierne una. La prima selezionata era tale nell’opinione degli artisti e degli architetti della commissione, ma inaccettabile per i sopravvissuti parte del comitato.

Il gruppo polacco, capitanato da Oskar Hansen, prevedeva un terrapieno coperto di lastre in pietra nera a tagliare diagonalmente il campo verso i forni crematori. Questo taglio, ferita nelle intenzioni dei candidati, sarebbe stato aperto nel terreno a causa di quelle tragedie ed impresso come un sigillo sul panorama di Auschwitz, dal quale la memoria si sarebbe potuta elevare. Nonostante l’interessante idea, questo lavoro sollevò vive opposizioni: anche se si prevedeva di lasciare intatte le macerie dei forni, coprendo per circa settanta mila metri quadrati la superficie del campo, si sarebbero abbattute le baracche rimaste e contraddetta la prescrizione di non alterare le rovine. In secondo luogo, i sopravvissuti sostenevano che il progetto non era leggibile, astratto ed inefficace nel rendere l’esperienza dell’Olocausto: mancava un luogo di aggregazione; inoltre sarebbe costato troppo sia per il tempo necessario per realizzarlo sia per le spese previste.

L’altro progetto del team italiano capitanato da Julio Lafuente sembrò troppo limitato rispetto alle prospettive della commissione. Basato sull’immagine dei treni che trasportavano i prigionieri, avrebbe previsto ventitre vagoni in blocchi di pietra su binari diretti verso le camere a gas. Il numero di ventitre sarebbe stato coincidente con quello delle cittadinanze degli internati originari di altrettanti paesi. I vagoni sarebbero stati collegati da ganci in filo spinato verso una barricata, anch’essa in pietra, a tagliare diagonalmente il percorso verso l’interno del campo. Anche se considerato uno dei migliori, il progetto sarebbe stato limitativo nei contenuti e poco rappresentativo delle diverse ed effettive esperienze degli internati.

Il terzo gruppo presentò un lavoro che combinava insieme elementi di scultura figurativa ed architettura astratta; il team capitanato da Maurizio Vitale, composto da Pietro Cascella, Jerzy Jarnuszkiewicz, Julian Palka, Giorgio Simoncini e Tommaso Valle; prevedeva uno scavo, chiamato “percorso della morte”, inclinato e affiancato ad una linea di scarico ferroviario verso uno specchio d’acqua che bloccava il percorso verso i forni; una rete di canali avrebbe circondato le rovine: anche questo progetto fu rifiutato perché troppo invasivo.

Invece che presentare un progetto per ognuno, dopo il secondo invito, i gruppi collaborarono. Il risultato fu la fusione delle caratteristiche comuni: la porta all’ingresso del campo sarebbe stata sbarrata e un percorso sarebbe passato parallelo ai binari d’accesso e al lato delle baracche. Qui dei blocchi di pietra nella forma di vagoni o meglio di arche sarebbero stati eretti a pochi metri dalle rovine dei forni. Su di un lato sarebbe stato possibile vedere le rovine. La commissione si riunì a Roma nel maggio del 1959 mentre il progetto fu approvato l’anno seguente.

Un anno più tardi, a Parigi, alcuni rappresentanti dei team partecipanti, con il nuovo ministro plenipotenziario polacco per la Cultura e l’Arte prof. Jan Zachwatowicz, organizzarono una commissione tecnica che ricominciò ad analizzare il progetto per dichiararlo irrealizzabile per mancanza di fondi e perché nocivo per l’integrità del campo dove nel frattempo si erano portati avanti restauri ed ingrandimenti.

Dopo due anni la commissione tecnica e governativa appositamente creata approvava un progetto ridotto e limitato all’area dei forni: i lavori cominciarono due anni dopo. Il monumento apparve differente da quello inaugurato il 16 maggio 1976: consisteva di blocchi allineati elevati sul terreno, con una struttura di figure umane, in gruppo, semplificate nelle forme anatomiche e composto di due figure adulte e una piccola di fronte.

David Rini

 

Bibliografia

 

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