Libri

 

Torà e libertà

di Enrico Bosco

 

Chi direbbe, a prima vista, che si possano trovare analogie e corrispondenze tra l’ebraismo – religione del Libro, della parola di Dio, della Legge e della assoluta osservanza delle regole – e l’anarchismo, inteso come individualismo esasperato, senza limiti e senza regole, sempre pronto a ribellarsi a ogni autorità, umana o divina? L’autore del libro, tuttavia, individua alcune corrispondenze importanti che accomunano il pensiero ebraico e quello anarchico, sotto due aspetti.

Il primo insiste sull’antidogmatismo inteso come libertà di interpretazione e come rifiuto del principio di autorità.

La Torà è la parola di Dio, ogni parola in essa contenuta è significante e immutabile ma, come dice il Talmud, “la Torà ha settanta volti” ossia, ci sono molti modi validi di comprendere lo stesso verso. L’autorità della Torà, che costituisce anche la legge sociale e civile del popolo d’Israele, non può essere messa in dubbio ma “L’interpretazione come ricerca, midrash in ebraico, di ciò che sta dentro e dietro il testo non è una ricerca arbitraria e apre a molteplici letture che accrescono e aggiungono nuovi e costanti livelli di ricchezza e sottigliezza nella comprensione delle parole... La pluralità delle interpretazioni... non è altro che la ricchezza inesauribile del parlare divino in cui ogni parola può legittimamente essere intesa secondo le divine possibilità umane”.

Il rifiuto del principio d’autorità, del pensiero unico, dell’unanimità di giudizio che permea tutto il pensiero filosofico ebraico, non potrebbe essere meglio illustrato che ricordando il famoso midrash del carrubo.

Il secondo aspetto condiviso è l’aspirazione utopica a un avvenire nel quale si realizzerà la completezza dell’essere umano, sarà abolita la separazione tra il bene e il male, regnerà la pace universale e si ristabilirà l’armonia tra l’uomo e la natura. Aspirazione alla giustizia sociale che, nel pensiero ebraico, si collega al messianismo, alla venuta del messia che porterà con sè questo nuovo stato di completa armonia e libertà e che è già preconizzata dalle istituzioni del sabato e del giubileo.

Ma, ad avvicinare di più l’ebraismo al pensiero anarchico sta qui il fatto che, sotto la superficie calma e ordinata della comunità, ove anche il messianismo trova il suo status, scorre una vena sotterranea di ribellione all’ordinamento del mondo che – presentandosi come teoria della catastrofe e insistendo sull’elemento rivoluzionario nella transizione dal presente storico all’avvenire messianico – può, a volte, erompere in superficie. Così, nella seconda parte del libro, l’autore racconta, con dovizia di particolari, la storia del sabbataismo, del frankismo e del hassidismo, tutti nutriti del pensiero mistico e della qabbalà.

I sabbataiani – seguaci di Shabbetài Tzevì (1626-1676) – “elaborarono una nuova scala di valori, espressione di un ordine spirituale in cui si annida il radicalismo nichilista che racchiude la nozione di peccato sacro, di trasgressione disinteressata ... la necessità di riempire di santità l’impurità fino a farla soccombere”. Proprio in questo radicalismo nichilista, l’autore individua una corrispondenza tra la figura del sabbataiano e quella del rivoluzionario russo di fine Ottocento che sfida l’autorità in ogni sua forma senza accettare nessun principio basato sulla fede e che si fa legislatore delle proprie norme di vita e di comportamento. Il nichilismo, infatti, secondo Petr Kropotkin, non è altro che una spinta verso l’anarchismo, una critica radicale della società e delle strutture di potere che si estende alla dimensione del vivere quotidiano. “Noi dobbiamo andare al fondo dell’abisso dove tutte le leggi e tutte le religioni sono distrutte”, dice Jacob Frank (1726-1816), anticipando Bakunin: “Io non credo nelle costituzioni e nelle leggi... Abbiamo bisogno di altro. Di passione, di vitalità e di un nuovo mondo senza leggi e perciò veramente libero”.

La rivoluzione apocalittica e rivoluzionaria del sabbataismo si stempera poi nel hassidismo. Anche qui, lo Tzaddiq, il Giusto, che racchiude in sé le qualità del predicatore e del rivoluzionario, deve discendere, come Shabbetài Tzevì, nel dominio del male, calarsi al livello degli uomini più ordinari e dei peccatori per incontrarli e farli risalire alla luce divina. Ma il contatto con la realtà quotidiana assume qui un significato inedito, valorizza la devozione rispetto all’erudizione, rivaluta l’uomo comune che non usa la ragione ma il sentimento, accetta l’imperfezione degli umili e dei deboli liberandoli da ogni colpa, riconosce la possibilità per ciascuno di accedere all’interpretazione.

La rivoluzione pacifica hassidica – che passa attraverso la pluralità delle interpretazioni e la diversità delle idee, il rifiuto della parola dogmatica e istituzionale, il tentativo di restituire a ciascuno la possibilità di esprimere la propria opinione – ci fa, quindi, tornare al primo aspetto delle corrispondenze messe in luce.

In conclusione, dice l’autore, “È evidente che la religiosità tradizionalista e rituale dei rabbini non ha niente a che vedere con l’ideologia sovversiva di un Mihail Bakunin o di un Petr Kropotkin. Ma, come abbiamo cercato di dimostrare, tutta una serie di valori e di principi, facili presupposti di una concezione corale dell’azione sociale, ben si conciliano con lo spirito dell’anarchismo, inteso non come disordine e violenza ma come ordine dinamico e razionale. Ciò che unisce l’ispirazione religiosa ebraica con le moderne ideologie libertarie è sicuramente una visione dell’uomo come protagonista principale della storia, teso alla libertà politica non meno che a quella spirituale”.

 

Enrico Bosco

 

Furio Biagini – Torà e libertà. Studio sulle corrispondenze tra ebraismo e anarchismo – Ed. I libri di Icaro – 2008 (pp. 271, 12,00)