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...e Guido creò Ha Keillah

di Franco Segre

 

Maggio 1975. Era un momento di grande turbolenza comunitaria: la maggioranza di allora schiacciava ogni iniziativa del Gruppo di Studi Ebraici e ci privava degli elementari diritti di esprimere le nostre opinioni nelle assemblee e nei notiziari. Eravamo isolati e sbandati: sentivamo tutti la necessità di esprimerci energicamente in opposizione ad un modo di condurre la Comunità antidemocratico e privo di aperture culturali, ma eravamo incerti e divisi sulle iniziative da adottare per farci conoscere ed apprezzare. Serpeggiava tra noi l’idea di redigere e diffondere un foglio, in cui potessimo far conoscere i nostri pensieri, ma nutrivamo forti dubbi sulla capacità di impegnarci per la pubblicazione di un regolare periodico. Privi di esperienza, occupati nel lavoro e nelle nostre famiglie, avremmo mai trovato la forza e la costanza di alimentare lo scambio delle idee, di sollevare problematiche di attualità ebraica, di garantire una continuità di informazione e di dibattito? Lacerati dall’incertezza tra il si e il no, colmi di rabbia, e di disillusioni, ma anche di voglia di ribellarci e di agire, ci presentammo ad una riunione di un eventuale comitato di redazione con titubanza, scetticismo ed una buona dose di incredulità. Parafrasando il noto midrash sulla creazione dell’uomo [Bereshith Rabbà, 8, 5], “… alcuni dicevano «si crei»; altri dicevano «non si crei»; «si crei, perché sarà benefico per la comunità»; «non si crei, perché si dirà che è tutto falsità»; «si crei, perché è destinato a favorire le disponibilità al confronto»; «non si crei, perché sarà tutto liti». Mentre eravamo occupati a discutere fra noi, Guido Fubini aprì la borsa, estrasse due pezzi di carta e disse: «che cosa discutete? Il giornale è già creato!»”. Era una traccia appena abbozzata di quello che diventerà il numero 0 di Ha Keillah: la leggemmo tutti con ansia; era semplice ed ingenua, ma vi trovammo subito la gioia di sentirci liberi di parlare e di poter essere ascoltati, di confrontarci fra noi e con l’esterno. Guido ci aveva sbloccato: quei pezzi di carta dissiparono di colpo dubbi e perplessità e ci aprirono all’ottimismo ed alla fiducia in noi stessi: “ce la possiamo fare!”. E per 35 anni ce l’abbiamo fatta.

Al di là dei problemi comunitari contingenti, Guido aveva inserito in quelle paginette dattiloscritte due citazioni bibliche esemplari. La prima, [Esodo XXIII, 2] “Non seguire la maggioranza per fare il male …”, è un principio che attribuisce alla coscienza di individuo e di gruppo il diritto e il dovere di ribellarsi in certi casi a chi detiene il potere. Guido stesso svilupperà in seguito il concetto (Ha Keillah, ottobre 1985) ricordando che “…è una norma che impone di andare contro la maggioranza, e cioè di violare la legge dello Stato, quando la si sente ingiusta”. La seconda, [Ezechiele, XXXIII, 6] “Se la sentinella non avrà suonato il corno Io chiederò conto alla sentinella” si ricollega alla prima ponendo in gioco la responsabilità di chi si defila nel silenzio e nell’accettazione supina quando avrebbe il dovere di denunciare ed opporsi alle forme di sopruso che ledono i fondamenti democratici.

Il numero 0 è poi uscito con l’aggiunta dell’articolo “Ebraismo oggi”, dove Guido ha esposto quelle che per lui erano le costanti dell’ebraismo: Libertà e Legge, unite l’una all’altra dal Patto. La trattazione di questi temi diventerà il life motif della linea ideologica dell’ebraismo di Ha Keillah. Esaminando in retrospettiva quanto è poi stato scritto e dibattuto al riguardo, ci rendiamo conto della ricchezza degli sviluppi di questi enunciati, dalla cui premessa si trassero applicazioni e considerazioni etiche e metodologiche adatte a situazioni e contesti apparentemente diversi. Guido stesso trattò l’argomento a più riprese, introducendo ogni volta nuove riflessioni che ne allargavano l’orizzonte e ne ampliavano la valenza.

Per esempio, a proposito dell’applicabilità della regola rabbinica “La legge dello stato è legge”, nel numero di ottobre 1978 Guido scriveva: “A monte del patto sociale sta un altro Berith: il patto sottoscritto sulle pendici del Sinai”, ed occorre fare in modo che i due patti possano convivere ed essere entrambi rispettati. Ma aggiungeva ed auspicava anche che dalla discussione su Ha Keillah possa emergere una possibile sintesi di prospettive culturalmente diverse: “Ai rabbini prendere atto dei valori universali cui si risale dai valori ebraici; agli intellettuali prendere atto dei valori ebraici che non sono universali”.

La libera accettazione del patto è la premessa essenziale per l’accettazione della legge: “L’obbligatorietà della legge sta a valle e non a monte del patto”. La valenza generale di questo principio, coniugata con la cultura professionale, poneva Guido in condizione di impegnarsi a fondo per la definizione e la ratifica di un nuovo patto tra gli ebrei italiani e lo Stato, previsto dalla Costituzione, dal quale doveva derivare lo statuto, la nuova legge che regola la vita interna delle nostre Comunità. Rileggendo oggi gli scritti di Guido precedenti il Congresso straordinario che ha approvato l’Intesa e lo Statuto, e confrontandoli con quanto è poi stato realizzato, da un lato si rilevano eccessive preoccupazioni nel riuscire ad ottenere dallo Stato importanti riconoscimenti, che di fatto sono poi stati raggiunti senza grandi difficoltà, quali il diritto al mantenimento dei contributi obbligatori, o il diritto al rispetto del Sabato e delle festività ebraiche nelle scuole e negli enti pubblici; dall’altro lato si riscontrano proposte e speranze tuttora non soddisfatte per il riconoscimento e l’accoglimento nel nuovo Statuto di etnie e tendenze religiose diverse dell’attuale ebraismo italiano.

Nel numero di ottobre 1977, Guido si riferiva alla “costante” della Libertà per ribadire che da questa deriva l’anti-idolatria ebraica come principio di tolleranza di fronte al pluralismo delle idee: “Negare la Verità [con la V maiu­scola], quando non si ha un dogma da opporle, significa - non solo tolleranza degli errori altrui (com’è per il cristiano tollerante) - ma riconoscimento delle verità [con le v minuscole] altrui e quindi ricerca continua dello scambio e della discussione, e quindi ancora rifiuto di ogni violenza”. Ancora oggi verifichiamo quanto non sia facile riconoscere che le opinioni altrui, anche se non condivise possano essere considerate verità con la v minuscola, cioè non assolute ma relative a punti di vista leciti e sostenibili, se pur discutibili, con cui è importante confrontarsi.

Ma il pluralismo rischia di intaccare la nostra identità ebraica? La risposta arriva ancora da Guido [Ha Keillah, aprile 1982]: “Se vi chiedono «Perché siete diversi?» rispondete «Perché ci interroghiamo sulla nostra identità»”. E questo è sufficiente per identificarsi!

 

Franco Segre