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Intesa e statuto: l’opera di Guido Fubini

di Dario Tedeschi

 

Il Congresso straordinario delle Comunità (allora) israelitiche italiane, tenutosi nell’aprile del 1968, segnò un punto di svolta storico adottando una delibera di portata fortemente innovativa, se non rivoluzionaria, nell’ordinamento comunitario.

Con quella delibera, il Congresso, definitosi il massimo organo rappresentativo degli ebrei italiani, formulò nuove regole, derogatrici di quelle stabilite dalla legge del ’30, ed impegnò le Comunità a seguirle per l’avvenire come “prassi comunitaria”. Queste regole che, seppure in parte, prefiguravano quelle che, circa venti anni dopo, avrebbero fatto parte del nuovo Statuto dell’ebraismo italiano, riguardavano argomenti di indiscutibile rilievo, quali, ad esempio, il diritto di voto esteso a tutti gli appartenenti alla Comunità, la eleggibilità al Consiglio non più limitata ai soli elettori maschi, le elezioni comunitarie indette ogni quattro anni e non più ogni sei, la progressività del contributo comunitario, la limitazione del numero dei candidati votabili da ciascun elettore, la istituzione delle assemblee comunitarie. Una vera e propria modifica dell’ordinamento comunitario, che ebbe puntuale attuazione fintantoché, nel 1989, non entrò in vigore il nuovo statuto.

Il contributo appassionato di Guido Fubini al processo riformatore, che trovò una sua prima realizzazione in quella delibera e che poi durò ancora per circa venti anni, ebbe il non lieve merito di sollevare problemi, proporre tesi giuridiche, vivacizzare il dibattito. Egli vedeva nella organizzazione comunitaria determinata dalla legge del ’30, che considerava incapace di rappresentare effettivamente gli ebrei italiani, uno dei motivi, per lui forse il più serio, del distacco dell’ebreo dalla sua Comunità. Pensava, infatti, che, salvo rare eccezioni, le Comunità, così come organizzate da quella legge, non fossero più in grado di contribuire alla conservazione delle tradizioni e allo sviluppo del pensiero ebraico. Proprio in questa visione, nei suoi numerosi scritti (sovente su questo periodico) e nei suoi interventi nelle sedi comunitarie, fu tra i più tenaci assertori delle regole votate dal Congresso del ’68, alla cui formulazione dette un contributo decisivo.

Già nel 1962, in attuazione di una mozione congressuale proposta dalla Comunità torinese, il Consiglio dell’Unione aveva nominato una Commissione giuridica, cui era stato affidato il compito di studiare uno schema legislativo che adeguasse la normativa sull’Unione e sulle Comunità alla lettera e allo spirito della Costituzione, ai principi di democrazia ed alle esigenze attuali dell’Ebraismo italiano. Di quella Commissione, la cui composizione variò via via nei lunghi anni che furono necessari per giungere alla “intesa” con lo Stato ed al nuovo statuto dell’ebraismo italiano, Guido fece parte sin dall’inizio, offrendo, con le sue relazioni e con i suoi progetti di riforma, un contributo propositivo e di stimolo di indiscutibile valore. Dalla Commissione scaturì, sulla spinta di Guido, il progetto di riforma approvato poi dal Congresso del 1968. Questo, tuttavia, diversamente dalla ferma opinione di Guido, secondo il quale, in applicazione dell’art. 8 della Costituzione, la legge del ’30 era senz’altro modificabile con un nuovo statuto nella parte organizzativa interna, preferì qualificare formalmente le modifiche come semplice “prassi di deroga”, sul presupposto che così si potesse meglio superare l’ostacolo rappresentato dalla esistenza di una legge regolatrice.

Molto più tardi, nel giugno del 1977, ebbero inizio le trattative con lo Stato per la intesa prevista dall’art. 8 della Costituzione, con l’incontro tra una delegazione dell’Unione e la Commissione governativa che già conduceva i negoziati per la revisione del Concordato lateranense. Sui progetti di intesa e di statuto, allora elaborati dalla Commissione giuridica dell’Unione e ripetutamente discussi in varie occasioni dagli organi comunitari e dell’Unione, emerse subito una forte divergenza di fondo tra la Comunità romana e quella torinese. La prima, infatti, appoggiata anche dai pareri di giuristi esterni interpellati dall’Unione, riteneva che la codificazione nello statuto, e non nella intesa, dei tre principi concordemente considerati fondamentali, quali la appartenenza di diritto, il potere impositivo e la giurisdizione sulle controversie contributive, comportandone la delegificazione, ne avrebbe prodotto la sostanziale vanificazione per le Comunità. La opposta opinione della Comunità di Torino fu forte­mente sostenuta da Guido, anche con interventi sulla stampa ebraica. La contrapposizione tra i due punti di vista cessò con la pronuncia della Corte costituzionale del luglio 1984, che dichiarò incostituzionale l’art. 4 della legge del ’30 sulla appartenenza obbligatoria, pur se, dopo di essa e per un certo periodo di tempo, una parte minoritaria della Comunità romana continuò a temere che la delegificazione comportasse la riduzione delle Comunità al rango di mere associazioni volontarie..

Dopo quella sentenza, le trattative per la intesa, che si erano trascinate stancamente fino a quel momento, ripresero vigore con la presentazione al Governo, nel febbraio 1985, di un nuovo progetto di intesa predisposto dalla Commissione giuridica e approvato dal Consiglio dell’Unione allargato ai presidenti ed ai consiglieri delle Comunità.

Una nuova Commissione governativa era stata allora costituita e con essa ebbe a confrontarsi la delegazione ebraica composta dai membri della Commissione giuridica dell’Unione, tra i quali Guido Fubini. Fatta salva una interruzione, decisa dall’Unione per protesta verso l’accordo concluso dal Ministro della pubblica istruzione con la Conferenza episcopale italiana sull’insegnamento di religione cattolica nelle scuole pubbliche, la trattativa, non facile per le obiezioni opposte dalla Commissione governativa al progetto proposto, procedette a tempi ravvicinati per concludersi nel febbraio 1987. Tra i frutti che erano stati prodotti dagli accesi dibattiti, svoltisi durante molti anni all’interno dell’Ebraismo italiano con il rilevante e costante contributo di Guido Fubini, vi fu quello riguardante la definizione di Comunità ebraica, poi accolto dall’art. 17 della intesa, che dichiara espressamente: “Le comunità ebraiche, in quanto istituzioni tradizionali dell’ebraismo in Italia, sono formazioni sociali originarie che provvedono, ai sensi dello Statuto dell’ebraismo italiano, al soddisfacimento delle esigenze religiose degli ebrei, secondo la legge e la tradizione ebraiche”. Sul piano di principio, il riconoscimento contenuto nella intesa, divenuta poi legge dello Stato, della natura istituzionale delle Comunità ebraiche, unitamente a quello della loro originarietà, escluse che, con il nuovo assetto giuridico, nelle Comunità dovessero ravvisarsi meri fenomeni associativi.

Raggiunto un accordo su tutti i punti della intesa, la Commissione governativa e la Commissione giuridica dell’Unione si riunirono nuovamente il 22 gennaio 1987, per procedere alla lettura ed alla revisione del progetto precedentemente messo a punto. Terminata a sera inoltrata, la riunione fu riconvocata per il giorno successivo per la consegna degli atti ai presidenti delle due delegazioni, da trasmettere poi alla Presidente dell’Unione ed al Presidente del Consiglio, e per la firma del relativo verbale. Guido Fubini, che aveva partecipato alla riunione conclusiva del giorno precedente, non fu allora presente, essendo dovuto rientrare in sede. Nel verbale conclusivo del lavoro delle due commissioni manca, perciò, la sua firma, quella di uno degli artefici della intesa.

I riferimenti allo statuto dell’ebraismo italiano contenuti nella intesa e la previsione della abrogazione, contemporanea alla entrata in vigore della legge di approvazione, della legislazione del ’30 con le norme organizzative in essa contenute, resero necessaria la rapida approvazione dello strumento di autoregolamentazione. Questo, elaborato da un gruppo di studio nominato dal Consiglio dell’Unione, fu poi messo a punto dalla Commissione giuridica e subito dopo discusso in una affollata assemblea degli iscritti tenutasi a Milano. Come sempre, anche allora il contributo di Guido Fubini, realizzatosi in interventi al dibattito sia scritti che verbali, fu generoso e di alto livello.

La intesa e lo statuto furono poi approvate quasi ad unanimità dal Congresso straordinario dell’Unione tenutosi nel dicembre 1987.

Di recente, trascorso un ventennio dalla intesa, presso la Facoltà di giurisprudenza della Università “Roma Tre” si è tenuto un convegno di studi commemorativo, dal titolo Il 20° anniversario dell’intesa ebraica. Per ragioni di salute, Guido Fubini non ha potuto partecipare a quel convegno che ha preceduto di poco la sua scomparsa. Ancora una volta, però, egli non ha fatto mancare il suo contributo ad un tema che tanto gli è stato a cuore, inviando al convegno un messaggio in cui è sottolineato il valore storico, giuridico e politico della intesa.

Quello scritto, conclusivo del lungo cammino ideale percorso da Guido durante la sua esistenza, sintetizza vigoro­samente quell’ideale ormai raggiunto con queste parole: “La Costituzione del 1948 aveva affermato il diritto all’uguaglianza; l’Intesa afferma il diritto alla diversità. Dal diritto di essere come gli altri al diritto di essere se stessi”. Sono parole che esprimono un concetto che fu a lui caro in vita e che commentano degnamente la lunga stagione della intesa.

 

Dario Tedeschi