Statuto

 

I giochi sono aperti

 di Anna Segre

 

“Vi sembrerà incredibile, ma concordo perfettamente con l’intervento precedente”. Questa battuta, spesso seguita da sonore risate e commenti increduli di tutta la sala, si è sentita pronunciare più volte nel corso dell’assemblea dei delegati dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane che si è svolta a Roma domenica 11 aprile: più volte nel corso della giornata delegati, consiglieri UCEI, presidenti di comunità si sono accorti con stupore di essere d’accordo con persone con cui litigavano da anni. Così la prima parola che viene in mente per commentare la giornata è trasversalità: le proposte di modifica dello statuto dell’Unione (tema principale dell’assemblea) ma anche altre questioni, come il rapporto con i rabbini o la kasherut, sembrano aver scombinato le carte tra destra e sinistra, esponenti di grandi e piccole comunità, religiosi e laici, o qualsiasi altra distinzione. Tutto sembra rimesso in gioco in un franco scambio di opinioni che pare troppo anarchico per dar vita a schieramenti preconfezionati. Naturalmente qualche sfumatura di differenza ideologica e di sensibilità qua e là si coglie, ma l’impressione generale è comunque di una grande fluidità che lascia aperte molte possibilità.

L’assemblea è iniziata con un ricordo di Guido Fubini.

Successivamente sono state esaminate le principali proposte di modifica dello statuto, illustrate dal presidente della commissione per la revisione dello statuto, Valerio Di Porto; su ogni punto si è aperto un breve dibattito. L’assemblea non aveva il potere, e non avrebbe avuto il tempo, di modificare ufficialmente il testo della bozza di modifica di statuto; qualla che è stata presentata prevede già ora in più punti diverse possibilità, tra le quali i delegati al congresso straordinario dovranno scegliere; in tale occasione le osservazioni emerse l’11 aprile si concretizzeranno presumibilmente in altrettante proposte di emendamenti. Invece all’assemblea dei delegati, non essendo necessario arrivare ad un voto, tutto il tempo disponibile è stato dedicato alla raccolta del maggior numero possibile di opinioni e proposte, e questo ha consentito di far emergere molte osservazioni e idee, anche originali.

Alla mattina si è parlato degli articoli relativi alle comunità e qui l’argomento più discusso è stato il regolamento elettorale per le comunità con più di 4000 iscritti (cioè Roma e Milano), con la possibilità di adottare un voto per liste proporzionale con sbarramento al 5% e un premio di maggioranza per le liste che raggiungono il 40 o 45% dei voti. I punti più contestati sono stati appunto il premio di maggioranza e il numero massimo e minimo di candidati per lista (in sostanza molti hanno difeso il diritto di presentare liste anche solo con uno o due candidati). Alcuni continuano a preferire il sistema attuale (voto per nomi e non per lista), che peraltro (è importante sot­tolinearlo perché ha dato luogo a fraintendimenti su queste pagine) rimarrà sicuramente in vigore in tutte le altre comunità; forse, in una difesa un po’ pregiudiziale dell’esistente, si dimentica che questo sistema diventa di fatto un maggioritario mascherato. La mattinata si è conclusa con l’intervento dell’ambasciatore di Israele, Ghideon Meir, che ha sottolineato la connessione tra le vicine ricorrenze di Yom Ha-Shoà e Yom Ha-Atzmaut; ha inoltre ribadito il pericolo costituito dall’Iran, non solo per Israele ma per tutto il mondo occidentale e ha definito gli attuali rapporti tra Israele e gli Stati Uniti come un matrimonio, che può avere momenti di vivaci discussioni, con punti di vista diversi, ma - Meir ne è fortemente convinto - non c’è nessun divorzio in vista.

 

Chi comanderà?

Nel pomeriggio è stata messa in discussione la proposta più radicale, che ridisegnerebbe il sistema istituzionale dell’UCEI, di cui ci siamo già occupati più volte su queste pagine: la sostituzione del congresso e del consiglio con una sorta di parlamentino di 60 persone che si riunirebbe almeno tre volte all’anno e l’allargamento della giunta a nove membri dai cinque attuali. Molti e vari gli interventi contrari, da parte di delegati di diverse provenienze e ideologie. Le critiche vertevano su molti aspetti, dal rammarico per l’abolizione del congresso quadriennale come momento di dibattito e confronto per l’ebraismo italiano, ai dubbi sul funzionamento di un consiglio di 60 persone e sui costi che comporterebbe. Due, in particolare, i timori più diffusi: prima di tutto il rischio che la scarsa agilità del consiglio lasci di fatto tutto il potere nelle mani della giunta, espressione della mag­gio­ranza; in tal modo le minoranze sarebbero scarsamente tutelate; l’altra preoccupazione, espressa da Dario Calimani (il cui pensiero è efficacemente sintetizzato nell’articolo pubblicato qui a fianco) e da molti altri, è il rischio di uno strapotere delle due comunità maggiori, Roma e Milano, che avrebbero a disposizione la maggioranza assoluta (33 su 60) dei componenti del consiglio. A questo proposito molti hanno ricordato che le comunità ebraiche, come afferma l’articolo 1 dello statuto, sono formazioni sociali originarie, mentre l’UCEI è un organismo “di secondo grado”; dunque il peso di ogni singola comunità deve essere tutelato: sono emerse proposte varie in questo senso, dalla necessità di maggioranze qualificate per alcune decisioni, alla garanzia di uno o due posti in giunta assegnati ad esponenti di medie o piccole comunità. Dall’altra parte qualcuno ha ricordato che Milano e Roma insieme raccolgono l’85% degli ebrei italiani, e dunque un sistema che non tenesse conto di queste proporzioni non sarebbe democratico. Interessante l’intervento di Anselmo Calò, consigliere UCEI e membro della commissione per la revisione dello statuto, che ha illustrato la logica della proposta: proprio perché occorre tutelare il ruolo delle comunità come formazioni originarie, nel consiglio non potevano mancare i presidenti delle 21 Comunità, che già oggi partecipano quasi sempre alle riunioni; mantenendo l’attuale consiglio di 18 persone, allora, le piccole comunità avrebbero disposto della maggioranza assoluta, e quindi, per compensare tale sproporzione, sono stati previsti 35 delegati eletti per la maggior parte a Roma (20) e Milano (9); Calò ha inoltre osservato come la funzionalità del consiglio potrebbe essere favorita dalla creazione di com­missioni, eventualmente anche con potere deliberante. Tra le varie proposte alternative è da segnalare quella di Davide Romanin Jacur, presidente della Comunità di Padova, che ha suggerito di affiancare ai 21 presidenti altret­tanti delegati eletti a suffragio universale in un collegio nazionale unico.

 

Dove sono i rabbini?

Alla fine della giornata Rav Riccardo Di Segni, Rabbino Capo di Roma, ha illustrato le osservazioni emerse dall’Assemblea Rabbinica. I rabbini italiani ribadiscono con forza il ruolo del Rabbino Capo che è, come afferma l’art.5 dello statuto, un organo della comunità, mentre dalla proposta di modifica (art. 30) tale figura sembrerebbe divenire facoltativa. Le maggiori perplessità riguardano comunque il comma 2: Dopo un periodo di due anni, l’ufficio di rabbino capo è attribuito dal consiglio per la durata di sette anni e può essere rinnovato. Rav Di Segni ha sottolineato che i rabbini italiani non sono contrari per principio all’idea di un rabbino a termine, ma si domandano se godrebbe di sufficienti garanzie riguardo al trattamento economico e, soprattutto, temono l’effetto ricattatorio del rinnovo affidato ai consigli delle comunità, e in particolare temono che il rinnovo potrebbe essere usato come arma per imporre conversioni. Contro l’ipotesi di affidare all’Assemblea Rabbinica il compito di de­finire le linee guida per i percorsi di conversione all’ebraismo, Rav Di Segni ha rivendicato la discrezionalità del singolo Bet Din. Infine, i rabbini esprimono perplessità sul numero dei membri della consulta rabbinica (che dovrebbe essere dispari, quindi tre o cinque ma non quattro) e sul posto fisso in consiglio riservato ai rabbini di Roma e Milano.

All’intervento di Rav Di Segni è seguito un vivace dibattito. Alcuni membri della commissione hanno sottolineato come il comma citato non preveda il licenziamento del rabbino, ma solo la non conferma alla carica di Rabbino Capo. Molti hanno stigmatizzato, con toni anche duri, la scarsa partecipazione dei rabbini designati ai lavori della commissione e, in generale, la latitanza dei rabbini italiani nella discussione relativa alle ipotesi di modifica dello statuto (all’assemblea di Roma erano infatti presenti solo Rav Di Segni e Rav Della Rocca). Molti (tra cui chi scrive) si sono pronunciati a favore di un Bet Din nazionale che abbia competenza non solo sulle conversioni ma anche su altri temi, in particolare la kasherut. A questo proposito vorrei ricordare brevemente la recente storia della farina kasher le-Pesach, che il rabbinato di Roma è stato costretto a proibire, interrompendo una tradizione millenaria, per le pressioni del rabbinato centrale d’Israele. Questa vicenda ha costituito per molti ebrei italiani uno shock culturale perché - come qualcuno ha affermato - “abbiamo scoperto di avere il Papa pure noi!” In effetti è il sintomo di una svolta epocale: di fronte alla globalizzazione l’autonomia del singolo rabbino o della singola comunità diventa una chimera. In questo contesto mi sembra che rivendicare a tutti i costi la discrezionalità del singolo bet din sia antistorico e controproducente e ponga l’intero ebraismo italiano in una posizione di maggiore debolezza di fronte alle pressioni provenienti dall’esterno.

In conclusione, la grande varietà di opinioni e proposte e le imprevedibili convergenze emerse dimostrano che i giochi sono aperti e che l’esito del congresso straordinario è tutt’altro che scontato. Quindi è utile impegnarsi e discutere per non presentarsi impreparati a questo appuntamento.

 

Anna Segre