Guido Fubini

 

Dai suoi libri

 

Accanto ai tanti ricordi e alle testimonianze di stima e di affetto nei confronti di Guido Fubini, proponiamo ai lettori di Ha Keillah qualche pagina tratta da alcuni suoi libri. 

Esse documentano il suo lavoro di studioso e di narratore, connotato dall’autobiografismo politico, dall’ebraismo militante e dalla passione civile.

Le domina il calore umano, la lucidità del pensare, lo humour sottile e l’intransigente moralità.


 

Milano

Zio Attilio viveva in una pensione di via Melzo. Io andavo spesso al ristorante con lui e con la sua amica,Tina Albanese, con la quale lo zio conviveva da alcuni anni, da quando si era separato dalla moglie nel 1937. Tina non era ebrea, era una donna dall’aspetto popolaresco, di una straordinaria bellezza. Faceva la spola con Torino, perché come donna e come cristiana, poteva passare più facilmente attraverso i controlli e i pericoli. La chiamavamo “il corriere dello zar”. Lo zar, evidentemente, era zio Attilio.

In un’altra pensione, in Viale Tunisia, viveva mio cugino Emilio Fubini sotto il nome di Edito Pin. La stessa pensione ospitava pure mio cugino Emanuele Levi, che portava il nome di dottor Caruso e si era da poco laureato in legge con una tesi di diritto corporativo.

Emanuele era stato compagno di Università di Giorgio Almirante, già segretario di redazione della rivista “La Difesa della Razza” e ora sottosegretario alla cultura popolare del governo della Repubblica sociale italiana.

Quando il padre di Emanuele, Ottavio Levi, era stato arrestato dalla polizia fascista, Emanuele era corso a trovare Almirante chiedendogli di intervenire, ma inutilmente: Almirante gli disse poi di avere fatto quanto poteva, ma di non essere riuscito ad ottenerne la liberazione perché il padre di Emanuele era già stato consegnato ai tedeschi.

L’episodio cementò l’amicizia fra Emanuele e Almirante, che si recava spesso nella pensione di Viale Tunisia, con una sua amica biondissima che si chiamava Graziella o Gabriella, a trovare Emanuele. Talvolta Almirante si fermava e, con gli altri ospiti della pensione, giocava a poker o a scopone. Ricordo di avere giocato anch’io a scopa con Giorgio Almirante, al quale Emanuele mi presentò come Guido Serra.

[...]

Un giorno, doveva essere il 27 aprile, uscii dal Politecnico col mio Mauser, l’elmetto tedesco sul capo, un fazzoletto rosso al collo, una bomba a mano alla cintura e, con un compagno che era pure studente al Politecnico, traversai Milano per recarmi da zio Attilio alla pensione di Viale Tunisia.

Lasciai il compagno sulla strada ad aspettarmi e salii. La porta della pensione era aperta e mi avviai per il corridoio. Aprii la porta di una stanza pensando che fosse quella di zio Attilio. Vidi Giorgio Almirante.

Il viso cereo alla vista di un partigiano con l’elmetto sul capo ed il fucile in mano, si stringeva contro la parete di fronte, accanto alla finestra, facendosi scudo di quella ragazza bionda, Graziella o Gabriella, che doveva essere la sua amica. Non mi riconobbe. Mi sentii per un attimo paralizzato. Uccidere o non uccidere? Che fare? Ero sconvolto e sentii le mie viscere rivoltarsi. Dissi: “Scusi, ho sbagliato camera”, chiusi la porta ed aprii quella della camera accanto, che era la camera di zio Attilio.

 

(G. Fubini, L’ultimo treno per Cuneo. Pagine autobiografiche 1943-45, A. Meynier, Torino 1991, pagg. 53-54, 100-101)


 

Il Codino rosso

In quegli anni, dalla domanda d’iscrizione all’università di Torino nel 1950 fino alla laurea italiana nel 1956, e poi fino all’esame di procuratore nel 1958, lavorai facendo pratica con un sussidio di mio padre e con uno stipendio minimo presso lo studio legale di mio zio Attilio, in via XX Settembre 62, occupando la stanza che fino al 1938 era stata l’ufficio di mio padre.

Devo riconoscere però che ero molto più attirato dalla attività politica che dalla professione di avvocato: pur teorizzando il dovere di ogni cittadino di impegnarsi nella vita politica, e stigmatizzando severamente chi faceva della politica una professione, non avrei disdegnato per quanto mi riguardava un impegno politico a tempo pieno.

Ero molto legato a zio Attilio, al quale dovevo la mia sopravvivenza nel periodo dell’occupazione nazista, e non riuscivo a capacitarmi che nel 1938, all’epoca dell’introduzione della legislazione antiebraica, si fosse battezzato. Ho già detto altrove che cosa penso dei convertiti di comodo degli anni 1938 e successivi; ho scritto che la conversione di molti ebrei al cattolicesimo negli anni trenta fu una scelta di classe, ma fu anche la scelta della viltà e della disperazione.

La conversione al cattolicesimo, l’adesione al fascismo, furono una scelta di classe. Al momento in cui, negli anni trenta, l’indomani del Concordato lateranense dell’11 febbraio 1929, la borghesia cattolica dava la sua adesione definitiva al fascismo, la borghesia ebraica - per potere essere “come gli altri” (come gli altri “borghesi italiani”) - doveva essere cattolica e fascista. Non si è mai sentito parlare di conversioni in massa al cattolicesimo nel popolino dei quartieri ebraici di Livorno, di Venezia o di Roma: ma si può parlare di conversioni in massa (nella misura in cui si può parlare di massa) nelle professioni liberali e negli industriali. La scelta di questo modo di essere “come gli altri” era una scelta tipicamente di classe perché permetteva di “differenziarsi dagli altri ebrei”, dal popolo minuto, dal sottoproletariato dei quartieri ebraici di Venezia o di Roma, per il quale la conservazione delle tradizioni ebraiche era anche una scelta di classe, perché era il modo di conservare “l’unico” patrimonio che avesse da salvare. È il motivo per cui si può dire che la conversione di molti ebrei al cattolicesimo, negli anni trenta, fu una scelta fascista.

Ma fu anche la scelta della viltà e della disperazione.

Alla vigilia delle leggi razziste, quando già i Patti lateranensi, la legge sui culti ammessi del 1929, la legge sulle comunità israelitiche del 1930, avevano istituzionalizzato l’ineguaglianza dei cittadini davanti alla legge secondo il culto professato, prese forma nella coscienza collettiva della borghesia ebraica italiana, il senso dell’inutilità di tutta la battaglia risorgimentale per l’eguaglianza dei diritti. Per essere “come gli altri” si rinunciava ad essere se stessi.

 

(G. Fubini, Lungo viaggio attraverso il pregiudizio, Rosenberg e Sellier, Torino 1996, pagg. 77-78)

  


 

Il rifiuto israeliano

 

Il titolo può forse sorprendere. Pure è lecito il dubbio se tutto il popolo israeliano sia esente da ogni forma di antisemitismo.

Il sionismo è nato da una presa di coscienza nazionale simile a quella dei popoli oppressi d’Europa e del terzo mondo. Anche dell’ebreo si può dire che l’oppressione culturale e il disprezzo subiti sia nell’ambito della società cristiana (specie, nei Paesi d’Europa Orientale, ma non solo in quelli, si pensi alla legislazione razziale fascista, si pensi all’Affare Dreyfus) come nell’ambito della società musulmana (si pensi al dhimmi), l’amputazione della sua vita sociale e della sua storia, il razzismo e la segregazione, hanno dato all’oppressione subìta il suo carattere originale, distinguendola da ogni oppressione economica e di classe.

Questo carattere dell’oppressione ebraica spiega la risposta di massa, per più aspetti simile a quella che si è verificata nei movimenti risorgimentali, che si traduce nel rifiuto di tutta una cultura che viene inevitabilmente associata ad una condizione di umiliazione, di segregazione, di disprezzo. È un rifiuto che investe, insieme con la cultura cristiana, la stessa cultura ebraica della diaspora, nella misura in cui la si considera un frutto di quella condizione: e così gli stessi valori della diaspora, che per secoli sono stati considerati i valori dell’ebraismo - il senso di giustizia, l’internazionalismo, la volontà pacifista, l’affermazione dei diritti delle minoranze - diventano per molti ebrei valori negativi.

E tale rifiuto viene associato alla ricerca delle antiche fonti culturali del popolo ebraico: delle fonti culturali comuni di tutto il popolo ebraico.

È una ricerca resa necessaria dai diversi caratteri culturali delle diverse ondate, le aliot, dell’immigrazione ebraica nell’antica terra d’Israele. Abbiamo visto come le prime ondate sioniste abbiano portato in Palestina certe conquiste culturali dei Paesi di provenienza (anche se nel contempo rigettavano altri caratteri culturali dei Paesi di provenienza): la prima ondata, del periodo 1880-1890, aveva portato il socialismo contadino e il populismo russo; la seconda ondata del 1905/1915 aveva portato l’esperienza del tentativo di rivoluzione russa del 1905; l’ondata del 1924/1930 aveva portato l’esperienza della rivoluzione sovietica del 1917/1924; quella degli anni ’30 dalla Germania aveva portato l’esperienza della Repubblica di Weimar e della lotta antifascista; quella del 1945/49 aveva portato l’esperienza dei campi di deportazione, delle rivolte dei Ghetti, della Resistenza ebraica nell’Europa nazista.

Il movimento sionista prima e lo Stato d’Israele poi, portano i segni di questi diversi apporti culturali, di queste diverse esperienze, che volta a volta provocano sintesi nuove.

Le ondate più recenti, legate alle vicende di quasi trent’anni di lotte fra lo Stato d’Israele ed i Paesi Arabi, ed all’antisemitismo sovietico hanno caratteri del tutto diversi. Gli ebrei nord-africani ed asiatici non portano nel loro bagaglio le rivolte dei Ghetti né la Rivoluzione sovietica; gli ebrei sovietici ignorano il socialismo viennese l’austromarxismo.

Se gli ebrei d’origine algerina, tunisina, libanese portano nel loro bagaglio, insieme coi due filoni della cultura sefardita (quello razionalista-maimonideo e quello mistico-cabbalistico), le lezioni della Francia repubblicana con l’insegnamento della Alliance Israélite Universelle, lo stesso non può dirsi per gli ebrei yemeniti né per quelli persiani.

Ecco perché nella ricerca delle antiche fonti culturali comuni del popolo ebraico – una ricerca di ciò che è comune a tutte le diaspore, e quindi di ciò che ha preceduto tutte le diaspore – si pone l’accento sulla storia biblica – che è la storia della conquista della Terra Promessa e della vita del Popolo ebraico in Palestina –, piuttosto che sulla storia post-biblica – che è la storia dell’esilio, dei diversi esilii, e della dispersione –: sulle vittorie militari (su Giuda Maccabeo, su Bar Kochba, sulla difesa di Massada) piuttosto che sull’insegnamento diRabbi Jochanan ben Zaccai o sulle dispute sottili fra Rabbi Hillel e Rabbi Shammai; sulla Thorà piuttosto che sul Talmud; sul coraggio degli Zeloti piuttosto che sulla fede gioiosa dei Hassidim.

Tutta la tradizione aristotelica-maimonidea viene ad assumere un valore negativo, esprimendo la filosofia della dispersione; tutta l’educazione hassidica tende ad assumere un valore negativo, traducendo la sofferenza dell’esilio nella capacità di evadere nello spirito.

Non per nulla alla fede gioiosa dei Hassidim ed alla libera discussione delle scuole farisaiche e talmudiche si sostituisce la cupa intolleranza di certe sette, ed al canto Thorà ve-Simkha si sostituisce quello di Begin Melekh Israel.

Questo rifiuto riflette la presa di coscienza collettiva del popolo israeliano: ed è una presa di coscienza che deve fare i conti con una storia di quarant’anni, nella quale la condizione di soggezione, di umiliazione, di alienazione si è riproposta nella forma del rifiuto arabo, non tanto del riconoscimento dello Stato d’Israele, quanto del diritto ebraico all’autodeterminazione, dell’esistenza stessa del Popolo  Ebraico.

Il perseguimento d’un riconoscimento sempre rifiutato, la serie continua di vittorie volte a conquistarsi la pace e la sensazione che la pace sia sempre più irraggiungibile; questa volontà di diventare soggetto, e questa sensazione di essere ancora e sempre oggetto di storia; concorrono nel creare - nella coscienza collettiva del popolo israeliano - il senso dell’inutilità d’una battaglia volta a fare del popolo ebraico un popolo eguale agli altri.

Ma il fatto stesso che questa frustrazione si traduca nell’insofferenza ai richiami dell’ebraismo della diaspora consente di parlare d’un rifiuto israeliano.

Qualcuno ha definito la società israeliana “un popolo di goim che parlano ebraico” (1). È una società nella quale non mancano i Giusti, ma nella quale gli ultimi Giusti sentono venire meno i valori tradizionali dell’Ebraismo: se non fosse così, non si spiegherebbe la morte di Emil Greenzweig. Ed è forse questo che intendeva Martin Buber, quando scriveva, parlando della società israeliana: “Abbiamo tradito i valori dello spirito” (2).

(1) Pierre Nora, Israèl contre les Juifs, in “Le Nouvel Observateur”, 13 maggio 1964.

(2) Martin Buber, Il comando dello spirito e la via attuale in Israele, in “Il Ponte”, numero speciale su Israele, dicembre 1958, pag. 1959.

 

(G. Fubini, L’antisemitismo dei poveri, Giuntina, Firenze 1984, pagg. 93-95)