Guido Fubini

 

Un difensore della democrazia scolastica

di Santina Mobiglia

 

Ho conosciuto Guido nel 1975, in occasione dell’avvio degli organismi collegiali della scuola istituiti dai decreti delegati l’anno precedente. Facevo parte del Consiglio d’istituto dell’ITIS “Peano”, dove allora insegnavo, e una delle prime questioni che avevamo sollevato era stata quella della pubblicità delle sedute, ovvero, trattandosi di un organismo elettivo, della possibilità di assistervi, ed eventualmente di interloquire, da parte di tutti i componenti della comunità scolastica. Approvata a maggioranza, la decisione venne contestata dal preside che si rivolse al provveditore ottenendone un pronunciamento a favore delle “porte chiuse”. Erano tempi vivaci e non si cedeva facilmente. Dunque volevamo presentare ricorso al TAR e qualcuno ci fece il nome dell’avvocato Fubini come la persona adatta per il suo impegno civile e le molte battaglie anche giudiziarie di cui era stato attivo promotore in quegli anni. Lo incontrai dunque per la prima volta nel suo studio di via Papacino dove ci accolse calorosamente dichiarandosi pronto a patrocinare la causa, da lui condivisa e sostenuta anche in quanto presidente eletto del Consiglio d’istituto nella scuola allora frequentata da sua figlia, il Liceo scientifico “Einstein”. Concordava con noi nell’intenderla come un legittimo allargamento della partecipazione alla vita scolastica e garanzia di un più stretto rapporto tra elettori ed eletti, in analogia con quanto previsto per gli organismi rappresentativi degli enti locali. Qualche tempo dopo, una mattina, ci trovammo per l’udienza in tribunale. Si erano unite a noi altre tre scuole e avevamo l’appoggio della CGIL che affiancava un secondo avvocato, peraltro piuttosto scettico e pessimista sull’esito del ricorso. Guido tenne invece un’arringa convinta e appassionata, puntuale e rigorosa sul piano dei riferimenti giuridici, e vincemmo la causa. Ricordo l’allegria con cui, nell’entusiasmo del quasi inaspettato e pieno successo, andammo a brindare con lui in un bar di corso Vittorio.

Col tempo, nacque anche un’amicizia, fatta di un’ampia sintonia di vedute e condita dal suo acuto senso dell’umorismo e dall’irresistibile autoironia con cui immancabilmente attingeva al suo inesauribile repertorio di barzellette ebraiche. Da allora lessi e recensii con interesse tutti i bei libri che poi pubblicò, e in particolare le pagine autobiografiche dell’Ultimo treno per Cuneo, su cui lo invitai a portare la sua testimonianza nella mia scuola, ora il Liceo musicale del Conservatorio di Torino, in occasione del cinquantesimo anniversario delle leggi razziali. Fu una mattinata molto intensa, di riflessione storica e di rievocazione delle sue vicende personali, che andavano dall’espulsione dal D’Azeglio - in anticipo su quella che gli sarebbe stata comunque imposta un anno dopo - per il noto episodio di precoce e spontaneo antinazismo, all’emigrazione familiare in Francia e al suo ritorno in clandestinità con la Resistenza. Lo seguirono tutti con estrema attenzione e partecipazione. Ricordo che una ragazza mi disse: “Fino ad ora credevo che queste cose succedessero solo nei film, oggi ho capito che riguardavano invece persone in carne e ossa”. Aveva parlato con lucidità e precisione, come sempre senza alcuna retorica, sapendo attualizzare al presente quell’esperienza storica nel segno della lezione che ci ha lasciato: quella di una vita di ferme convinzioni e passione civile per la giustizia e la libertà.

 

Santina Mobiglia