Guido Fubini

 

I ricordi degli amici

 

I decenni che ho trascorso lontano da Torino mi portano a concentrare i mie ricordi di Guido agli anni giovanili della mia formazione ebraica e civile. Quando ne scrissi qualche anno fa, definivo le mie figure di riferimento, e di Guido dicevo: “Guido Fubini, avvocato, politicamente impegnato nel PSI”.

Al Guido avvocato sappiamo tutti associare l’impegno per l’Intesa e lo Statuto dell’Ebraismo italiano, ma di quel lungo lavoro a me piace ricordare lo stimolo ad analizzare con senso critico le situazioni, e la determinazione nel promuovere il cambiamento.

Ma dall’amico avvocato io cercai anche altre risposte: in modo molto netto mi fornì le argomentazioni per sostenere che un crumiro lede i diritti degli scioperanti. Diritti e società.

Nell’Italia degli ultimi anni ’50 l’impegno politico di Guido fu un altro riferimento per me: prima ancora delle competizioni elettorali della Comunità, fui coinvolto nella distribuzione di propaganda elettorale del PSI. Forse ero troppo giovane per essere completamente cosciente dei contenuti di quei messaggi, ma quel lavoro di imbustare volantini nello studio Guido, rappresentava per me una rudimentale forma di partecipazione alla vita politica.

Nel tempo si sono succeduti i tanti scritti di Guido su Ha Keillah, nei quali ho sempre riconosciuto la lucidità e il rigore di quei primi momenti.

Paolo Foa


 

Quaranta anni fa, al ritorno a Torino da un viaggio a Gerusalemme, invitai a cena un gruppo di amici, per discutere della situazione politica che avevo trovato in Israele.

Ricordo, tra gli altri, Marco Brunazzi, Giorgio Sesia,Francesco Saverio Seganti, Enzo Giorgi, Aldo Zargani che portò Guido. E fu lui ad assumere il coordinamento di un gruppo che cominciò a discutere di Israele e di Palestina. Eravamo, tutti, iscritti o vicini al Partito Socialista e, tutti, soprattutto, affascinati dalle idee di Riccardo Lombardi.

Seguirono mesi di incontri, lettere, dissensi, consensi, spiegazioni di varia natura, finché il 22 Maggio 1969, ci trovammo tutti nello studio del Notaio Picca di Via San Tommaso a firmare l’atto costitutivo e lo statuto del “Comitato della Sinistra Torinese per la pace nel Medio Oriente”.

I propositi del Comitato furono ambiziosi “recare un contributo al ristabilimeno della pace nel Medio Oriente, affermando la esigenza fondamentale di armonizzare la esistenza ed il diritto all’autogoverno del popolo israeliano con le aspirazioni nazionali e l’analogo diritto del popolo palestinese, da considerarsi esso pure come una unità politica”.

Queste parole furono scritte da Guido, il quale al termine della riunione notarile, mi chiese di assumere la presidenza del Comitato.

Nacque così, tra di noi, un sodalizio, segnato non soltanto da ideali, per molti aspetti, comuni, ma anche, per parte mia, dal considerarlo quasi un simbolo della tragedia del popolo ebraico verso il quale sentivo di avere un debito (comune a tutti gli Europei) per non aver fatto nulla per impedire quella tragedia.

Guido, in realtà, mi ricordava il mio compagno di banco al Regio Ginnasio “Minghetti” di Bologna, che, nel 1938, era stato espulso dalla nostra scuola con una sola motivazione:“in quanto ebreo”. Ero rimasto incredulo e sgomento di fronte a quella infamia, ma impotente. Mentre Guido, alla stessa età (13 anni) e nello stesso 1938, era stato espulso dal Regio Ginnasio “D’Azeglio” di Torino per aver scritto su una parete: “Abbasso Hitler”.

E fu anche per questo che, quando nel 1973, a Torino, in pieno regime democratico,Guido e tutta la sua famiglia, furono per mesi quotidianamente perseguitati dalla teppaglia fascista con insulti volgari e con dettagliate minacce di morte, non esitai a organizzare una polizia privata che vigilò giorno e notte sulla loro sicurezza.

Erano tempi di grandi passioni, di speranze e di delusioni.

Partecipammo insieme agli incontri diParigi dai quali nacque il “Comitato della Sinistra Europea per la pace in Medio Oriente”, del quale fece parte una delegazione italiana presieduta da Riccardo Lombardi e portammo, insieme, l’Appello votato da quel Comitato, ad Arrigo Levi per la sua pubblicazione su “La Stampa”, che egli dirigeva.

Sono strascorsi molti anni e molta acqua è passata sotto i ponti del Po. Ma non la passione politica, intesa come studio continuo della trasformazione della utopia nella realtà.

Quando, nel 2004, organizzai una raccolta di giudizi su Riccardo Lombardi, che conteneva anche un saggio di Guido, egli mi scrisse. “Provo un senso di fierezza, per avere collaborato a questa opera. Grazie, Nerio”.

Grazie a Te, Guido carissimo, per quello che ci hai insegnato, per la Tua umiltà, e per il Tuo orgoglio. Grazie anche per la lezione che ci hai lasciato sulle radici dell’Europa, nel Tuo ultimo scritto su “La Stampa”.

Vale la pena di leggerlo:

“Le radici comuni e specifiche dell’Europa si trovano nel libro Dei delitti e delle pene di Beccaria del 1764, nel Trattato della Tolleranza di Voltaire del 1765, nel Trattato sulla Ricchezza delle Nazioni di Adamo Smith del 1776, nel Nathan il saggio di Lessing del 1779, nel Jerusalem di Moses Mendelssohn del 1783, non meno che negli scritti di Montaigne. Ci sono tutti: gli italiani, i francesi, gli inglesi, i tedeschi; ci sono i cattolici, i protestanti, gli ebrei. Con ciò non si vuol dire che tutta la cultura europea stia nel secolo dei Lumi, ignorando gli apporti greci, romani, ebraici, cristiani, arabi o ancora di altra natura, ma si vuol rilevare che il contributo particolare che gli europei hanno dato al mondo, diverso da tutto quanto hanno dato gli altri popoli, sta nell’illuminismo e nei diritti dell’Uomo. E qui sta la specificità europea e forse meriterebbe di essere ricordato”.

Nerio Nesi 


 

Domenica pomeriggio, tornando dai consueti servizi pastorali, Piera ed io siamo passati a salutare Marina Jarre, scrittrice valdese, e abbiamo subito parlato di Guido. Marina ha ricordato le numerose occasioni in cui aveva collaborato con lui e ha concluso con un giudizio lapidario:“GuidoFubini era un puro di cuore”.

È vero: lo si vede dal modo con cui imposta, fin da giovane, il suo rapporto con la tradizione ebraica che lo ha formato, e che egli non ha mai rinnegato. Si prepara al Bar Mitzvah con la massima serietà, vive con gioia questo grande rito di passaggio, ma presto si orienta verso “una comprensione dell’ebraismo come una ricerca costante di giustizia a livello universale” (Piera Egidi Bouchard, Incontri, Claudiana, Torino, 1998, p. 198. Il capitolo dedicato a Fubini si intitola: Uguaglianza e diversità). Il suo non è però un universalismo astratto: valga come esempio la decisione di iscriversi all’associazione degli scout ebrei, e non alla più grande associazione laica (P. Egidi Bou­chard, op. cit., p. 199): uguaglianza non significa dunque assimilazione, ma rispetto delle diversità.

Dopo l’epopea della Resistenza, Guido si trova perciò a solidarizzare con un’altra “diversità”: quella valdese. La Repubblica nata dalla Resistenza tarda infatti a risolvere il problema ridicolo quanto assurdo delle “Leggi del 1929-30” cioè delle norme fasciste che, in modi diversi, hanno coartato la libertà dei protestanti e degli ebrei.

È interessante notare che Fubini è stato uno dei primi a denunciare la persecuzione contro gli evangelici pentecostali: un problema di fronte al quale molti progressisti scantonavano o pronunciavano giudizi sommari quanto superficiali (unica eccezione:Arturo Carlo Jemolo, cattolico liberale).

La posizione di Fubini veniva così a coincidere con quella del grande giurista valdese Giorgio Peyrot. Per quattro decenni, valdesi ed ebrei condussero perciò due battaglie parallele per giungere all’attuazione delle “Intese” pre­scritte dall’art. 8 della Costituzione: un articolo che ha la sua “punta operativa” grazie all’opera di un altro ebreo torinese:Umberto Terracini.

Nel corso di queste “battaglie parallele” i contatti tra ebrei e valdesi sono stati innumerevoli: personalmente, ho conosciuto Guido proprio in questo contesto. Guido, non dimentichiamolo, ha lasciato la sua impronta sul testo dell’“Intesa ebraica”. Perciò egli rimane una figura importante e significativa per noi valdesi.

Ma c’è stato anche un altro caso di incontro: un libro scottante sulla questione israelo-palestinese (G. Fubini-V. Pegna-L. Visco Gilardi, Israele-Palestina, una scelta  diversa, Claudiana,Torino 1970): gli autori sono tre, ma Gui­do ha scritto due terzi del volume. L’ho riletto proprio domenica sera, e sono rimasto sbalordito dall’attualità di molti dei suoi giudizi. È evidente che egli ama profondamente il popolo d’Israele e ne approva l’organizzazione in uno Stato. Ma constata che le vicende di metà Novecento hanno fatto nascere un nuovo popolo: i Palestinesi. E questo nuovo popolo va trattato sulla base dei consueti criteri di giustizia, uguaglianza e diversità. E questo Guido lo dice pochi anni dopo la smagliante vittoria nella Guerra dei Sei Giorni: se questa non è chiaroveggenza, ditemi voi cos’è. È comunque un segno di quella “purezza di cuore” a cui alludeva Marina Jarre parlando di lui.

Un ebreo che per me è davvero molto importante, ha detto da qualche parte: “Beati i puri di cuore, perché essi vedranno Iddio”. Credo che questo motto valga anche per Guido Fubini.

Giorgio Bouchard
pastore valdese


 

Ho incontrato Guido Fubini nel 2002, quando mi sono presentato nell’ufficio della Comunità Ebraica torinese chiedendo aiuto in merito a un libro sulle leggi razziali. Senza nessuna esitazione un’altra Fubini – mi sembrò allora che una buona parte della comunità si chiamasse così - mi ha detto: “Deve parlare con Guido”. Così è cominciata un’amicizia che, anche se non è durata molti anni, è stata una delle più importanti della mia vita.

L’Avvocato Fubini non era semplicemente un amico e una fonte inesauribile di idee, contatti e suggerimenti - anzi, le tre cose insieme -, era anche la dimostrazione di come sia possibile vivere una buona vita in tempi duri e impegnativi. Ha personificato la situazione particolare degli ebrei piemontesi: una piccola collocazione ideale tra l’Italia, la Francia e (spiritualmente) Israele; la ricerca di un’Italia umana e democratica tra gli estremi della destra e della sinistra; la centralità di fede, famiglia e comunità anche in un mondo quasi irriconoscibile alla sua generazione. Facendo il percorso sino a Via Cernaia ho avuto l’impressione di seguire i passi di tutti i grandi della storia, della letteratura e della cultura torinese: tutti avevano seguito lo stesso itinerario.

Una delle cose più ammirevoli di Guido è che non ha mai preso se stesso troppo sul serio. Una volta a cena mi ha raccontato la storia di com’era stato espulso dal PSI per aver votato contro la direzione: gli venne così risparmiato l’imbarazzo degli scandali successivi nel partito. In un’altra occasione ha scherzato, dicendo che i suoi parenti avevano cambiato il nome familiare da Levi a Fubini pensando che il secondo suonasse meno ebraico. C’è stata sempre in lui l’intelligenza, il coraggio, ma anche l’umiltà e la consapevolezza che nessuno di noi - ricchi o poveri, ben educati o maleducati - è più importante di Dio o della comunità. Non sono mai stato così fiero di essere ebreo come quando mi sono trovato in sua compagnia.

Michael Livingston


 

Gentilissima famiglia Fubini,

a nome mio, del Preside del Liceo “D’Azeglio” che mi ha chiesto di rappresentarlo, degli insegnanti e degli studenti tutti, porgo le più vive condoglianze per la scomparsa del “nostro” Guido. Permettetemi di chiamarlo così nel ricordo di questi ultimi anni in cui si è sempre dimostrato disponibile e felice di venire in mezzo ai giovani, nel Liceo che nel 1938 l’aveva cacciato per motivi politici, per aver scritto “Abbasso Hitler” nei bagni della Scuola, a portare la sua testimonianza di bambino travolto dal fascismo, di ragazzo capace di fare le scelte “giuste”, di combattente per la libertà, di uomo che ha vissuto la storia del Novecento con tutte le sue aberrazioni traendone una grande lezione di vita da trasmettere alle generazioni future. Un “maestro”, insomma, un uomo che sapeva farsi ascoltare e sapeva trovare le parole giuste per toccare il cuore dei giovani sia quando parlava della vergogna delle leggi razziali sia quando faceva cenno ai fatti più attuali. L’ultima volta che è stato tra noi, nel suo “D’Azeglio”, meno di un mese fa, per incontrare gli studenti nella Giornata della memoria, ha voluto fare un riferimento ai fatti di Castel Volturno e di Rosarno, invitando i ragazzi a tener alta la guardia contro ogni forma di disprezzo dell’altro, di xenofobia, di razzismo. Quello è stato per noi il suo testamento spirituale. Uno dei miei studenti, colpito dalle sue parole, ha chiesto di poterlo invitare ad uno dei laboratori durante le giornate di autogestione poiché si potesse riprendere quel discorso che in lui, nella sua persona e nella sua vita, collegava la scelta civile della sua gioventù contro la dittatura all’impegno di oggi a favore dei diritti. La sorte ha voluto diversamente: quell’incontro non ci sarà, ma Guido sarà con noi nei banchi del “D’Azeglio”, tra i “fantasmi” che Augusto Monti sostiene frequentino le aule e i corridoi della Scuola, specie quelli del terzo piano, e nei nostri cuori, nel rimpianto di averlo conosciuto poco, ma di averlo capito a fondo e di esserci sentiti, fin dal primo incontro, in piena sintonia con lui.

E se scompare un altro esponente del vecchio azionismo torinese, non vengono meno i valori in cui ha creduto e che noi del “D’Azeglio” sentiamo come un debito nei confronti del passato, un debito che abbiamo il dovere di trasmettere alle generazioni che verranno.

Addio Guido Serra, addio Guido Fubini.

Giorgio Brandone
Liceo Classico “Massimo D’Azeglio”


 

È mancato ai vivi Guido Fubini, grande protagonista dell’ebraismo e dell’umanesimo integrale, avvocato e giurista, Presidente del Movimento.

Esule in Francia dal 1938 in concomitanza con le odiose leggi razziali, ha svolto attività clandestina dal 1943 durante la Resistenza nelle fila del Movimento Giustizia e Libertà.

Fu tra coloro che, nei primi congressi dell’Unione delle Comunità Ebraiche italiane, si batterono per il superamento dei decreti regi degli anni trenta.

Ha contribuito all’elaborazione dell’Intesa tra le Comunità Ebraiche italiane e lo Stato italiano.

Con Alessandro Galante Garrone, Giorgio Diena, Aldo Garosci, Aldo Visalberghi ed altri ha concorso nel 1994 alla fondazione del Movimento d’Azione Giustizia e Libertà, ideale prosecuzione del Movimento fondato dai fratelli Rosselli nel 1929.

Collaboratore di diverse riviste, è stato Direttore della “Rassegna mensile Israel” dal 1982 al 1996.

Ha pubblicato La condizione giuridica dell’ebraismo italiano, La Nuova Italia, 1974; L’Antisemitismo dei poveri, Giuntina, 1984; L’Ultimo treno per Cuneo, Albert Meynier, 1991; Lungo viaggio attraverso il pregiudizio, Rosenberg & Sellier, 1996.

Nella fondamentale opera La condizione giuridica dell’ebraismo italiano, con prefazione di Arturo Carlo Jemolo, Guido Fubini ripropone il grande dibattito al quale è tuttora interessato un ampio ventaglio di forze politiche e di correnti culturali sulle libertà religiose.

Il 1848 ha portato all’emancipazione dei Valdesi e degli Ebrei.

Con il Risorgimento si è affermato il riconoscimento dell’eguaglianza dei diritti, già avviata in Italia nel periodo napoleonico.

Soltanto dopo la Resistenza e la Liberazione si è passati dal riconoscimento del diritto all’eguaglianza all’affermazione del diritto alla diversità come corollario del principio di libertà.

Nel suo studio Guido Fubini tiene conto del periodo repubblicano, segnato dal progressivo affermarsi della Costituzione per un dibattito giuridico e politico sulle libertà religiose, particolarmente attuale.

Renzo Gattegna, Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, ha dichiarato dopo la sua morte: “Ho sempre ammirato la sua coerenza e la perfetta sintesi tra l’uomo libero, il giurista e l’ebreo.

La sua memoria sia di esempio e di benedizione”.

Non ti dimenticheremo, caro Guido!

Alla cenere dei viventi sia la tua terra lieve!

 Avv. Antonio Caputo