Pluralismo

 

Pluralismo ed ebraismo plurale

di Giorgio Gomel

 

Nell’organizzare come Gruppo Martin Buber-Ebrei per la pace e Pitigliani la giornata di studi su Pluralismo nella società e pluralità nell’ebraismo abbiamo voluto affrontare un tema controverso, complesso, ma molto rilevante per l’ebraismo in Italia, in Europa, nel mondo. Motivi ispiratori e argomenti principali di discussione si ritrovano in un documento di base, pubblicato anche da Ha Keillah sul numero di febbraio 2010 e reperibile sul sito www.martinbubergroup.org.

Due brevi premesse.

L’ebraismo è per sua natura plurale, ma in quello italiano si manifesta un vistoso deficit di pluralismo. Il nucleo ebraico in Italia è forse troppo piccolo e fragile per imitare modelli come quello americano, ma potrebbe comunque beneficiare di un maggiore pluralismo. La struttura unitaria, centralistica, fissata dallo Statuto dell’UCEI e dalle Intese con lo Stato del 1987, è ormai anacronistica.

Secondo, oggi in Italia la pluralità esiste. Vi sono vitali forme di aggregazione ebraica non ufficiali. A Milano, da un lato esistono Keshet, espressione di un ebraismo laico e umanista, nonché Lev Chadash e Bet Shalom, gruppi riformati, dall’altro si formano comunità chiuse di ebrei orientali che rifiutano di mandare i loro bimbi alla scuola ebraica comunitaria. A Roma si è formato un gruppo di ebrei riformati legato a Lev Chadash. Insomma, vi sono congregazioni ebraiche plurali che tendono ad autogestirsi, al di là e al di fuori delle comunità, secondo un modello prevalente al di fuori dell’Italia. Nel caso specifico dell’Italia, vi è però un legame stretto fra pluralismo e rappresentanza nelle istituzioni come le Comunità e l’UCEI. Il diritto di tutti alla rappresentanza è essenziale perché il pluralismo possa esprimersi pienamente, riconosciuto dallo Stato.

Il convivere di tanti modi di essere ebrei ha consentito agli ebrei di preservare una loro unità di gruppo nella storia. L’esistenza di identità multiple è stata elemento caratteristico dell’ebraismo. Con la nascita di Israele, l’identità ebraica è diventata una “trinità”: quella politico-nazionale-territoriale (in Israele); quella religiosa-diasporica; quella, infine, di ebrei che tendono ad integrarsi in società occidentali che si evolvono pur con fatica verso forme multiculturali, alla cui vita civile e politica essi partecipano, e che mantengono legami affettivo-culturali di appartenenza all’ebraismo e di vicinanza con la terra e lo stato di Israele.

Oggi la minaccia di una frattura nel mondo ebraico viene dall’affermarsi di un’ideologia per cui solo l’ortodossia “pura e dura” è vero ebraismo, mentre gli altri - i non ortodossi - non hanno uguale diritto all’appartenenza, perché assimilati, o quasi transfughi dall’ebraismo. Dobbiamo invece affermare un ideale di rispetto reciproco, di apertura e accoglienza delle comunità, di unità, non di chiusura e di esclusione. Affermare una pratica di dialogo, non nel senso di dissolvere le differenze di opinione che vi sono fra ebrei, ma di saperle confrontare e dibattere. Lo stesso ostracismo dell’ebraismo ufficiale e rabbinico verso i nuovi ebraismi che si manifestano in Italia ci deve spingere a difendere i diritti di tutti ad esprimere la propria appartenenza all’ebraismo.

Siamo dominati dalla paura. Gli ortodossi hanno paura dell’assimilazione, della scomparsa della particolarità ebraica in una società che tutto annulla e omologa, anche se la nozione di assimilazione è impropria perché oggi la spinta non è tanto a negare la propria identità ebraica quanto ad affermarla nello scambio con il mondo non ebraico. I non osservanti hanno paura dell’indurirsi dell’ortodossia, fino alla perdita della libertà, del proprio diritto ad essere riconosciuti come ebrei a pieno titolo. Queste paure, se non vinte, renderanno il dialogo più difficile.

Nella sessione introduttiva del Convegno, dopo i saluti inaugurali dei Presidenti del Pitigliani e dell’UCEI e la lettura di un messaggio del Sen. Carlo Azeglio Ciampi pubblicato qui sotto, si è discusso di pluralismo in senso lato e delle sue relazioni con la laicità, nella società e nelle istituzioni pubbliche.

Furio Colombo ha descritto il degrado inquietante del pluralismo nel mondo dell’informazione. Sergio Lariccia ha discusso di laicità nella Costituzione con un excursus storico dagli anni ’50 ad oggi, giungendo alla sentenza recente sui simboli religiosi nei locali pubblici così contraddittori con le istanze di una società multiculturale. Clotilde Pontecorvo ha insistito sulla laicità come principio fondante nell’istruzione pubblica.

Poi si sono affrontati i temi interni al mondo ebraico. Esther Benbassa, della Sorbona, ha illustrato gli elementi salienti della storia degli ebrei di Francia: dagli israelites dell’800, agli esuli est-europei alla ricerca di un approdo nella Francia dei primi anni del ’900 fino alla grande ondata degli immigrati dal Nordafrica degli anni ’60-’70, fra cui prevale un ebraismo conservatore con forti venature tradizionaliste e in rapporti difficili con il mondo arabo-mussulmano. Paola Di Cori ha tessuto l’elogio degli ebrei cosmopoliti, dalle identità multiple. Si sono susseguite poi nella Tavola rotonda molte e differenti voci: Ugo Volli (Lev Chadash), Riccardo Pacifici (CER), Bruno Segre (Keshet) e Gianfranco Di Segni (Collegio rabbinico); voci che, nonostante profonde differenze, convergono però - o è il mio illuso ottimismo? - sulla necessità di vivificare l’ebraismo italiano con dosi di pluralismo e riconoscendo cosa sta avvenendo lungo i confini e ai margini dell’ebraismo ufficiale.

Che fare quindi in concreto anche in vista del Congresso dell’UCEI e della riforma del suo Statuto?

Non si è giunti nel Convegno a indicare ricette precise. Bisognerà adoperarsi in tal senso nei mesi a venire.

Il mio personale convincimento è che sia necessario un gentlemen’s agreement, un patto di convivenza tra gli ebrei italiani, religiosi e laici, osservanti e non, che tenga conto della pluralità delle realtà ebraiche in Italia, anche per effetto della globalizzazione, delle migrazioni, della sprovincializzazione di un ebraismo italiano finalmente più esposto al mondo e variegato.

Il gentlemen’s agreement dovrebbe tradursi nella trasformazione delle Comunità e dell’UCEI non in una federazione di congregazioni o confessioni ebraiche (difficile da realizzarsi per la scarsità numerica degli ebrei italiani, per il complesso sistema delle Intese con lo Stato, nonché perché ne sarebbero esclusi gli ebrei laici), ma in una “casa comune” degli ebrei residenti nel territorio.

L’UCEI potrebbe includere, accanto alle comunità tradizionali, anche associazioni, aggregazioni, gruppi, senza pertanto sconvolgere il suo Statuto e le Intese con lo Stato.

 

Giorgio Gomel