Israele

 

Sessantaduesimo anno

di Reuven Ravenna

 

Comincerò all’opposto delle due giornate di inizio di Iyar, ma nello stesso stato d’animo. Gli osservatori si stupiscono, ogni volta, di come gli israeliani passino, senza soluzione di continuità, dalla Giornata dedicata alla Memoria dei caduti delle guerre e delle vittime del terrorismo, al Giorno dell’Indipendenza, sosta annuale, trascendente lo stress della quotidianità, caratterizzata a ritmo orario dalle news non sempre incoraggianti, anzi. Una pausa di ventiquattro ore, contrassegnata da eventi pubblici, scampagnate e spettacoli di arte varia. Come ognuno di noi si sofferma a fare il punto guardandosi indietro nel percorso della sua esistenza, anche le nazioni, e a maggior ragione un Paese come Israele, si arrestano, sia pure per un breve lasso di tempo, a tentare un bilancio delle loro “opere” e dei loro “giorni”. E anch’io cercherò di trasmettere le mie riflessioni sulla scena grande e minore che osservo con partecipazione e, per lo più con amorosa trepidazione, certamente derivata dalla scelta non facile che mi ha portato a vivere nello Stato ebraico. Senza voli “ovvii-retorici-apologetici”, non posso sottovalutare le innumerevoli luci che illuminano il quadro. Faccio un esempio: scorrendo, al venerdì, le pagine dei giornali, mi si rinnova, settimanalmente, l’ammirazione per la quantità di manifestazioni culturali, artistiche, per i convegni dedicati ai temi di scottante rilevanza, per gli itinerari consigliati per il week-end. In proporzioni, in assoluto, superiori alle dimensioni geografiche di Erez Israel. Per non trascurare il numero crescente di libri originali o in traduzione che trovo in recensione o nei cataloghi delle case editrici. Espressione di una letteratura che ha travalicato i limiti del Paese, come il cinema, ottenendo una crescente messe di riconoscimenti qualitativi e di ammirato interesse. Si è affermato che il miracolo maggiore del sionismo sia stata la rinascita della lingua ebraica, che nonostante le sue deficienze, inevitabili, è oggi l’espressione dominante dei sentimenti, degli ideali, delle aspirazioni dei singoli, come delle generazioni che la usano fin dalla nascita come idioma naturale. Tenendo conto delle condizioni geopolitiche in cui conduciamo da sempre la nostra esistenza, non possiamo non riconoscere l’aspirazione alla gioia di vivere, per quanto sia possibile, espressa nelle vacanze all’interno e ancor più all’estero, con statistiche da record, con il sentimento di solidarietà nei momenti d’emergenza, nella ripresa istantanea della normalità dopo attentati e sciagure. Fin qui “il bicchiere mezzo pieno”.

Non rifuggo a “parlare male di Garibaldi”, e non temo di “lavare i panni sporchi in famiglia”. Sì, in famiglia, perché, nonostante le rabbie, le profonde preoccupazioni, i dissensi di mentalità e di punti di vista, mi sento parte attiva di questa straordinaria società che il popolo ebraico ha ricostruito dopo una dispersione più che millenaria, proveniente da decine e decine di terre di origine, mosaico di costumi, modi di vivere e mentalità. Seguendo continuamente le vicende della Terra, sono portato, automaticamente, a paragoni con i trends del Villaggio globale, lasciandomi tentare da “consolazioni” del tipo “tutto il mondo è paese”, e noi che ne facciamo parte non costituiamo l’eccezione!” No, ogni magagna israeliana, ogni trasgressione o ombra israeliana, mi turba in profondità, mi inquieta. E debbo controllare le mie reazioni alla lettura della cronaca nera che riporta una shoccante sequela di crimini e aberrazioni di tutti generi, dagli “affaires” di corruzione pubblica, di commistioni tra politica e gran capitale, agli squilibri sociali crescenti. E, per amor di patria, non aggiungo le vicende riguardanti lo stato di impasse nei rapporti israelo-palestinesi, nelle loro ripercussioni quotidiane nei Territori dallo status provvisorio (che dura da lustri), nel logoramento della solidarietà degli arabi israeliani nei confronti della maggioranza ebraica, nel degrado di Israele nell’opinione pubblica dei paesi tradizionalmente amici o simpatizzanti. La mia metà italica, che non posso sopprimere o ignorare, mi pone, alle volte, nei panni di chi, da lontano, segua o si interessi, anche sporadicamente, a quanto avviene in questo lembo di terra sulle coste del Mediterraneo orientale, e alludo al lettore ebreo in primo luogo. Confesso che non sono molto ottimista, al riguardo. Come ho scritto più di una volta, il febbrile succedersi dei fatti, di natura militare o geopolitica, concentra quasi totalmente l’attenzione dei singoli, anche di coloro che abbiano qui legami di famiglia. Non sottovaluto la problematica dell’informazione, che vorrei fosse nel contempo formazione di identità e conoscenza crescente di una concreta realtà, complessa ma avvincente come poche! Per parte mia intendo continuare col mio modestissimo contributo di espositore, che emerge dalla mia ebraicità e dalla fedeltà a certi ideali di fondo che mi hanno accompagnato lungo il cammino finora percorso.

 

Reuven Ravenna