Israele

 

Parlando con l’autore
Ambidestro, difetto o virtù

 

Paolo Di Motoli è autore de I Mastini della Terra. La destra israeliana dalle origini all’egemonia (prefazione di Sergio Romano, I libri di Icaro, Lecce 2009, pp. 402, euro 13). Gli abbiamo posto qualche domanda.

 

HK. Gli eredi dell’Irgun e di Jabotinsky erano al momento della proclamazione dello stato di Israele una banda di disperati sgraditi all’Agenzia ebraica, ai comandi dell’Haganà, ai vertici politici e all’opinione pubblica e guardati con sospetto dalla comunità internazionale. Per quale via sono riusciti ad accamparsi nel paese e a farsi accettare dai più?

P.D.M. La loro è stata una vera traversata del deserto che li ha portati lentamente ad allargare una base elettorale centrata sulla piccola borghesia cittadina e su tutti coloro che già in Europa orientale simpatizzavano per la destra politica di Jabotinsky e poi per quella militare di Begin. Alle prime elezioni israeliane del 1949 presero appena 14 seggi su 120.

Begin capì subito che bisognava allargare la base elettorale cercando alleanze con i liberali (i sionisti generali) e puntando sulle debolezze dei laburisti.

Herut raccolse la protesta su ogni questione spinosa, fosse il cessate il fuoco con il regno di Transgiordania che tagliava via parti di Eretz Israel, le riparazioni tedesche o la questione della mancata approvazione di un testo costituzionale scritto.

Un decisivo passo strategico per conquistare il consenso dei settori “moderati” della società israeliana fu quello di porre fine all’opposizione di principio alle istituzioni modellate dai laburisti entrandovi e conducendo una battaglia dall’interno. Mi riferisco in particolare al sindacato, al rispetto delle regole parlamentari e all’Agenzia Ebraica che in passato venivano rifiutate come costruzioni laburiste che andavano boicottate.

 

HK. Esistono differenze culturali e demografiche precise tra Jabotinsky, Begin, Shamir, Netanyahu e Sharon? Ognuno di loro che titoli aveva per agganciarsi al maestro che lo aveva preceduto?

P.D.M. Il problema dell’eredità non è questione da poco. La prima cesura che di fatto si è verificata risale all’epoca in cui Begin si rivoltò contro la diplomazia ostinata di Jabotisnky che non voleva una rivolta aperta contro i britannici. Di fatto il sionismo revisionista uscì sconfitto negli anni ’40 e i suoi eredi vennero emarginati. In pochi si ricordano che alle prime elezioni israeliane vi furono tre partiti di destra candidati a rappresentare quel settore culturale e politico: i Revisionisti di Arieh Altman, i combattenti dell’Irgun candidati nel partito Herut di Begin e i rivoluzionari del Lehi dove militava Shamir.

Gli unici a scomparire furono proprio i revisionisti che non presero nessun seggio mentre il Lehi mandò in parlamento Yellin Mor.

Begin non era mai stato revisionista ma si riteneva ugualmente un seguace di Jabotinsky, di cui esasperò il messaggio militaresco mettendone da parte il piglio diplomatico.

Shamir (uno dei leader del Lehi) che fu il successore di Begin, faceva parte di quella che viene chiamata “la famiglia combattente” ma aveva un retroterra culturale molto più radicale e nichilista di Begin, che rimaneva per molti aspetti un nazionalista romantico. Shamir e i suoi erano figli di un movimento tipico dell’età della Crisi che aveva avuto infatuazioni che andavano dal Terzo Reich fino all’Unione Sovietica di Stalin.

Netanyahu potremmo definirlo un brillante riformatore e innovatore di questa tradizione che con lui arriverebbe a una sorta di sintesi. Gli va riconosciuto un maggiore pragmatismo e una capacità di rendere il messaggio nazionalista più moderno e meno legato a questioni ideologiche. La decisa ostilità contro ritiri anche parziali dai territori presi nel ’67 viene argomentata con motivazioni di tipo strategico e non più come durante il beghinismo richiamandosi alla Bibbia e alla millenaria presenza ebraica nei luoghi pulsanti di Eretz Israel come Gerusalemme o Hebron.

Su Sharon c’è poco da dire perché non apparteneva alla “famiglia combattente” ed era un membro dell’Haganà, quindi lo potremmo definire un outsider del revisionismo. Ha però il merito di aver inventato il Likud, cioè il principale motore elettorale delle vittorie della destra.

 

HK. Pur prendendo con beneficio di inventario gli applausi e i fischi alle Nazioni Unite e tenendo conto delle difficoltà obiettive che hanno incontrato giganti come Moshe Sharett e Abba Eban, chi di questi personaggi è stato capace di fare un discorso all’estero udibile e ascoltabile?

P.D.M. Se parliamo di comunicazione gli esempi migliori sono due: il primo è il Jabotinsky, diplomatico che tiene anche un discorso alla Camera dei Comuni inglese, e il secondo è Netanyahu, che sa parlare un linguaggio moderno che si sposa perfettamente con la nostra epoca “securitaria” da scontro delle civiltà. Dopo l’11 settembre molte parti di mondo hanno i timori che prima avevano solo gli israeliani e questo non può che fare buon gioco a un leader che si è formato negli Stati Uniti e ha spopolato nei talk show televisivi quando era ambasciatore alle Nazioni Unite parlando più che altro del pericolo terrorista (1984-1988).

La retorica di Begin che pure era straordinaria all’interno del paese risultava per orecchie straniere un po’ in odore di fondamentalismo, con troppi richiami alla promessa divina e alla storia antica. Begin parlava dei rivoltosi di Bar Kochbà negli stessi termini con cui parlava dei suoi compagni dell’Irgun.

 

HK. Veniamo all’oggi: il Golan non lo restituisce nessuno, Gaza la bombardano ma non la vogliono, la Galilea libanese a sud del fiume Litani non rientra nelle rivendicazioni con Giudea e Samaria ogni giorno ripopolate. Gli israeliani sembrano appagati, ma cosa offrono ad Abu Mazen?

P.D.M. Sul Golan, sempre dal punto di vista della tradizione politica della destra, spiragli ne esistono poiché già negli anni ’80 ci furono polemiche all’interno del Likud tra chi lo considerava Eretz Israel e chi richiamandosi ad altre interpretazioni non lo considerava territorio “storico”.

Se si ascolta cosa ha detto Netanyahu e cosa era scritto nel programma elettorale del Likud, ad Abu Mazen si offre una “pace economica” ma nessun ritiro. Il termine non fa parte delle politiche ufficiali del Likud, almeno per quanto concerne i territori orientali. La mia idea è che si riproponga il concetto di autonomia funzionale sulle persone e non sulla terra esattamente come fatto da Begin a Camp David con Sadat e Carter. Il concetto di autonomia funzionale viene da lontano; venne elaborato negli anni ’20 da Jabotinsky in un testo intitolato Lettera sull’autonomia, e Begin lo utilizzò per agganciarsi alla tradizione revisionista e fronteggiare gli estremisti contrari ad ogni concessione come Geula Cohen.

 

a cura di Giuseppe Tedesco