Storie di ebrei torinesi

 

Il mio 25 aprile
Beppe Sajeva

 

Beppe mi ha raggiunto a Cuneo, in casa dei miei nonni. Mi ha colpito il suo animo vivace e giovanile, al quale non è facile dare gli 83 anni che, a sentir lui, avrebbe compiuto l’indomani… Entusiasta e pieno di voglia di raccontare, ha estratto con sicurezza dallo zaino un computer e un cd e, sotto i miei occhi attoniti, mi ha mostrato, rivelando una straordinaria maestria con il computer, un gran numero di foto che ripercorrevano la sua singolarissima vita: venti mesi ininterrotti di guerra partigiana, la liberazione di Torino, l’arruolamento volontario per un corpo di ausiliari addestrati in Francia dall’esercito Usa dopo che l’Italia aveva dichiarato guerra al Giappone, la partecipazione nel ’48 come volontario alla guerra di Indipendenza dello Stato di Israele e una seconda volta a quella dei Sei Giorni nel ’67.

I segni di queste molteplici esperienze sono ancora riscontrabili nel carattere di Beppe: insofferente alle chiacchiere vane, un uomo rigorosamente combattivo, un autodidatta della vita.

 

Potremmo incominciare con le origini del suo nome…

Mio padre era della Bosnia Erzegovina, di Vscegrade, un paese con molti ebrei, per metà askenaziti per metà sefarditi. Era un meccanico di precisione così i rappresentanti della Singer lo scelsero per lavorare con loro e lo portarono prima a Vienna, poi a Trieste e di lì a Milano e infine Torino, dove divenne caporeparto della Microtecnica. È stato la follia amorosa di mia mamma, una grande passione amorosa. Poi decise di andare in Spagna a combattere contro Franco. Verso la fine del ’44 venne catturato dalle SS, fu deportato in Germania a Marienfeld-Werk, nel ’45 tornò in Italia con una donna operaia del posto che lo aveva aiutato durante la prigionia e per riconoscenza la ospitò a casa nostra. Dopo qualche mese la tedesca tornò in Germania e mio padre morì nel ’67.

Non è mai stato un gran padre. Era un signore, che era mio amico.

 

Ha frequentato la scuola ebraica?

Si, e devo dirmi fortunato, per via delle leggi razziali avevamo fior fiore di insegnanti che provenivano dai licei e da tutte le altre scuole di Torino.

 

Come si è avvicinato ai partigiani? Che cosa lo ha spinto ad entrare nella Resistenza?

A 16 anni ho scavalcato la collina che divide Cumiana da Giaveno e sono andato coi partigiani. La scelta del luogo era legata ad un fatto preciso; fortunatamente, poco prima delle leggi razziali, la mia famiglia aveva acquistato una casa nella campagna torinese, a Cumiana, e così quando la guerra è iniziata siamo sfollati lì, dove sorgeranno le prime formazioni partigiane.

 

Beppe mi mostra il libro che ha scritto sulla sua storia (Appunti di vita partigiana di un ragazzo ebreo, Copiano Pavia, Grafica Ma.Ro Editrice, 2009) e così, un po’ come per gioco, abbiamo spulciato tra gli aneddoti ritornati alla memoria negli anni della vecchiaia.

 

Che cosa rimane impresso nella memoria di quei mesi di vita clandestina?

Si giocava a carte, ma mancavano le candele così io mi sono ricordato che in tutte le chiesucce c’erano le candele e così ne ho rubate più che potevo. Ci raccontavamo storie buffe, come quella della mucca che tentammo di portare in banda, ma che all’improvviso sembrò essere impazzita e invece si era semplicemente rotta una gamba e si dimenava per il dolore. Nella Resistenza ogni sentimento umano ebbe modo di affermarsi, l’amore per esempio come è raccontato nell’episodio delle nozze fra un brigadiere dei carabinieri e una ragazza torinese sfollata: “Pezzenti e pidocchiosi” i partigiani vollero egualmente fare ala agli sposi, mentre altri partigiani appostati di guardia all’ingresso della valle controllavano la situazione pronti ad avvisare gli amici in caso di qualche pericolo incombente. Nella mia esperienza di partigiano si affollano anche tanti ricordi torinesi, come il 25 aprile 1945 e l’ingresso in città attraverso la zona d’oltre Po, l’arrivo in piazza Carlo Alberto e la battaglia ultima contro la Casa Littoria poi diventata, in onore della brigata Campana cui appartenevo, Palazzo Campana, oggi è la sede della Facoltà di matematica dell’Università di Torino. Nel libro non troverai mai l’odioso tedesco, la gloriosa epopea, il mito… ho fatto anche in questa circostanza il mio mestiere preferito, il cronista. Questo mio libro di memorie, che contiene la mia storia è stato pubblicato da poco tempo, ma è stato scritto nel 1970. Lo stile è ormai quello giornalistico, asciutto, svagato, comico che ho coltivato per tanti anni. I luoghi che fanno da sfondo sono la val Sangone, Cumiana, di cui nel libro ricostruisco la terribile strage del 1° aprile 1944.

 

Un altro aspetto importante della sua vita è quello del ritorno a Torino, della libertà ritrovata…

Sono tornato a Torino e ho trovato un periodo molto curioso, ebrei disuniti, arrivavano profughi ebrei da tutte le parti, senza famiglia, giovani che parlavano tante lingue diverse e cercavano di ricrearsi un domani. La presenza di questi stranieri sopravvissuti allo sterminio ha rivitalizzato l’ebraismo torinese, ha rinvigorito la nostra comunità stremata dal fascismo e dalla guerra. Scoprimmo in quei giorni la funzione positiva e fertile del sionismo, che gli ebrei italiani non sapevano nemmeno che cosa fosse. C’era molto sospetto verso questa gente che fumava di shabbat ed era così diversa da gli ebrei della diaspora miti e timorosi. Io nella mia adolescenza avevo molto sofferto per le differenze di classe, fra ricchi e poveri, che dividevano la comunità di Torino, la sua scuola. Da piccolo ricordo che mi divertivo a “battezzare” con l’inchiostro i piccoli figli della buona borghesia ebraica torinese. I ricchi e poveri a scuola, e non soltanto a scuola, erano divisi.

 

Si capisce che sei un uomo d’azione, che non hai simpatia per la retorica.

Non sono mai stato un quiet man, non mi è mai piaciuto definirmi l’ebreo figlio del ghetto, la vita ha voluto che in molti momenti della mia esperienza giovanile io sia stato invece figlio del mitra.

 

intervista realizzata da Elisa Cavaglion