Memoria

 

Incontro con un prete giusto

di Beppe Segre

 

Compie novanta anni all’inizio di maggio Don Francesco Brondello, che Yad Vashem nel 2004 ha riconosciuto come Giusto tra le Nazioni, e che ora vive serenamente ospite di una Casa di Riposo del Clero, presso Boves, ai piedi di quelle montagne che ha sempre amato più di ogni altra cosa. Gli anni incominciano a pesare, Don Brondello si muove con difficoltà e leggere gli sta diventando faticoso, ma la memoria è sempre lucidissima, anche a ricordare episodi di quasi settanta anni fa, e gli acciacchi dell’età non hanno influito sull’affettuosità, l’ironia, e la voglia di raccontare che gli sono propri.

 

Buon giorno don Brondello, come trascorre le sue giornate?

Fino a poco tempo fa, uscivo la mattina a muovermi tra questi boschi, ad ammirare la bellezza dei tanti pini, delle innumerevoli foglioline sugli alberi, degli infiniti fili d’erba, a godere della bellezza di tutto quanto il nostro Signore ha creato. Oggi non esco più, ma continuo dalla mia finestra a contemplare la natura e a ringraziare per la bellezza dell’Universo. Come ci insegnano i Salmi, quanto numerose sono le Tue opere, o mio Signore, le hai fatte tutte con sapienza, piena è la terra delle Tue creazioni.

 

Ha sempre amato la montagna, vero?

Salivo in montagna senza fatica. Più di venti volte sono salito sul Monviso, a volte arrivavo in vetta prima dell’alba, e ho fatto tante tante altre ascensioni. Dopo la guerra, per quarant’anni mi occupai di progettare e di costruire, e poi di dirigere un Centro d’incontro e di meditazione in alta montagna, sopra Limone, studiato apposta per i giovani. Ci accorgevamo negli anni ’50 che alla forza centripeta della parrocchia si era sostituita la forza centrifuga esercitata dalle distrazioni della società moderna. L’incontro con la bellezza dell’alta montagna poteva costituire un’occasione di attrazione e di riflessione per i giovani. La natura viene da Dio e può riportarci a Dio, come ci insegnava Papa Roncalli. Imparai a sciare e fui maestro di sci per tanti ragazzi. Il prete volante, mi chiamavano.

 

Ma torniamo indietro negli anni. Il 12 settembre 1943 Cuneo fu occupata dall’esercito tedesco. Lei aveva allora ventitré anni. Posso chiederLe dov’era in quei giorni?

Ero curato a Valdieri. Vedevamo scendere dalla montagna i militari sbandati della Quarta Armata e gli ebrei provenienti da St. Martin de Vésubie, che avevano attraversato le Alpi, che portavano con sé, in valigie e sacchi, tutto quello che possedevano. Erano più di ottocento, e avevano bisogno di un posto dove nascondersi, di vestiti pesanti per l’inverno, di cibo, di tutto. C’erano bambini piccoli, povera gente! Dovevamo aiutarli! Mi confrontai con don Mario Ghibaudo, che era parroco a Boves, eravamo compaesani, eravamo cresciuti insieme a scuola e poi in seminario, eravamo amici veri. “Co fuma? Che cosa facciamo? - ci chiedevamo sgomenti - Che cosa possiamo fare noi poveri parroci di piccoli paesi di montagna?”. Innanzitutto dovevamo definire delle regole per comunicare tra di noi: gli fornii delle carte militari, su cui concordammo i luoghi dei prossimi incontri. Non ci saremmo telefonati: il telefono poteva infatti essere controllato. Se fosse stato necessario scambiarci messaggi, avremmo scritto delle frasi in piemontese, ma trascritte con i caratteri dell’alfabeto greco: oltre a noi, nessuno nella zona conosceva il greco classico, e i tedeschi non avrebbero compreso, ci illudevamo, il nostro piemontese. Era giovedì, e fu l’ultima volta che vidi don Ghibaudo.

 

Tre giorni dopo, era domenica 19 settembre, a Boves le SS avrebbero bruciato 350 case, torturato e massacrato 24 persone. Tra queste due sacerdoti: il giovane don Mario Ghibaudo, il suo amico d’infanzia, che cercava di soccorrere e portare in salvo parrocchiani anziani in fuga e il parroco Don Giuseppe Bernardi, presentatosi spontaneamente al maggiore Peiper per tentare di scongiurare la strage. Intanto, il 18 settembre viene pubblicato il decreto del capitano Müller, comandante germanico delle SS, che ordina a tutti gli stranieri di consegnarsi entro le 18 di quella sera: gli stranieri latitanti e coloro che li avessero protetti sarebbero stati immediatamente fucilati.

Ma Lei agiva senza paura. C’è una testimonianza precisa di due sorelle, Chaya e Gitta Kantoriwicz, allora bambine di 9 e 13 anni, che erano fuggite con la mamma da Berlino, mentre il padre era stato catturato, de­portato in lager e ucciso. Le due sorelle, che ora vivono a Chicago, ricordano precisamente il giovane sacerdote con una macchina fotografica che un giorno sale alla baita dove avevano trovato nascondiglio, e qualche giorno dopo ritorna a consegnare le nuove carte d’identità e vestiti per l’inverno. Lei ha fatto grandi cose, con coraggio e umanità: andava di baita in baita a distribuire il denaro e gli aiuti che venivano procurati dalla Delasem, dava conforto e sostegno di ogni tipo, teneva i collegamenti tra le famiglie di ebrei al di qua e al di là delle Alpi, collaborava nell’organizzare le fughe verso la Svizzera o il Meridione.

Ringrazio ogni giorno il Signore che mi ha dato la forza di comportarmi secondo l’insegnamento del Vangelo.

 

Passava di qua e di là del confine?

Ho sempre amato la montagna, e la montagna non aveva segreti per me. E allora ero giovane, avevo 23 - 24 anni. Gli ebrei che provenivano dalla Francia mi chiedevano di portare notizie ai loro amici, alle persone che li avevano ospitati a St. Martin de Vésubie. Mi capitò di portare con me 74, forse 75 lettere. A Nizza fui fermato da militari tedeschi, che mi chiesero i documenti. Il passaporto non l’avevo, e non era facile spiegare perché avessi passato il confine. Quando l’agente mi indicò la camionetta, e mi ordinò “Montez”, non ebbi un attimo di esitazione: scattai di corsa, con tutta la forza e l’incoscienza dei miei ventitré anni. Sentii delle urla in tedesco, e i fischi dei proiettili sopra la mia testa, ma riuscii a fuggire. Mi nascosi in una chiesa, e poi, all’alba salii veloce fino al Colle Ciriegia, tagliando la mulattiera per fare più in fretta, e cercando i percorsi più ripidi. Era novembre, sul versante francese la neve era farinosa, ma dal lato italiano i pendii erano ricoperti di ghiaccio. Non avevo ramponi, e appena iniziata la discesa scivolai giù. Chissà per quanti metri rotolai a valle, a me sembrò un’eternità. Non so come, a un certo punto riuscii a rialzarmi, e potei tornare a casa, senza nulla di rotto.

 

Rimase a Valdieri durante l’occupazione nazista?

Un sacerdote non abbandona il suo posto, e il suo dovere. Fui a fianco dei miei parrocchiani anche nei giorni dell’agosto 1944, durante il rastrellamento operato dai tedeschi in alta valle Gesso. I tedeschi circondarono il paese, e poi iniziarono a perquisirlo, casa per casa. Mi costrinsero ad accompagnarli: un soldato era alla mia destra e uno alla mia sinistra, un ufficiale, con la pistola puntata, ci seguiva. Dall’alto della montagna, i partigiani seguivano i movimenti della pattuglia con i loro binocoli. La maggior parte delle case avevano la porta aperta, o socchiusa. Dove trovavano la porta chiusa, facevano saltare la serratura con un colpo di pistola o sfondavano la porta. C’era una piccola baita, in fondo al paese, e quando spalancarono la porta, trovarono una donna, e sul tavolo tre piatti di polenta fumanti. Una persona sola, e tre piatti. Bastò un’occhiata, e subito i tedeschi corsero a ispezionare la piccola casa, e quel po’ di orto che costituiva la proprietà. Fortunatamente i due soldati sbandati, che avevano ottenuto ospitalità e qualcosa da mangiare in cambio dell’aiuto nel lavoro dei campi, erano riusciti ad allontanarsi appena qualche istante prima. La sera, però, della casa bruciata restavano solo le rovine annerite.

 

Fu poi catturato?

Sì, vennero a prendermi due delle Brigate Nere, mi caricarono su una camionetta, c’era una mitraglietta appoggiata sul tettuccio, sparavano sventagliate di mitra in aria, di qua e di là, mi sembra di sentire ancora quel fracasso: tà-tà-tà-tà, e cantavano a tutta forza con rabbia le loro canzonacce: “Morte, morte a Papa Pacelli / siamo rinati a libertà”. Oggi si fanno tante polemiche su Pio XII, ma quei fascisti fanatici avevano ben intuito che la grande organizzazione della Chiesa si stava muovendo ad aiutare gli ebrei, e dimostravano il loro odio per il Papa e per tutti i sacerdoti. E poi arrivati in caserma, mi picchiarono per farmi confessare che avevo aiutato degli ebrei, e intanto ero costretto a tenere una bomba a mano in bocca. Mi chiedevano urlando perché avevo aiutato degli ebrei e dei partigiani, perché obbedivo al Santo Padre, chi erano i miei collaboratori, e minacciavano di uccidermi se non rispondevo, ma non potevo rispondere perché avevo la bomba in bocca. Mi picchiarono e mi torturarono. Ebbi modo di confrontarmi allora, e non solo in quell’occasione, con qualcosa di demoniaco, perché è demoniaco il gusto di far soffrire altre persone. Quando mi tolsero la bomba a mano, e fui nuovamente in condizioni di parlare cercai di spiegare che i miei maestri mi avevano insegnato ad amare il prossimo. Il Vangelo ci racconta del buon samaritano che ebbe compassione di quell’uomo percosso e derubato dai briganti. Ma il Vangelo non ci dice se quell’uomo era Ebreo o Romano, libero o servo, perché questo non interessa.

Se qualcuno è in pericolo, se qualcuno ha fame, non c’è da chiedere la carta di identità: il diritto di vivere ed il bisogno d’aiuto costituiscono il suo documento di riconoscimento.

 

E come riuscì a salvarsi?

Il segretario del Vescovo andò a supplicare una donna, ausiliaria delle Brigate Nere, e lei chiese clemenza per me al capo delle Brigate Nere, che era il suo amante. La Bibbia ci racconta la storia di Rachav, la donna che a Gerico prima nascose e poi fece fuggire gli esploratori inviati da Giosuè. Era solo una prostituta ma aveva intuito che “il Signore vostro Dio è Dio lassù nei cieli e quaggiù sulla terra” e diventa uno strumento di un disegno divino. E quella era una poveretta, l’amante di un brigante feroce, ma ebbe pietà e si diede da fare per salvare un sacerdote.

 

Anche in quest’occasione fu fortunato.

Fortunato? No, io non userei questa parola. Se uno è in pericolo, in una situazione, e riesce a salvarsi, può trattarsi di fortuna e può dire a se stesso “questa volta mi è andata bene”. Ma a me capitò di scampare alle pallottole del militare tedesco a Nizza, e poi alla caduta sulla montagna, e di essere catturato dalle camicie nere ma di esserne poi rilasciato, e il rastrellamento a Valdieri non fece vittime… Quante volte sono stato miracolato? No, non credo possa trattarsi di un caso fortunato, credo proprio che il Signore abbia voluto proteggermi e salvarmi. Ma non c’era da aver paura, trovavo consolazione e coraggio nella promessa del Vangelo: “Chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà”.

 

C’è ancora una cosa che forse non tutti sanno. Un inviato della Delasem che arrivava da Firenze all’inizio dell’ottobre 1943, portandole il denaro da distribuire, La pregò di ricordare alle famiglie di ebrei che il giorno dopo sarebbe stato Yom Kippùr. Lei rischiò di persona, girando in quelle giornate di inizio ottobre, di baita in baita, perché persone a lei sconosciute, che venivano da paesi lontani, che parlavano un’altra lingua, che professavano un’altra religione, potessero celebrare nella data giusta la loro festa.

Don Brondello, Lei, allora, con la sua attività ha contribuito a salvare la vita di molti uomini e di molte donne. Oggi, il comportamento di umanità e rispetto che Lei tenne nei confronti di quegli stranieri disperati, costituisce per tutti noi un esempio di vita e un insegnamento. Anche per questo Le dobbiamo dire grazie.

I nostri auguri più affettuosi, Don Francesco!

 

Beppe Segre