Editoria

 

La Speranza è l’ultima a morire

 di Anna Segre

 

Mentre Berlusconi ci sorride dalle copertine di tre importanti giornali ebraici italiani e Ha Keillah perde l’inso­stituibile voce di Guido Fubini, una consolazione ci è offerta dal neonato mensile dell’ebraismo italiano, Pagine ebraiche, che propone una grande varietà di articoli molto diversi tra loro per opinioni, argomento, stile, così che tutti possono trovare qualcosa di loro interesse. In questo modo si è creata un’utile occasione di confronto per tutti gli ebrei italiani. Il mensile prevede anche inserti autonomi al proprio interno (è in preparazione, per esempio, un giornale per bambini).

Il numero di aprile regala una bella sorpresa: Ha Tikwà! Sì, proprio lui, il caro e vecchio HT, il giornale della FGEI, ora UGEI, da più di sessant’anni la voce dei giovani ebrei italiani. Un giornale che ha avuto molte forme, la cui gestione è passata in molte mani, tra cui, per un anno (l’ormai lontano 1991-1992), anche le mie. Non so come sia avvenuto il passaggio di consegne per altri direttori di Ha Tikwà. Per me, torinese da poco trasferita a Roma, ha assunto i connotati di un vero e proprio rito di iniziazione, con una lunga traversata della città sul motorino del mio predecessore Amedeo Spagnoletto che sgusciava con sicurezza nel traffico mentre io cercavo invano di orientarmi. Alla fine ci inoltriamo in una zona periferica e smontiamo di fronte a un edificio basso, uguale a mille altri intorno. Saliamo al primo piano e ci troviamo in una grande sala rumorosa, con strani macchinari, da cui sbuca un omone gigantesco che si presenta dichiarando “Sono er terribbbile Fabio!” e subito inizia un’anima­tissima contrattazione con Amedeo sui tempi di stampa del giornale (del tipo “Lo voglio pronto per domani”, “Ah, no, prima di due settimane non se ne parla!”, “Va be’, allora dopodomani”, “sei pazzo? Non meno di dieci giorni!”, e avanti così).

Io mi chiedevo, allarmatissima, come avrei fatto a ritrovare qual posto, inoltrarmi da sola nell’antro, e affrontare il gigante. Nel giro di pochi mesi, però, avevo imparato a lavorare bene con il terribile Fabio (in effetti una persona squisita) e con tutta la sua banda. Inutile dire quanto sia stato formativo per me quell’anno di gestione di un giornale che aveva – come amavo sottolineare orgogliosamente – una tiratura tripla rispetto ad Ha Keillah; è così è stato certamente per molti altri. Allora gli articoli arrivavano in forma cartacea e dovevano essere ribattuti, ma già ci sentivamo fortunatissimi perché nel mio anno di direzione si cominciava a usare il fax, e non c’era più bisogno di farseli spedire con una o due settimane di anticipo. A pensarci oggi sembra di parlare della preistoria, come allora mi sembravano incredibili i racconti di Fausto Tagliacozzo, primo direttore di Ha Tikwà indipendente (cioè, non allegato ad Israel), sulla composizione del giornale ai suoi tempi.

Eppure, con tutte le difficoltà e i problemi tecnici, sottraendo tempo prezioso agli studi o al lavoro, per più di cinquant’anni i giovani ebrei italiani sono riusciti a far uscire il loro giornale. Ha Tikwà ha conosciuto più volte momenti di crisi, ma è sempre risorto dalle sue ceneri, fino a qualche anno fa, quando è sembrato che Internet avesse reso definitivamente obsoleto un giornale cartaceo. E invece, ancora una volta, HT è rinato, con la tiratura più alta della sua storia (15.000 copie) e costi decisamente limitati (meno di mille Euro a numero). Il trucco sta, come accennavo all’inizio, nell’inserimento all’interno di Pagine ebraiche, che ne garantisce comunque la completa indipendenza. Non mi sembra una cattiva idea: un giornale stampato per conto proprio, che arriva nelle case da solo, offrirebbe forse un’immagine di maggiore autonomia, ma sarebbe corretto sacrificare soldi ed energie solo per un’immagine? Credo di no. Ricordiamoci che Ha Tikwà a suo tempo si era staccata da Israel non per il gusto di fare da sé a tutti i costi ma per un articolo censurato; e anche di fronte a questa grave circostanza si era trattato di una scelta tutt’altro che indolore.

Una diffusione capillare ha un significato politico di per sé: implica apertura, disponibilità al confronto, la possibilità per tutti i giovani ebrei italiani di dialogare tra loro, non in piccoli gruppi impermeabili l’uno all’altro, ma tutti insieme, nel rispetto delle diverse idee e sensibilità.

Tutte cose estremamente importanti anche per gli adulti.

 

Anna Segre