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La leggenda dello scriba e altri racconti

 di S.F.

 

Maggior scrittore di lingua ebraica del XX secolo e maître à penser di un'intera generazione di scrittori israeliani contemporanei Shmuel Yosef Agnon (pseudonimo di Shmuel Yosef Czaczkes) nacque nel 1888 a Buczacz nella Galizia ebraica e morì a Gerusalemme nel 1970. Nel 1966 venne insignito del premio Nobel per la letteratura.

La leggenda dello scriba e altri racconti è l’ultima raccolta di sue opere ad essere stata tradotta e pubblicata in italiano. Si tratta di dodici brevi racconti che si collocano nel mondo perduto dell’ebraismo askenazita di matrice chassidica, un mondo per il quale Agnon rivela allo stesso tempo una profonda nostalgia, legata alla realtà della sua infanzia, ed una presa di distanza dovuta alla sua natura di uomo moderno e incline al dubbio. D’altra parte egli crede ancora che la produzione letteraria abbia un ruolo centrale nel processo di redenzione, il tikkun, e vede nella narrazione chassidica, lì dove un universo teologico “si esprime in storie meravigliose”, una testimonianza del valore salvifico del raccontare anche per un mondo che non ha più un rapporto immediato e diretto con Dio.

Agnon mescola personaggi immaginari a luoghi reali e conferisce loro una dimensione di natura spirituale, un impasto da cui ricava storie che non sono semplici narrazioni dal sapore fiabesco ma messaggi edificanti, come nei racconti mistici dei maestri chassidici.

Rafael lo scriba, “che siede al servizio di Dio e della sua Torà in santità e purezza, tracciando i segni col calamo da scriba e intrecciando corone per il suo Creatore”, affiancato e sostenuto dalla moglie Miriam, infelice perché sterile, esempio di devozione e di accettazione del volere divino sono i personaggi che incontriamo all’inizio di questo libro e, a seguire, molti altri. In Salite e Discese Reb Hanan Abba, ricco commerciante caduto in disgrazia che, giunto al più basso livello di povertà inizia a ballare completante nudo, un atteggiamento che altri scambiano per follia ma che egli saggiamente spiega in questi termini: la vita si comporta “come la ruota di un carro. La parte salita in alto scende fino al punto più basso, e quella scesa in basso sale fino al punto più alto”.

Nel racconto a lui intitolato il piccolo Rabbi Gadiel, nato “per mezzo della Torà che suo padre insegnava ai bambini d’Israel”, “venne alla luce così piccolo che non si capiva se fosse un essere umano”. Grazie ad un abile stratagemma Rabbi Gadiel riesce a salvare la sua famiglia dall’infamante accusa di omicidio rituale, per questa ragione egli “siede ancora nel consesso dei giusti e registra con scrittura veritiera ogni azione criminale che i gentili addossano calunniosamente ai figli del Santo Benedetto”.

Lo ritroviamo mentre accoglie dopo la sua morte Azriel Moshe, l’umile facchino che aveva imparato ogni parola udita dai saggi e contenuta nella Torah, nel Talmud, nei Midrashim, nel Shulkhan Aruch ed in molti altri testi. Perseguitato ed ucciso dai nemici di Israele, Azriel Moshe il custode dei libri dimora tra i dieci grandi maestri uccisi dai Romani.

Il libro termina con un brano autobiografico (ma le centocinquanta pagine racchiudono molto più di ciò su cui, per ragioni di spazio, mi è consentito scrivere): in esso l’autore rievoca la figura del padre che, di ritorno dalla fiera di Leshkovitz, reca in dono alla madre un fazzoletto: “era un fazzoletto di seta fine a riquadri, e da ciascun riquadro spiccava un bocciolo di un fiore”. Nel giorno del suo bar mitzvah Shmuel donerà quel fazzoletto ad un povero che in esso avvolgerà le sue piaghe purulente, un povero come quelli che il Re Messia avrebbe scelto come compagni prima di rivelarsi al mondo.

La scrittura di Agnon è disseminata di lirismi, a tratti ridondante, scava in profondità nel descrivere cose e persone, usa espressioni di carattere rituale. Il linguaggio, come i protagonisti dei suoi racconti, sembra collocarsi in un’atmosfera sospesa nello spazio e nel tempo. La lettura risulta dunque gradevole e coinvolgente, capace di sollecitare l’immaginazione e di restituire al lettore sapori ed atmosfere di cui, dopo la Shoah, non resta altro che la memoria.

Il libro è stato pubblicato a luglio dello scorso anno nella collana Biblioteca Adelphi, dell’omonima casa editrice. I testi, corredati in appendice da un glossario dei termini ebraici, sono stati tradotti da Anna Linda Callow e da Claudia Rosenzweig.

Vale infine la pena segnalare le altre opere di S.Y. Agnon disponibili in italiano, partendo dagli altri due volumi pubblicati anch’essi da Adelphi: Una storia comune (trad. L. Callow e C. Rosenzweig, 2002) e Nel fiore degli anni (trad. di Ariel Rathaus, 2008).

Inoltre, presso case editrici diverse, Racconti di Gerusalemme (trad. E. M. Ottolenghi, Mondadori, Milano 1964), E il torto diventerà diritto (trad. di Dante Lattes, Bompiani, Milano 1966), Le storie del Baal Shem Tov (trad. di Tullio Melauri, Giuntina, Firenze 1994) e Racconti di Kippur (postf., trad. e note di Emanuela Trevisan Semi, Giuntina, Firenze 1995).

 

S. F.

 

Shmuel Yosef Agnon, La leggenda dello scriba e altri racconti, Adelphi Edizioni, Milano 2009, pagg. 154, 16