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Kawwanà

di Rav Emanuele Weiss Levi

 

Rav Somekh mi ha fatto gentilmente omaggio di un opuscolo, intitolato Amèn, la parola chiave, da lui scritto in onore di una sua nipotina divenuta Bat Mitzwà. È un lavoro in cui l’Autore, con minuziosa e circostanziata precisione, espone tutta la casistica in cui si è tenuti a rispondere “amèn” durante le varie tefillot o berakhot. Ciò non senza previa indagine filologica circa l’etimologia e l’origine del vocabolo.

Nel corso della sua esposizione Rav Somekh, giustamente, fa presente che la risposta “amèn” deve essere pronunciata con “kawwanà”, ossia con la concentrazione sul motivo che la provoca, motivo che esso pure va recitato con pari “kawwanà”. E qui cominciano le dolenti note perché, a mio parere, in pratica manca del tutto la “kawwanà”, sia da parte di chi prega, sia da parte di chi risponde. Sono convinto che nessuno, a partire dal Rishon le-Zion, Gran Rabbino di Gerusalemme, fino all’ultimo dei minianisti, sia dotato di “kawwanà” durante le preghiere e le risposte. Ciò è dovuto a molte cause. Anzitutto la lingua ebraica liturgica, che non è la lingua madre degli oranti. Poi la cristallizzazione della tefillà, che non è più la spontanea espressione di chi prega, come era alle origini. E poi varie esigenze di cronometro, di musicalità ed altre, che impediscono di concentrarsi sul significato di ciò che si recita. Tutto è meccanico, automatico, formula e risposta: non si pronuncia perché si “sente”, ma perché si “deve”.

La conclusione di questo mio sfogo? Un caldo invito a chi mi legge affinché si sforzi con ogni mezzo di giungere alla dovuta “kawwanà” durante la preghiera. Solo così essa non sarà come le ossa della visione del Profeta Ezechiele, raccolte in esseri umani, ma prive di quel “ruach”, quello spirito che solo, evocato dallo stesso profeta, ne fece degli esseri viventi, pensanti, validi.

Rav Emanuele Weiss Levi