Riflessioni

 

Gli ebrei e Berlusconi

di Emilio Jona

 

Un lettore (e di ciò che dice diamo conto qui sotto nelle lettere al giornale), ci scrive indignato per la copertina e gli articoli filoberlusconiani di Karnenu del numero di marzo 2010. Anche Shalom e il Bollettino della Comunità di Milano dello stesso mese portano in prima pagina immagini che attestano l’attenzione e il rispetto per il personaggio e il feeling esistente tra il presidente del consiglio e buona parte dell’ebraismo italiano. Si direbbe un feeling strumentale e interessato, non dissimile da quello che gli riserba la Chiesa cattolica per i favori che riceve da un uomo lontano mille miglia da ogni valore di fondo del cattolicesimo. Se così è si deve riconoscere che questi ebrei italiani si accontentano di poco: qualche buona parola su Israele, indipendentemente dal fatto che poi ne pronunci altre di segno opposto quando incontra i palestinesi o i leaders di altri paesi arabi. 

Se così non fosse e se essi simpatizzassero sinceramente con le idee del popolo delle libertà, per valutare la distanza che esiste tra il pensiero e la prassi ebraica e quella berlusconiana suggerirei loro di confrontare quei valori con  quelli del nostro presidente del consiglio.

Per cominciare proporrei loro di leggere, tra i libri usciti, tanti da formare, ahimé, un’inutile biblioteca, un esile libro, scritto da uno dei maggiori storici italiani, Antonio Gibelli, che prova a riflettere, con uno sguardo che si  distacca dalla cronaca e dalla contingenza, su Berlusconi passato alla storia (Donzelli, Roma 2010) .

Ora ciò che appare evidente da questa prospettiva è, prima di tutto, il fatto che Berlusconi ha effettuato un’estensione all’offerta politica dei caratteri della pubblicità commerciale, da cui è conseguita una conflittualità permanente tra il marketing e i principi della democrazia liberale, che si è tradotta in un “totalitarismo pubblicitario”. Certo già Craxi aveva cominciato a combinare il controllo delle leve del potere con il poten­ziamento delle risorse propagandistiche e simboliche, tramite una “schiera di funzionari ambiziosi” “smaniosi di successo e disposti a tutto per raggiungerlo”, finanziandosi con la corruzione e l’uso distorto del denaro pubblico, mentre Berlusconi è stato in grado di farlo con denaro proprio, acquistato più o meno lecitamente, e con la costruzione di un partito, fondato su un modello di gestione aziendale e su tecniche da marketing, in cui, affidandosi al suo carisma personale e alle sue doti di comunicatore e avvantaggiandosi del possesso di una presenza mediatica  dominante, ottenuta grazie a favori e ad espedienti legislativi, si presenta come un campione dell’antipolitica e l’erede del moderatismo italiano.

Così lo spazio televisivo diventa lo spazio primario della politica, destinato a divulgare l’immagine del capo esibita con opportune “opere di ritocco e di restauro”. La libertà che essa proclama è quella di fare i propri comodi e mirare al successo senza limiti di sorta, cavalcando paure e odio contro il diverso, esaltando l’egoismo di ciascheduno e la xenofobia, con una mistificante politica della sicurezza e con un “arretramento abissale” di quello spirito civile che aveva segnato la migliore storia del Novecento.

La visione del mondo che ne consegue è per un verso di una disarmante povertà e banalità, ma per l’altro  è, proprio per questo, forte e compatta. Essa non ha nulla in comune con quella della chiesa cattolica, anche se ad essa costantemente si richiama, mentre il comportamento privato del capo confligge con ogni suo valore, il che non gli ha impedito di ottenerne l’appoggio più pieno e più cieco, perché Berlusconi si è conformato ad ogni suo desiderio sia in tema bioetico (procreazione assistita, pillola Ru 486) che in tema di scuola e di educazione, anche se quei valori erano antitetici a quelli edonistici e immanentistici del mondo berlusconiano.

Il controllo dei media poi è stato decisivo per falsare e squilibrare la realtà politica a suo favore, con un culto della personalità sfacciato, quasi come se Berlusconi avesse avuto una “investitura sacrale” o fosse portatore di una potenza miracolistica.

Scrive Gibelli che “forte di questo controllo dei media, pressoché incontrastato, Berlusconi ha potuto imporre la sua narrazione del passato e del presente, indipendentemente dai dati di realtà, attingendo a diversi registri, tra cui quello fiabesco e miracolistico non estraneo ai dittatori classici, da Mussolini a Stalin”.

Questo tempo berlusconiano ha quindi forti connotati illiberali, in quanto tende a negare la separazione e il bilanciamento dei poteri e a realizzare una concentrazione del potere economico, di quello esecutivo e di quello mediatico in una sola persona che, insofferente dei limiti di una concezione liberale dello stato, blinda costantemente il suo potere per via legislativa, cercando di sottrarre al controllo della magistratura le sue attività delittuose, richiamandosi  ad un’investitura di autorità e di arbitrio che gli deriverebbe direttamente dal popolo che lo ha eletto.

Tutto ciò è il sintomo di una “bulimia di potere che si pone nel solco  della più classica tradizione antiparlamentare prefascista e fascista”, con l’aggiunta illusoria dell’efficientismo aziendale, il tutto con il plauso o nell’indifferenza di buona parte del popolo italiano. Ne è conseguita la caduta di ogni principio di etica pubblica comune; così, senza che il paese ne abbia tratto le debite conseguenze, due tra i suoi più stretti collaboratori pos­sono essere condannati, l’uno con sentenza definitiva, a gravi pene per gravi reati, e lui stesso ha potuto sfuggire alle condanne solo per via della prescrizione dei reati e di norme che li depenalizzavano, create ad personam da suoi avvocatiparlamentari.

Nello stesso tempo “le sue guardie del corpo mediatiche” andavano e vanno denunciando ogni critica come una sua demonizzazione e i tanti processi che lo inseguono come atti persecutori realizzati da un’immaginaria consorteria eversiva di toghe rosse.

Ma forse siamo noi in errore, ed è giusto che sia così. Come un tempo una buona parte degli ebrei italiani sono stati fascisti, oggi possono essere  liberamente e felicemente berlusconiani.

 

Emilio Jona