Comunità di Torino

 

Se non ora, quando?

di Anna Segre

 

Suo marito è ben noto alle porte della città quando siede insieme con gli anziani del paese … è scritto nel libro dei Proverbi a proposito della donna virtuosa

Vorrei precisare che a casa mia è mia madre che sta nel Consiglio della Comunità ha puntualizzato Chiara Aviva Levi nel discorso pronunciato il 2 aprile in occasione del suo bat mitzvà; da lì ha preso spunto per distinguere i due modelli di donna virtuosa, il mio e quello di Re Salomone. Questa riflessione nel contesto di un bat mitzvà sul ruolo pubblico della donna ebrea mi ha dato da pensare.

Il 16 dicembre 1978 celebravo, prima a Torino, il mio bat mitzvà da sola, rompendo la tradizione consolidata di una cerimonia domenicale una volta all’anno per tutte le ragazze insieme vestite di bianco: con la mia famiglia avevamo scelto di ribadire con un gesto simbolico la nostra convinzione che l’uguaglianza tra uomini e donne sia un principio irrinunciabile, e anche la nostra fiducia nella possibilità di far convivere questo principio con la tradizione ortodossa dell’ebraismo italiano. Eravamo convinti che molte delle discriminazioni a cui le donne sono tradizionalmente soggette nel mondo ebraico ortodosso non siano un elemento fondante della cultura ebraica, ma siano probabilmente dovute alla persistenza di abitudini che gli ebrei hanno assorbito dalle società in cui vivevano, dall’antichità fino a oggi.

Tre anni dopo, nel 1981, il Gruppo di Studi Ebraici vinceva clamorosamente le elezioni comunitarie, inaugurando una stagione che avrebbe portato significativi mutamenti nell’ebraismo torinese. Nella mia percezione queste due date sono legate non solo dalla vicinanza temporale, ma anche da una sorta di clima comune: erano entrambe il sintomo di una volontà di cambiamento, del rifiuto di accettare passivamente le abitudini del passato in nome di una malintesa fedeltà alle proprie radici, del coraggio di rimetterle in discussione. Poco dopo la Comunità di Torino ha avuto la sua prima Presidente donna, Lia Montel Tagliacozzo, negli stessi anni in cui Tullia Zevi era chiamata a guidare l’ebraismo italiano.

Cosa è rimasto di tutto questo? È un caso se la nostra Comunità e l’UCEI sono tornate a presidenze maschili? O non è in qualche modo il sintomo di un ripiegamento, di un’inconsapevole esigenza di ritorno all’ordine, di un appiattimento passivo sui modelli espressi dalla società italiana, oggi più maschilisti che mai? Forse, semplicemente, a un certo punto abbiamo sentito l’uguaglianza come un dato acquisito, per cui non era più necessario combattere. Ma è davvero così?

Oggi nel mondo ebraico ortodosso la battaglia è più viva che mai e le donne rivendicano con voce sempre più forte spazi fino ad ora negati nella liturgia, nello studio, nella vita comunitaria. In Italia questo dibattito sembra giungere attutito, come se non ci riguardasse direttamente, ma in molte città, compresa Torino, sono nati gruppi di donne che si ritrovano insieme per studiare il Tanakh, e credo che dallo studio comune emergerà una nuova consapevolezza che potrebbe portare a una nuova stagione di dibattiti e proposte.

Che ruolo ha in tutto questo il Gruppo di Studi Ebraici? La scelta per Ha Keillah di una maggioranza redazionale e di una direzione femminili è stata probabilmente casuale, ma nel suo piccolo ha comunque un valore simbolico. E per quanto riguarda la vita comunitaria? L’uguaglianza tra uomini e donne non dovrebbe essere un tema essenziale nella proposta politica di un gruppo che si autodefinisce di sinistra? Siamo sicuri di non avere nulla da dire su questi temi? E se non ora, quando?

Anna Segre

   

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