Simboli religiosi nei luoghi pubblici

 

Il crocifisso della discordia

di Giulio Disegni

 

Si stenta a credere che in pochi giorni nel marzo scorso due organismi giudiziari dell’importanza della Corte di Cassazione e della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo siano riusciti a pronunciarsi in modo pressoché univoco sulla nota questione dell’utilizzo e dell’esposizione del crocifisso nei luoghi pubblici, nelle aule di giustizia la prima e a scuola la seconda, addirittura sostenendo che, anche con la sua esposizione, è salvaguardato e garantito il principio di laicità.

Più di una volta siamo tornati su questo giornale sulla vicenda crocifisso, per chiarire come per chi è laico, ateo, ebreo o valdese, ma anche per molti cattolici, si tratti di un simbolo appartenente solo e soltanto alla cultura cristiana, non certo all’umanità e soprattutto come si tratti di un simbolo nient’affatto innocuo, per usare un’espressione di Gian Enrico Rusconi a commento della sentenza della Corte di Strasburgo. Arrivare a dire che il crocifisso esposto in un’aula scolastica non lede alcun diritto è davvero un ritorno indietro nel faticoso cammino verso la laicità dello Stato e nello Stato.

La Cassazione nella pronuncia del 14 marzo 2011 dichiara che l’unico simbolo religioso che si può esporre è il crocifisso e che per esporre negli uffici pubblici, tra i quali rientrano le aule di giustizia, simboli religiosi diversi dal crocifisso “è necessaria una scelta discrezionale del legislatore, che allo stato non sussiste”, scelta che potrebbe anche essere fatta dal legislatore valutando il rischio di “possibili conflitti” che potrebbero nascere dall’esposizione di simboli di identità religiose diverse.

“È vero che sul piano teorico il principio di laicità - scrive la Cassazione - è compatibile sia con un modello di equiparazione verso l’alto (laicità per addizione) che consenta ad ogni soggetto di vedere rappresentati nei luoghi pubblici i simboli della propria religione, sia con un modello di equiparazione verso il basso (laicità per sottrazione)”, ma “tale scelta legislativa, però, presuppone - continua la Cassazione - che siano valutati una pluralità di profili, primi tra tutti la praticabilità concreta ed il bilanciamento tra l’esercizio della libertà religiosa da parte degli utenti di un luogo pubblico con l’analogo esercizio della libertà religiosa negativa da parte dell’ateo o del non credente, nonché il bilanciamento tra garanzia del pluralismo e possibili conflitti tra una pluralità di identità religiose tra loro incompatibili”.

Voli pindarici per giustificare una scelta che appare poco giustificabile: per esporre altri simboli religiosi, appartenenti ad altre fedi, occorre dunque una nuova legge dello Stato, ma non è questo che si vuole e non è certo appiccicando simboli religiosi di confessioni diverse su una parete di una scuola pubblica o di un Tribunale che si costruisce o si rafforza il principio di laicità che dovrebbe permeare il nostro Paese.

La Cassazione in sostanza, pur riaffermando il principio di laicità dello Stato, non esclude dunque la presenza della croce negli spazi pubblici e conferma la rimozione dalla magistratura del giudice che non aveva voluto celebrare un processo in un’aula di giustizia in cui era presente il crocifisso. E giustamente quel giudice considerava la presenza di quel simbolo una lesione della libertà di coscienza dei cittadini.

Ma la Suprema Corte si è ben guardata dal dimostrare che l’esporre il crocifisso in un’aula di tribunale non lede necessariamente la libertà di coscienza dei non cristiani: lo afferma semplicemente ma non offre alcun supporto con buona pace di chi, al contrario, è leso nella propria libertà.

A pochi giorni di distanza dalla pronuncia della Cassazione, il 18 marzo 2011 è stata emessa la sentenza assai attesa della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo: va ricordato che nel novembre 2009 la II Sezione della Corte aveva condannato l’Italia, ritenendo che la presenza del crocifisso nelle aule scolastiche violasse l’art. 9 della Carta Europea dei Diritti dell’uomo (libertà di pensiero, coscienza e religione) nonché l’art. 2 del Protocollo 1 annesso alla Carta stessa, che tutela il diritto dei genitori di educare i figli sulla base delle proprie convinzioni religiose e filosofiche. Contro questa decisione il Governo italiano aveva chiesto il rinvio dinanzi la Grande Camera, ai sensi dell’art. 43 della CEDU.

Nella decisione del 18 marzo scorso il ragionamento dei giudici della Grande Camera ha affermato: 1) non vi è una nozione comune di laicità a livello europeo e ancor più in relazione alla questione dei simboli religiosi; 2) il mantenimento di una tradizione che contempla l’esposizione del crocifisso ricade nel margine di apprezzamento dello Stato; 3) la Corte rispetta questo margine in virtù del principio di sussidiarietà e interviene solo nel caso in cui si configurino forme di indottrinamento a danno delle minoranze.

Se nel 2009 il Governo aveva improntato la propria strategia difensiva interamente su un tentativo di storicizzazione del crocifisso, ora, nel ricorso che ha condotto alla recente pronuncia della Corte di Strasburgo, il simbolo viene definito “passivo”, ossia innocuo rispetto alla libertà di religione negativa di studenti e genitori. Niente di meno veritiero.

Insomma, la sentenza della Corte europea per i diritti dell’uomo, assolvendo il nostro Paese dall’accusa di violazione dei diritti umani per l’esposizione del simbolo religioso nelle aule scolastiche, dimostra che, pur avendo fatto grandi passi, non è affatto compiuto il grande processo storico della laicità.

Il crocifisso, ci viene a dire la sentenza di Strasburgo, è uno dei simboli della nostra storia e della nostra identità e la cristianità rappresenta le radici della nostra cultura: con questa premessa l’esposizione del crocifisso nelle scuole non deve essere vista tanto per il significato religioso quanto in riferimento alla storia e alla tradizione dell’Italia. Un insieme di asserzioni che non solo non convincono, ma contrastano pesantemente con il funzionamento del sistema laicità: il crocifisso è simbolo di una religione, quella cristiana (come anche la sentenza riconosce) e non può né deve essere usato come espressione di una pretesa religione civile dell’Occidente.

La Corte ha poi evitato di esaminare, come sarebbe stato doveroso, la questione della violazione dell’art. 9 della Convenzione nella prospettiva del diritto degli studenti a credere o a non credere, ritenendo che non sussista alcuna distinzione rispetto alla violazione dell’art. 2 del protocollo n. 1. Resta la preoccupazione che attraverso la presenza di un simbolo religioso nei locali scolastici, come in qualsiasi altro luogo pubblico, si continui a giustificare il privilegio di una religione “prevalente”, favorendo una predominanza della chiesa cattolica nella realtà sociale e politica italiana.

Su questo terreno dobbiamo misurarci, ben consapevoli che ora la battaglia sul crocifisso sarà assai più difficile che in passato, perché le due pronunce hanno assestato un duro colpo ai principi di laicità e di uguaglianza che dovrebbero presiedere in ogni contesto pubblico e in ogni consesso civile.

Giulio Disegni

    

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