Simboli religiosi nei luoghi pubblici

 

Battaglia legale e anche Mitzwah

di Rav Alberto Moshe Somekh

 

L’idolatria è una delle trasgressioni più gravi secondo il pensiero e il diritto ebraico: ad essa si applicano tutti i rigori previsti dalla Halakhah. Essa è una delle tre trasgressioni dinanzi alle quali si deve preferire in ogni caso la morte. Maimonide scrive che lo scopo fondamentale della Rivelazione della Torah sul monte Sinai e quindi della missione del popolo ebraico è sradicare l’idolatria dal mondo. Va tenuto presente che per idolatria la Torah e i Chakhamim non intendono soltanto un concetto rituale in senso stretto: l’idolatria è piuttosto una cultura e una mentalità intrinsecamente immorale, che in antico portava i suoi adepti al punto di eseguire sacrifici umani nel nome di divinità immaginarie.

Fin dal loro emergere, le religioni positive nate dall’Ebraismo hanno portato i nostri Chakhamim a domandarsi se e fino a che punto i rigori prescritti originariamente nei confronti dei culti pagani restino tuttora in vigore. È noto infatti che in alcuni casi tali religioni, pur condividendo un monoteismo di fondo, si servono di un patrimonio immaginifico che attinge più o meno ufficialmente al sostrato più antico, arrivando ad associare alla Divinità entità differenti (in ebraico: shittuf = lett. “associazione”; Tossafot a Sanhedrin 63b). Il consenso dei Decisori nell’Europa medioevale è che si tratta di ummot ghedurot be-darkhè ha-datot (lett. = “nazioni ormai contraddistinte da un comportamento etico-religioso” per certi versi affine a quello ebraico; Meirì a ‘Avodah Zarah 7a) e che le sanzioni di carattere socio-economico nei confronti degli antichi idolatri siano in linea di principio da ritenersi superate: le loro concessioni al culto delle immagini vanno ritenute alla stregua di una semplice usanza ereditata dai loro padri (minhag avoteyhem b-ideyhem) senza che essi stessi vi attribuiscano ormai il significato originario (eynam beqiim be-tiv elilim: Shulchan Arukh, Yoreh De’ah 148, 12). Ma ciò non significa che tali concessioni siano automaticamente accettabili per noi Ebrei, che siamo comunque tenuti ad osservare e rispettare il più puro monoteismo.

Maimonide (Hil. ‘Avodah Zarah, 7,1) scrive peraltro che solo in Terra d’Israele l’idolatria va perseguita a tutti i costi con la forza (lirdòf achareyha), mentre nella Diaspora siamo tenuti a sradicarla solo nelle sedi di nostra competenza, ovvero con modi pacifici e non violenti. Alla luce di questo fatto ritengo che prendere posizione in una battaglia legale contro l’esposizione di statue, dipinti ed immagini religiose in luoghi pubblici non adibiti al culto, bensì a funzioni e servizi destinati alla cittadinanza di cui noi Ebrei stessi partecipiamo, sia non solo halakhicamente lecito, ma costituisca parte integrante della Mitzwah. In attesa che tutta quanta l’umanità arrivi a condividere il principio dell’assoluta Unità di D., come dicono i Profeti, “per servirLo tutti insieme” (Sof. 3,9).

Rav Alberto Moshe Somekh

   

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