Congresso Radicale Transnazionale

 

Partecipanti

 

All’ultimo minuto, miracolosamente, Biram Dah Abeid è riuscito ad arrivare, sia pure assai provato e in condizioni fisiche non buone. Fino al giorno prima era rinchiuso in una prigione della Mauritania dopo aver subito una condanna ad un anno di carcere per avere ancora una volta manifestato contro la schiavitù nel suo paese.

Non ha potuto essere con noi, invece, David Kato Kisule che in novembre aveva partecipato a una conferenza stampa a Roma, alla Camera dei Deputati, per far conoscere le lotte sue e dei suoi compagni contro le discriminazioni sessuali in Uganda. Un giornale locale in seguito aveva pubblicato attività, foto e indirizzo di residenza dei militanti per i diritti umani e così un mese fa Kato è stato assassinato a martellate nella sua casa a Kampala. In Uganda, intanto, prosegue l’iter del disegno di legge che prevede per gli omosessuali anche la pena di morte e contro cui David Kato si era battuto.

Si muove con enorme fatica, appoggiandosi ad un bastone, Saad Eddin Ibrahim, anziano docente universitario di sociologia dei paesi arabi, grande intellettuale. La gamba spezzata e la schiena storta sono conseguenza della violenza degli agenti egiziani e della permanenza per cinque anni in carcere. La sua colpa? Aver osato mettere in dubbio la democraticità del regime di Mubarak.

A questo Congresso del Partito Radicale Non violento, Transnazionale e Transpartito, svoltosi a Chianciano tra il 17 e il 20 febbraio scorso, sono arrivati tante donne e tanti uomini da ogni parte del mondo: Penpa Tsering, Presidente del Parlamento tibetano in esilio; Rebiya Kadeer, leader del popolo Uighuro, sei anni in prigione per “attività separatiste”, che ricorda il massacro del suo popolo da parte delle forze di sicurezza di Pechino; la rappresentante venezuelana che descrive il suo paese come “pericoloso e violento” dove il diritto è sconvolto e scorrazzano i servizi segreti russi, iraniani e castristi; le delegate di Mali, Senegal, Camerun, Sierra Leone e Burkina Faso, impegnate congiuntamente a chiedere in tutto il mondo l’abolizione dell’orrore delle mutilazioni genitali femminili. Dall’Abkhazia sono venuti a parlarci dei “missing”, delle persone che la polizia georgiana ha fatto sparire, dalla Russia a ricordare Anna Politkovskaja e i coraggiosi giornalisti ammazzati dal regime. E poi ancora monaci birmani esuli in Thailandia, rappresentanti del popolo Sindhi e dei Montagnard dell’altopiano indocinese, testimonianze dall’Azerbaijan e dal Balucistan, dalla Cina e dal Kyrgystan, dall’Ogaden, dalla Cabinda, da Cuba… e da tanti altri luoghi di un mondo lacerato dalla violenza e dall’odio.

Anna Rolli, rappresentante dell’Associazione Italia - Israele di Roma, ha messo in evidenza il dramma della guerra che opprime Israele da cent’anni, augurando l’avvio di un processo di pace e democrazia in tutta l’area del Medio Oriente e ricordando in particolare la disumana sofferenza in cui versano Gilad Shalit e la sua famiglia. Il giovane soldato è stato rapito sul territorio israeliano e da quasi cinque anni è tenuto in ostaggio, in dispregio a tutte le Convenzioni internazionali che garantiscono i diritti umani dei prigionieri di guerra.

I delegati al Congresso hanno poi dibattuto, con opinioni differenti, su argomenti più tipicamente politici: le modalità per estendere e rafforzare gli istituti giurisdizionali sovranazionali finalizzati a combattere i crimini contro l’umanità e la necessità che l’Unione Europea, a settant’anni esatti dal Manifesto di Ventotene, assuma una politica unitaria e coraggiosa in difesa dei popoli oppressi. Tutti si sono trovati d’accordo nell’affermare con la massima energia un principio fondamentale: i diritti umani di vita, salute, istruzione, democrazia e libertà non possono essere in nessun modo limitati o negati dai confini geografici. Tutte le persone del mondo devono poterne godere in ugual misura indipendentemente dall’etnia, dal credo religioso e dall’orientamento sessuale.

Un ambiente eterogeneo e vivace, multiculturale e multicromatico, in cui risaltavano lunghi caffettani e altri indumenti folkloristici africani e asiatici; tra tanto colore, si distingueva la kippàh nera di Dov Halbertal, religioso israeliano.

B.S.

 


 

Israele deve separare la religione dalla politica
Intervista a Dov Halbertal

 

Dov Halbertal è un ebreo religioso (si definisce una via di mezzo tra hortodox e haredi), è stato il portavoce di Yisrael Lau, Rabbino Capo Ashkenazita, all’epoca dello storico incontro con Papa Giovanni II, nel settembre 1993, e oggi è docente di corsi quali La dignità dell’uomo nella legge ebraica e Storia e Filosofia della Halachà alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Haifa.

A dicembre è apparso su Haaretz un suo articolo dal titolo “Israele deve separare la religione dalla politica”. Un articolo durissimo: “… il mix di politica e religione in questo paese ha creato un ciclo infinito di depravazione morale e di odio tra fratelli. L’istituzione religiosa corrompe il tessuto dello Stato, mentre lo Stato corrompe il tessuto della religione … Ritengo che nessuno debba pagare per le mie convinzioni. Non è etico che il pubblico laico finanzi gli studenti delle yeshivòt e l’alto tasso di natalità tra gli ebrei ultraortodossi. Non c’è niente di più irritante per gli israeliani laici che ricevere uno sputo in faccia dopo aver dato agli ultraortodossi generose somme di denaro. ... Parafrasando Martin Luther King anch’io ho un sogno: sogno che la politica sia separata dalla religione; io ho un sogno: che un bambino laico possa studiare le fonti ebraiche per amore e non per paura dei risultati; io ho un sogno: di appartenere ad una società religiosa haredì moderata, con ampi orizzonti, il cui slogan sia: vivi e lascia vivere”.

Proprio per il suo articolo, che ha avviato un vivace dibattito sulle colonne di Haaretz, il prof. Halbertal è stato invitato al Congresso Radicale dove ha ribadito i valori della tolleranza, uguaglianza e giustizia, e il suo impegno per una laicità senza compromessi e per un radicale cambiamento nel rapporto tra le persone, le genti e le nazioni. Come modello ha indicato John Fitzgerald Kennedy, che credeva nell’America che separa la religione dallo Stato, in cui nessun vescovo si sarebbe potuto permettere di fornire indicazioni politiche al suo Presidente né alcun sacerdote consigliare alla propria congregazione quale partito votare. “La storia ci rimprovererà per le enormi tragedie causate dalla mescolanza tra Stato e Religione. Il potere ha la tendenza a corrompere, il potere dato alla religione corrompe la religione in maniera assoluta. Via alla religione che vuole imporre leggi a coloro che non sono credenti, via alla religione che confonde i valori della tradizione ebraica con il nazionalismo, che antepone i valori della terra ai valori dell’essere umano. C’è la possibilità di cambiare, l’umanità deve trovare una nuova via e nuove idee, può nascere una nuova alba di libertà di religione e di libertà per la religione”.

Ha proseguito citando la famosa invocazione usata da Hemingway come prefazione a Per chi suona la campana: “… nessun uomo è un’isola, la morte di ogni essere umano mi sminuisce perché faccio parte dell’umanità… ”, e parafrasando Martin Luther King: “Ho un sogno, la libertà dell’uomo e i suoi diritti supereranno la separazione tra religione e politica creando un equilibrio … Un giorno verrà in cui l’amore e la verità renderanno il mondo un posto più bello in cui vivere”. Ha concluso con una speranza messianica: “Una chiamata comune porterà tutti i figli di Dio, insieme, mano nella mano, verso un orizzonte splendente di verità, di giustizia e di felicità. Ho un sogno perché non chiedo mai per chi suona la campana, la campana suona per noi tutti, per ogni figlio e figlia dell’intera umanità”.

Il Prof. Halbertal riafferma in ogni occasione di essere un ebreo religioso e che il suo pensiero trova ispirazione nei testi sacri dell’ebraismo. Parlando al Congresso, per significare la missione rivoluzionaria che assume la richiesta di laicità, ha voluto iniziare il suo discorso con la parola “Hinenì” (eccomi qui), citando dunque esplicitamente la chiamata di Dio nel testo biblico e proseguendo: “Noi siamo qui pronti a portare il nostro spirito alla chiamata della giustizia sociale, come Abramo era pronto per la sua missione”.

Saranno la Bibbia e i testi sacri della tradizione a fornire al popolo ebraico gli strumenti e la forza per una missione di uguaglianza e di rispetto tra religiosi e non religiosi, tra ebrei e non ebrei? Ha risposto citando il versetto 32, 22 di Numeri: “Vihitem nekiim meAdonai umiIsrael” (Sarete esenti da colpa sia di fronte al Signore sia di fronte ad Israele), interpretandolo come affermazione della sacralità del dovere del corretto comportamento verso tutti gli uomini.

Vorremmo chiedergli ancora dello strapotere dei partiti religiosi oggi in Israele, se ritiene di essere isolato o se spera che dal suo esempio possa nascere un movimento per la laicità, e soprattutto se veramente pensa che Israele, con la sua storia eccezionale, unico e minuscolo paese ebraico al mondo, possa diventare davvero uno stato laico.

Il discorso è estremamente ampio e non finirebbe mai ma Dov deve scappare via in fretta e ci saluta: è venerdì e sono le tredici, il taxi per Chiusi sta aspettando e poi ci sono un paio d’ore di treno per Roma, non c’è tempo da perdere se se si vuole essere al Beth Hakeneset per l’inizio di shabbat.

A noi vengono in mente gli ideali del sionismo, con le parole forti e ingenue, solenni ed utopistiche, di Theodor Herzl nel saggio Der Judenstaat:

Non permetteremo affatto che le velleità teocratiche di alcuni nostri rabbini prendano piede: sapremo tenerle ben chiuse nei loro templi, come rinchiuderemo nelle caserme il nostro esercito di professione. Esercito e clero debbono venire così altamente onorati come esigono e meritano le loro belle funzioni; nello Stato, che li tratta con particolari riguardi, non hanno da metter bocca, ché altrimenti provocherebbero difficoltà esterne ed interne.

Ciascuno è altrettanto libero nelle sue credenze o nella sua miscredenza.

E se si dà il caso che fra noi abitino anche persone appartenenti ad altra confessione, ad altra nazionalità, accorderemo loro una riguardosa protezione e l’uguaglianza dei diritti”.

A cura di Beppe Segre

    

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