Israele

 

Nella morsa degli eventi e dei dilemmi

di Reuven Ravenna

 

Oggi cade il trigesimo dell’orribile eccidio della famiglia Fogel di Itamar. L’indomani del massacro il Governo israeliano ha, di proposito, trasmesso al mondo le foto dei corpi straziati, per scuotere l’opinione pubblica mondiale sempre più ostica o perlomeno indifferente. Mi sono limitato a guardare le immagini di questa famiglia nei giorni felici, e in particolar modo mi soffermo sulla neonata. Nella immensa iconografia della Shoah più di tutte mi hanno scosso le immagini di infanti in braccio alle madri in attesa di essere inviati alle “docce” dei lager di sterminio o sui marciapiedi delle stazioni per essere cacciati nei vagoni dei treni della morte. Itamar, una ennesima tragedia di un conflitto senza fine. Mi sono identificato con il fratello del Rav Fogel, nato e cresciuto nel mondo degli insediamenti, che, illuminato dagli aspetti universalistici del pensiero del Rav Avraham Hacoen Kook, rimanendo osservante, ha, si può dire, attraversato le linee ideologiche, diventando parte attiva di manifestazioni quali quelle che, a ritmo settimanale, avvengono in un quartiere di Gerusalemme Est, per protestare dinanzi a case fino al’48 di proprietà ebraica, e successivamente occupate da profughi arabi, or ora evacuate per assegnarle di nuovo ad abitanti ebrei. In nome di “Gerusalemme, eterna e non negoziabile Capitale di Israele”. Piangendo con Moti Fogel, nel mio forum interiore, mi domando: non discutendo la non negoziabilità della Città Santa, come reagirei se centinaia di gerosolomitani palestinesi reclamassero le proprietà abbandonate nei giorni fatidici della nostra Guerra di Indipendenza, per loro, la Nakba “la Catastrofe”? Uno dei tanti dilemmi di coscienza che mi scuotono quotidianamente, in un sentimento spietato di autocritica. È legittimo tormentarsi con dubbi da “anime belle”, o, peggio, con sentimenti di “self-hate” di molti ebrei di tutti i tempi? La tragedia è che le posizioni si stanno radicalizzando in entrambi i campi. L’odio, la reciproca sfiducia hanno fatto presa sia nel campo palestinese che in quello nostro, al di là delle divisioni politiche, al livello dell’uomo della strada. La Realpolitik vince le utopie di intellettuali idealisti, che da lustri inseguono chimere utopistiche. I palestinesi: “Ci avete rubato la nostra terra! Nel ’48 abbiamo portato con noi le chiavi delle dimore ancestrali da trasmettere ai figli e ai loro figli, che un giorno ritorneranno a Giaffa, a Ramle o a Haifa”. Noi: “Eretz Israel, tutta, è nostra per diritto divino e per la storia. I nostri Padri l’hanno perduta per la sopraffazione di Imperi scomparsi da millenni. Noi torniamo alle radici della nostra identità. Gli arabi possiedono ventun stati, il popolo ebraico non ne ha che uno solo, e anche questo ci è contestato!”. E scendendo in particolari nei reciproci narrativi, si giudicano I fatti sempre più in una dicotomia manichea che rende impossibile il dialogo.

Mentre scrivo queste righe, sento il rombo di aerei che certo stanno puntando a sud. A tutta mattina, il giornale radio ci ha annunziato che nei tre giorni trascorsi, dopo l’attacco del missile sull’autobus, sono stati lanciati dalla striscia di Gaza, più di centocinquanta missili e obici, l’aviazione israeliana ha colpito depositi di armi, gallerie sotterranee, eliminando terroristi, tra cui un esponente di Hamas, responsabile del rapimento di Ghilad Shalit, e civili, per fatalità. Dove ci porterà questa rinnovata escalation? Nuovamente la nostra vita è caratterizzata dal previsto/imprevisto, senza intravedere “la luce in fondo alla galleria”.

Alla vigilia di Pesach e avvicinandosi il sessantaduesimo “Giorno dell’Indipendenza”, in uno scenario mediorientale in fiamme, ci afferra l’inquietudine per la fluidità delle situazioni, il venir meno di certezze, in una morsa di dilemmi insopprimibili!

Reuven Ravenna

   

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