Storia

 

Il popolo ebraico è un’invenzione?

 di Emilio Jona

 

Voglio parlare di un libro che mi ha molto coinvolto, attratto, costretto ad interrogarmi e a interrogare i testi, e che in Israele ha suscitato una discussione appassionata e critiche feroci. E non se ne poteva dubitare perché Shlomo Sand con “L’invenzione del popolo ebraico” (Rizzoli, Milano 2010, pp. 534, g 21.15) è entrato senza tabù e senza compiacenze con l’inflessibilità dello storico, e forse anche con la severità del moralista, in un tema di non comune complessità e vastità quale è quello dell’origine del popolo ebraico, delle sue vicende nel tempo, del suo rapporto con la Palestina prima e Israele poi, partendo dal libro dei libri, vale a dire la Torah, che della loro storia appare come il documento costitutivo.

Per tracciare questo percorso S. Sand parte dalla propria storia identitaria, percorre cioè le proprie radici, quanto mai composite e non dissimili da quelle di tanti ebrei israeliani, in cui l’ebraicità spesso non è il dato remoto mentre l’essere israeliani è il dato finale. Queste sue radici che sono cattoliche, comuniste, anarchiche ed ebraiche e si mescolano e si confondono nel tempo in un intrico in cui, egli dice, è difficile cogliere una presunta ebraicità originaria. In Israele invece si è radicata una sistematizzazione della memoria collettiva e una concezione etnonazionale, nata e diffusasi nel diciannovesimo secolo, fondata su una realtà salda e precisa ricavabile dalla Torah. La nazione ebraica esisterebbe da quando Mosè ricevette la Torah sul Sinai, da quando il popolo uscì dall’Egitto, conquistò la terra di Israele e visse sotto i regni di Davide e Salomone; la nazione poi si separò per formare quella di Giuda e quella di Israele, conobbe due esili, nel sesto secolo a.c. e nel 70 d.c., errò in una diaspora per 2000 anni, senza mai assimilarsi con i gentili, mantenendo stretti legami di sangue e presentando quindi una propria unicità.

Dopo un lungo sonno quel popolo errante ritornò sui luoghi di origine a cui era rimasto fedele nonostante tutte le dispersioni, cacciando la maggior parte degli ospiti che nel frattempo vi si erano insediati.

Ora la tesi di S. Sand è che questa costruzione sia una mitopoiesi fondata sulla manipolazione della realtà, avvenuta nel corso del diciannovesimo secolo, usando frammenti di memoria mai messi in discussione e che questa linearità e continuità non corrisponda a verità.

Si chiede S. Sand: è esistito veramente un popolo ebraico preservatosi per millenni? E come e perché la Bibbia è diventata un libro di storia? E quali elementi etnografici accomunano, ad esempio, la cultura di un ebreo di Kiev con uno di Marrakech? E l’ebraismo è una cultura/popolo, come sostiene da 130 anni il nazionalismo ebraico ovvero, e più plausibilmente, è un’importante cultura/fede, fondata su di una affascinate concezione religiosa che ha preceduto il Cristianesimo e l’Islam? Si può parlare di un’omogeneità razziale degli ebrei israeliani? E sono veramente una nazione e un popolo gli ebrei diasporici? Gli ebrei sono stati un’etnia con un’unica origine che si è spostata in un costante esilio o invece un’importante comunità religiosa?

A queste domande il libro di Sand dà una sua precisa risposta.

Shlomo Sand è uno storico del nazionalismo e compie un’analisi, accurata e documentata, che non possiamo qui seguire nei dettagli, sugli elementi identitari che formano una nazione e sui confini, talvolta incerti e mutevoli, usati per designare un popolo, che sono assai più duttili e problematici di quelli ben più rigidi anche se del tutto discutibili di razza. I popoli come i regni appaiono e scompaiono a differenza delle religioni che appaiono ben più persistenti e durature.

Sand analizza come e quando è sorta quella che lui chiama l’invenzione del popolo ebraico. Per lungo tempo - egli dice -, dopo Giuseppe Flavio sino all’800, è mancata una storiografia ebraica perché una concezione laica del tempo era estranea al tempo esilico tutto teso all’evento messianico. Sand afferma che è solo in autori ebrei ottocenteschi, come Isaak Jost e particolarmente Moses Hess e Heinrich Graetz (1817-1891), la cui opera “è stata una pietra miliare nella storiografia nazionale ebraica di tutto il ventesimo secolo”, che gli ebrei cessarono di far parte di quella variegata e ricca cultura religiosa che li aveva contraddistinti per secoli e diventarono l’antico popolo/razza radicatosi nel paese di Canaan. Graetz stimolò una lettura “laica se non atea della Bibbia”, mentre Hess spinse l’identità ebraica verso un substrato razziale. La religione biblica per lui altro non era che “un culto storico nazionale sviluppatosi da tradizioni familiari” e il popolo ebraico un “popolo messianico che avrebbe portato la salvezza a tutta l’umanità”.

Questa concezione razziale ha permeato buona parte del pensiero ebraico europeo novecentesco da Nathan Birnbaum, a Max Nordau, da Theodor Herzl, a Martin Buber, Valdimir Jabotinskj e Arthur Rappin, realizzando un connubio inquietante tra nazionalismo etnocentrico e biologia razzista, dal quale però non dedusse mai una teoria di purezza e di superiorità razziale, ma solo di separatezza.

L’altro aspetto di questa costruzione otto-novecentesca, presente e viva tuttora in Israele, è la storicità dei principali eventi sottesi ai racconti biblici, la pretesa cioè che gli ebrei fossero un popolo nomade sopravvissuto miracolosamente nel corso della storia e che il nazionalismo etnico fosse nato con l’esodo dall’Egitto, per cui gli ebrei sarebbero rimasti etnicamente tali anche sotto re stranieri, e la rinascita ebraica avrebbe origini ben più antiche dei nazionalismi ottocenteschi. Così il testo sacro venne privato della sua metafisica religiosa e trasformato in un credo storico-laico nazionale con una continuità e un’omogeneità di sviluppo del popolo ebraico dalle origini ad oggi. Questa concezione, per Sand, ha permeato dal 1948 al 1977 anche l’archeologia che si è posta al servizio di questa ideologia militante. Tuttavia successivamente i giovani archeologi hanno messo in discussione questa concezione un tempo egemone, e in particolare la storicità dell’Esodo dall’Egitto, quale secondo mito di fondazione. Essi dicono che nelle accurate fonti epigrafiche egiziane e in quelle archeologiche non vi è traccia di Israeliti che, vissuti in Egitto, si ribellarono e se ne andarono altrove e che la fuga dall’Egitto verso il paese di Canaan attraverso il deserto non sarebbe mai avvenuta, non tanto per le sue non credibili dimensioni di popolo, quanto perché anche il paese di Canaan era governato dai faraoni e Mosè quindi non avrebbe fatto altro di condurre gli schiavi ebrei liberati dall’Egitto all’Egitto.

Così gli archeologi e gli studiosi della Bibbia post 1967 esclusero anche che esistessero le prove dell’esistenza di uno splendido stato ebraico attorno al decimo secolo a.c. e di una sua età dell’oro al tempo di Davide e Salomone. Di esso non furono mai trovati i resti di costruzioni monumentali o vasellame e quindi se era esistita un’entità politica nella Giudea essa non poteva essere stata che una piccola monarchia tribale.

Si tratterebbe dunque “di una invenzione di autori che, più tardi, con fervida immaginazione rielaborarono la leggenda sulla creazione del mondo, sulla peregrinazione dei patriarchi” e via via dell’uscita dall’Egitto, della conquista di Canaan con tutto il seguito. Peraltro, afferma sempre Sand, sono ben noti i lunghissimi e irrisolti dibattiti sugli autori e sui tempi della Bibbia.

La critica biblica, dal diciannovesimo secolo ad oggi, ha scomposto il testo in tempi e luoghi diversi da quelli narrati, sino a far risalire la parte principale dell’opera all’epoca persiana e persino ellenistica, mentre è cosa nota che non si è comunque riusciti a “stabilire con certezza epoche di redazione e identità degli autori ancora oggi anonimi”.

L’ipotesi che avanza Sand è dunque quella che il monoteismo descritto nella Bibbia sia stato frutto non della politica, ma della cultura e in particolare di un apparato intellettuale evoluto in “un incontro straordinario tra élite intellettuali ebraiche e religioni persiane trascendenti”. Dunque capi, giudici, eroi, re, sacerdoti e profeti sono forse in parte figure storiche, ma in prevalenza sono frutto della forte immaginazione di altri periodi storici.

La storiografia protonazionale ebraica operò dunque facendo assumere alla Bibbia questo spostamento da testo sacro, da libro di teologia a libro di storia e quindi a simbolo etico e identitario di appartenenza di uomini e donne ebree e delle più diverse appartenenze.

Un altro aspetto messo in discussione da Sand è quello dell’immagine (di provenienza cristiana) dell’ebreo ripiegato su se stesso, non incline al proselitismo, un’immagine in una certa misura confermata dagli storici sionisti quando tentarono di costruire gli ebrei come un popolo/razza, sradicato dalla sua antica patria, errabondo per terre straniere e fortemente racchiuso in se stesso. Ma le cose non starebbero affatto così perché l’ebraismo invece praticò largamente il proselitismo almeno fino al quinto secolo d.c. L’ebraismo fu presente infatti e si propagò nel mondo romano nel 7-8% della popolazione dell’impero, ebbe un rapporto fruttuoso e cosmopolita con l’ellenismo, fu perseguitato dall’impero bizantino, convisse e prosperò in relativa tolleranza e libertà senza più diffondersi con l’avvento dell’Islam.

Ma il monoteismo ebraico non ancora evolutosi nel giudaismo rabbinico ebbe secondo Sand un “ruolo decisivo nel preparare le basi spirituali per l’affermazione dell’Islam”. Ad esempio in Terra Santa, nel Hinyar, nel quinto secolo d.c. esisteva una solida monarchia ebraica monoteista convertitasi all’ebraismo dopo anni di egemonia cri­stiana, mentre nel settimo secolo d.c. in Marocco sui monti dell’Aures resistette alla conquista musulmana un regno berbero con una regina, Dihja al Kahine, bella e guerriera, con tre mariti tutti circoncisi, che si era convertita all’ebraismo.

Dice Sand che queste ascendenze sono state rimosse dalla storiografia israeliana contemporanea perché contrastanti con l’immagine del popolo ebraico che abbiamo qui illustrato, e aggiunge che tra l’ottavo e il nono secolo l’impero Cazaro, nato nel quarto secolo nelle steppe tra il Volga e il Caucaso settentrionale, si convertì all’ebraismo e che ebrei furono il re e gli uomini della corte e la sua lingua sacra fu l’ebraico. Esso costituì un esempio interessante di pluralismo culturale tra ebraismo, cattolicesimo e Islam.

Successivamente alla nascita dello stato, Israele appare a Sand sempre più come una miscela di nazionalismo etnocentrico e di una religione nazionale che resta solo come il simbolo esteriore di una specifica collettiva. Leibovitz parlava a questo riguardo di uno stato laico in coabitazione religiosa. La legge del ritorno (1950) ad esempio gli appare non tanto come una norma rifugio per ebrei perseguitati quanto la traduzione legislativa di una concezione nazionalistica ed etnica dell’ebreo, che solo in quanto tale avrebbe diritto di cittadinanza in Israele. Questa concezione e condizione fa sì che si possa parlare di Israele come di una etnocrazia ebraica con tratti distintivi liberali e quindi come una democrazia parziale, perché se fosse autenticamente democratica, liberale e consociativa dovrebbe garantire un’assoluta uguaglianza di tutti i suoi cittadini israeliani indipendentemente dal fatto che siano arabi o ebrei, così come avviene nelle democrazie consociative della Svizzera, del Belgio o del Canada.

Non vi è quindi nella sostanza una entità nazionale israeliana ma bensì un’entità nazionale ebraica che ne costituisce la sua sovraidentità, ma essa ha una connotazione irrimediabilmente razzista che si va sempre più accentuando e che finisce per minare l’esistenza dello stato perché discrimina oltre il 20% dei suoi abitanti che sono arabi e israeliani, ma non ebrei.

Questo libro, che abbiamo qui sinteticamente riassunto nelle sue tesi essenziali, appare ben documentato e sorretto da una ampia bibliografia, ma appare esplosivo soltanto per la piega sempre meno democratica e sempre più discriminatoria che la politica israeliana ha assunto in questi anni, anche sotto la spinta di quell’intreccio micidiale tra intransigenza e razzismo da un lato, terrorismo e antisionismo dall’altro.

Io non sono in grado qui di discutere le argomentazioni di Sand, sorrette dall’archeologia e da documenti storici, anche se essi appaiono difficilmente confutabili, posso però porre alcuni problemi più generali.

Mi sembra anzitutto condivisibile un’obiezione “che non giustifica niente ma spiega tutto”, (Rossana Rossanda, Il Manifesto, 16/1/2010) e cioè quella che l’essere ebreo è già in sé e per sé un’identità non solo propria, che gli è stata costruita addosso attraverso esclusioni e persecuzioni, non solo negandogli ogni cittadinanza, ma deportandolo, massacrandolo e destinandolo allo sterminio, allora “l’essere ebrei diventa più pesante di una discendenza millenaria e univoca di sangue”.

Un’altra obiezione, volenterosa ma un po’ generica, è quella (Elena Loewental, (La Stampa, 20/11/2010) che se è certamente vero che gli ebrei non sono una razza è altrettanto vero che essi non sono riducibili ad una semplice comunità religiosa e che c’è sicuramente una coesione diversa che collegò nel tempo le comunità ebraiche nel mondo, pur così diverse le une dalle altre. Quanto al fatto che non sia così semplice afferrare questa coesione non è una ragione sufficiente per negarla anziché provarsi a cercarla e individuarla.

Vorrei aggiungere però poche considerazioni conclusive. A me pare che il fatto che il popolo ebraico, o se vogliamo l’ebraismo tout court, in poco meno di 2000 anni non abbia elaborato una propria storia ma solo una propria memoria, sia il primo dato da considerare.

La memoria non è ancora storia, anzi sovente le è antagonista, anche se, come diceva Walter Benjamin, la storia non è solo scienza ma una forma di ricordo. Scriveva un sociologo, Maurice Habwachs, a proposito della memoria collettiva, che la storia comincia là dove finisce la tradizione e si decompone la memoria sociale. Ora la memoria perpetua il passato nel presente, mentre la storia lo fissa in un ordine temporale chiuso; la memoria è “affettiva e magica” perché è legata alla soggettività degli individui, essa attraversa le epoche e sacralizza i ricordi, mentre la storia li separa e ha vocazione universale.

Benjamin denunciava il metodo della storia per la sua “empatia unilaterale con i vincitori”. E forse è proprio per questo che gli ebrei hanno avuto solo memoria (così disponeva per altro la Torah, dove la parola ricorda, “zakhor”, ritorna, se non vado errato, 176 volte) e non già storia. Non avevano avuto una storia perché essi erano perdenti, raminghi e senza terra. Per questo recentemente se ne sono costruita una, che è in buona parte mitica, perché prevalentemente tale è il libro su cui si fonda. La sua necessità di riti e miti di fondazione era maggiore di quella di altri popoli che non avevano avuto vicende così insolite, complesse e disastrate. Ma tutti i popoli e le nazioni sono state bisognosi di versanti mitici più o meno estesi nel costruire la loro storia: dal germanico Odino con la sua lancia e il suo unico occhio, ad Enea con sulle spalle Anchise, alla lupa capitolina o ai rissosi dei dell’Olimpo greco che intervenivano fattivamente nei fatti degli uomini.

Io non mi stupirei dunque più di tanto. Ciò che ha fatto Sand è stata solo di separare la storia dal mito, e di pre­tendere che una storiografia democratica tenesse conto nelle sue ricostruzioni e nei suoi giudizi dei valori fondativi della democrazia. E in questo senso il libro di Sand è sanamente depressivo e non schizoparanoide, perché tiene i piedi ben saldi sul terreno e si limita a togliere delle incrostazioni che avverse condizioni atmosferiche vi avevano depositato nella storiografia ebraico israeliana, ma ciò non mette minimamente in discussione Israele che esiste da più di 60 anni con la sua ricca storia di stato territorio, lingua e cultura. Shlomo Sand vor­reb­be solo che il paese si guardasse con altri occhi e si comportasse di conseguenza.

Emilio Jona

    

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