Storia

 

Gli ebrei italiani al bivio: affrontiamolo

di Alfredo Caro

 

Si deve “dimenticare” la nostra storica “memoria” e si deve ricordare” la nostra memoria “storica”, se si vuole significativamente sopravvivere nella diàspora. Si deve “dimenticare” la nostra storica memoria, convenzionalmente, del periodo 1789-1945 e si deve “ricordare” con una maggiore pregnanza storica quello dal ’45 ad oggi. Dall’89 al ’45 siamo divenuti, presi da un entusiasmante slancio iniziale di partecipazione alle vicende risorgimentali, liberanti anche per noi, quanto alla finale amara illusione, “italiani” ebrei, dimenticando di essere “ebrei” italiani; le persecuzioni razziali del ’38 ce lo fecero, prima bruscamente, fra l’incredulità e lo smarrimento di molti, poi, ferocemente, ricordare, (e non pochi fra noi, percentualmente, presero parte alla Resistenza, “secondo Risorgimento”, salvando la nostra dignità, ma sacrificando le loro giovani vite nella lotta partigiana); ma noi, a distanza di sessant’anni, siamo ancora ostinati a non apprendere dalla storia. Solo pochi dopo il ’45 cominciarono a ricordare storicamente di essere, anche se debolmente, “ebrei” italiani. Si credeva, quando la giovane democrazia italiana prendeva figurazione fiduciosa e generosa, che per noi fosse giunto il momento del nostro riconoscimento, cioè di una nostra diversa identità. In questi ultimi quarant’anni la democrazia italiana si è andata “ammalando”, sempre più gravemente, e quella speranza si è andata indebolendo.

Ciò ha comportato che noi ebrei abbiamo voluto riprendere a percepirci come ci percepivamo durante il periodo “emancipativo”: cittadini italiani di “religione ebraica”, “dimenticando” una connotazione fondante la nostra identità: quella che ci obbliga a ricomporre l’armonia fra l’essere un popolo, una nazione, e il possedere una religiosità, eticamente fondata sulla Torah.

Non so se questa consapevolezza sia stata significativamente espressa dalle amare e sdegnate critiche che alcuni pochi, fra i quali Calimani e Ortona, hanno scritto su “Moked” a proposito delle modalità e delle decisioni, prese a maggioranza, vere e proprie “violenze personali ed istituzionali”,come scrive Calimani, al VI congresso dell’Ucei. Certo è, mi sembra, che di questa nostra identità non vogliamo essere, storicamente e non solo memorialmente, consapevoli. Ricordo, quando giovanilmente nella Fgei fui fra i pochissimi a battermi perché il libro di Milani “Storia degli ebrei in Italia” fosse così nel titolo integralmente mantenuto, mentre la stragrande maggioranza, forse per i timori della storia recente di persecuzione, volevano cambiarlo nel più accettabile e meno pericoloso Storia degli ebrei d’Italia. Solo pochissimi volevano quell’“IN”, mentre gli altri molti optavano per il “DI”. Miracolosamente il titolo rimase come voleva Milani. Il nostro dramma continua fra quell’“in” e quel “di”: è una ferita nella nostra condizione esistenziale ebraica diasporica. Questa ferita non è rimarginabile: o siamo “ebrei” italiani o “italiani” ebrei. Anche la prolusione tenuta dalla storica Anna Foa non sembra superare questa inestricabile difficoltà. Essa parla - per il periodo soprattutto della nostra emancipazione e nel quale andò parallelamente crescendo la nostra assimilazione - di “ebrei italiani” quando proprio in quel periodo si stava diventando “italiani” ebrei; da qui, all’inizio del XX sec., alcuni ebrei divennero sionisti, proprio, però, quando il significato “nazionale” del Risorgimento italiano stava divenendo,con la guerra libica, “nazionalista”, come la Foa giustamente riconosce. Ma oggi dobbiamo avere più coraggio e - dopo la Shoah e la rinascita di uno stato ebraico - riconoscere ed affermare con maggior forza questo nostro radicale cambiamento. Al contempo essere coscienti che un “complesso” necessariamente ci ha accompagnato e ancora ci accompagna la cui eliminazione non dipende da noi, ma molto dal volere del gruppo maggioritario all’interno del quale noi viviamo; e da qui deriva la nostra “fragilità” storica; noi, storicamente, dipendiamo dalla condizione di essere un piccolissimo gruppo di minoranza e solo esistenzialmente possiamo contare sulle nostre proprie forze, forze che, nell’immaginario diasporico collettivo possono essere rinvigorite dall’esistenza dello stato di Israele. E ciò non è cosa di poco conto per noi. Il “complesso” può essere indebolito,anche se non del tutto eliminato: si corre sempre, infatti, il pericolo di un offuscamento della nostra identità; noi possiamo diminuirlo per quanto riguarda la situazione interna al gruppo, anche se poco possiamo incidere su quella esterna. Secondo me erreremmo se nel tentativo di ricomporre una nostra più compiuta identità temessimo di fare assumere all’antisemitismo una ripresa più aggressiva e violenta. Anche oggi come non avvertire la sua presenza anche là dove non sono più presenti gli ebrei? L’antisemitismo non dipende dai nostri comportamenti, ma dalle vicende e dalla storia di altri. Sul piano politico,secondo le nostre piccole forze possiamo operare per un rinnovamento della vita democratica, auspicando che la vita democratica italiana possa guarire - e presto - dalla malattia che l’affligge e dare il nostro contributo per realizzare, nell’avanzamento di una più moderna e matura democrazia - la richiesta di un nuovo concetto di cittadinanza distinto da quello di nazionalità. Occorre proporre, come minoranza, un concetto più moderno dell’interculturalità che riconosca che anche il processo di integrazione è pur sempre una forma, anche se sottile, di discriminazione. Credo che nel breve tempo prossimo questo progetto non sia fattibile e per il problema della nostra identità non sarebbe poi che parzialmente sufficiente. Noi, infatti, dovremmo liberarci da un altro “zoccolo duro” del quale non avvertiamo, qui in Italia, il pericolo insidiosissimo: quello di appartenere alla classe borghese, per mentalità, costume e, sempre più, atteggiamento politico. E l’“esodo” da questa seconda condizione è ben più arduo dell’“uscita” dalla prima. Dovremmo uscire dall’“incantamento”, vero idolo, del suo concetto magico: libertà. Non dimentichiamo che l’idea ebraica di libertà è ben più “difficile”.

Alfredo Caro

    

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