Storia

 

Ebrei nel Risorgimento: Zaccaria Levi

 di Aldo Levi

 

La presenza ebraica a Chieri, pur non essendo mai stata molto numerosa, è tuttavia antica di svariati secoli. La mia famiglia appartiene alla comunità sefardita, che durante il Medioevo abitava in Spagna (il termine Sefardita deriva da Sefarad, che significa Spagna nell’idioma ladino che loro usavano) e che dopo la Reconquista fu espulsa dai sovrani Isabella di Castiglia e Ferdinando di Aragona, nel 1492. Non è stato possibile ricostruire interamente il percorso fatto dai miei antenati dopo aver lasciato la penisola iberica, ma la loro presenza a Chieri è documentata a partire dal 1700.

Il mio bisnonno si chiamava Donato e di professione era negoziante; dal matrimonio con Telzela Lattes nacque a Chieri, il 18 maggio 1847, Zaccaria, mio nonno.

A 19 anni, il 21 maggio 1866, si arruolò nella Legione garibaldina per combattere per l’indipendenza dell’Italia. Garibaldi era ormai un nome leggendario fra tutti gli italiani che lottavano per liberarsi dal dominio austriaco, per cui il Governo, in preparazione della terza guerra d’indipendenza, pensò di predisporre un corpo di volontari da affidare all’Eroe dei due mondi. L’intenzione era di arruolare 15-16.000 uomini, ma in pochi giorni se ne presentarono più di 40.000, costringendo il Governo a sospendere l’arruolamento e raddoppiare il numero di reggimenti che era stato previsto. Zaccaria fu assegnato al 29° Reggimento di fanteria, 1° battaglione, 4a Compagnia e prese parte alla campagna di guerra combattuta nell’Italia di nordest contro l’Austria.

Sul suo libretto militare, conservato fra i ricordi della mia famiglia insieme alla camicia rossa che caratterizzava i garibaldini, è riportato l’elenco dettagliato dell’equipaggiamento ricevuto, che era più modesto di quello dei soldati regolari. Oltre agli indumenti e alla biancheria sono annotati: due paia di uose, uno in tela e uno di cuoio, un kepì, una borsa di pelle, un ditale, due fazzoletti, una forbice, un pettine, uno specchietto, una borraccia, una tazza di latta, una gavetta, un cucchiaio, un tascapane, un fucile con baionetta senza bacchetta, sei pacchi di cartucce.

Come si sa la terza guerra d’indipendenza fruttò all’Italia il Veneto, ma solo grazie alla clamorosa vittoria a Sadowa della Prussia, nostra alleata, sull’Austria, perché sia l’esercito che la marina italiane subirono pesanti sconfitte. A salvare l’onore italiano ci pensò Garibaldi, che con le sue truppe volontarie riuscì ad avanzare fino alle porte di Trento. Venne fermato dallo Stato Maggiore dell’esercito quando l’Austria offrì il Veneto all’Italia in cambio della pace per potersi concentrare sul fronte prussiano, e Garibaldi annunciò il ritiro dal Trentino con il celebre telegramma che consisteva in una sola parola: “Obbedisco”.

Per la partecipazione alla guerra Zaccaria fu autorizzato a fregiarsi della medaglia istituita con R.D. 4 marzo 1869, colla fascetta della campagna dell’anno 1866. In quella guerra combatté anche un altro chierese, il generale Giuseppe Avezzana, che allora era già anziano (aveva 69 anni), ma guidò un battaglione di volontari (forse anche mio nonno), con lo spirito di un ventenne.

Dopo il congedo Zaccaria divenne sensale di prodotti agricoli e, poiché per il suo mestiere frequentava molte cascine, si dedicò alla sua passione per l’antiquariato, raccogliendo una discreta collezione di mobili e oggetti d’uso.

Si sposò con Consolina Levi di Carmagnola, ed ebbe 5 figli: Giuseppe (morto in tenera età), Giacobbe, Donato Umberto (mio padre), Tersilla ed Emilia.

Morì il 31 agosto 1917 ed è sepolto nella sezione ebraica del cimitero di Chieri.

Aldo Levi

    

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