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Zofim

 di Reuven Ravenna

 

Con piacevole sorpresa mi è giunto dall’Italia un sostanzioso fascicolo, per mole e contenuto. Un ampio lavoro a più voci, anche se ne è l’autore Marco Cavallarin, infaticabile osservatore del passato, coniugandolo con battaglie civili del presente. La lettura dello studio mi induce a separare la naturale ondata di memorie nostalgiche dalla esigenza di inquadrare il soggetto del fascicolo, il movimento scoutistico ebraico in Italia, gli Zofim, nella prospettiva di più di mezzo secolo dopo.

Personalmente ho “debuttato” nel movimento nel ’49, quando gli zofim costituivano una realtà giovanile abbastanza consistente, provenendo da una piccola Comunità, Ferrara, nella quale il caro amico Uberto Tedeschi, “Gambazza”, aveva portato il messaggio zofistico a noi giovanissimi che stavamo faticosamente percorrendo i primi passi di ebraicità dopo la bufera. Vecchie foto “immortalano” quell’estate indimenticabile, dall’immagine dell’inaugurazione del Congresso Hechaluz di San Marco di Cevoli, Tel Broshim, al piccolo campeggio sotto tenda nell’Appennino modenese, con chaverim che ho poi incontrato in tante occasioni.

Qualche considerazione. Nel caotico mondo del dopoguerra la ripresa della vita ebraica è stata operata in diverse direzioni da diversi protagonisti: in primis i soldati di Erez Israel, i hayalim, che man mano che le forze alleate risalivano la Penisola contattavano e radunavano i superstiti per aiutare la ricostruzione delle istituzioni comunitarie, prima di tutto concentrando la loro azione verso i giovani e i giovanissimi. Mi stupisco come a Roma sia sorta subito nei mesi successivi alla liberazione una cornice scoutistica ebraica con elementi che caratterizzeranno in seguito l’originalità del Movimento degli zofim. Il secondo gruppo venne costituito a Milano nella mitica Via Unione, dove uno scout proveniente dal movimento EJF francese, che segnò a sua volta uno dei capitoli più luminosi negli anni bui della Shoah, Beniamino Matalon, Antilope distratta, influenzò in senso scoutistico l’essenza di un movimento che si stava plasmando, quantitativamente e qualitativamente. Si susseguirono altre sezioni, a Venezia, a Torino, a Trieste, a Genova, a Firenze. E i campeggi…

Riflettendo verso l’orizzonte del passato non posso esimermi dal constatare come per un periodo di pochi anni la gioventù ebraica, “la meglio gioventù” abbia avuto di fronte a sé un ideale su cui concentrare le proprie energie quanto mai composito. Una fusione del mondo dei valori dello scoutismo classico che si richiamava a quello dell’indio-americano del Nord, dai Totem al Grande Manitù, all’amore per la natura e all’esternazione delle proprie abilità con quello che allora si definiva “sionismo realizzatore”, del chaluzismo socialista impegnato, al presente, nella costituzione di una società giusta, basata sull’eguaglianza e la fratellanza dei suoi componenti, in uno Stato indipendente per il Popolo ebraico, decimato da un’immane tragedia. Nel ricordo è scolpita l’immagine della promessa dello zofè dinanzi al falò nella notte, di “dedicare tutte le sue forze alla ricostruzione di Erez Israel”. I hayalim ci avevano portato i valori e i contenuti culturali egemoni dell’Yshuv prestatale, molto “laici” e chaluzistici. La G.E.E.D.I. (Giovani esploratori ebrei d’Italia) fin dall’inizio fu vicinissima al movimento Hechaluz, seguendone le sorti nel processo di normalizzazione man mano che l’Italia del dopoguerra si allontanava.

Negli anni cinquanta, sorto lo Stato di Israele, anche i giovani ebrei che per un certo lasso di tempo erano stati al bivio esistenziale di costruire il loro futuro in Italia, inserendosi nella società democratica postfascista, o di compiere l’alyà con chiara preferenza verso il collettivismo sionista-socialista, scelsero, nella grande maggioranza, la vecchia routine delle generazioni precedenti, nella diaspora. L’Hachsharà di Tel Broshim funse da “ultima frontiera” per il chaluzismo, essendosi fusi parte degli zofim con Hechaluz, dichiarandosi apertamente “Hashomer Hazair”, perdendo così la natura pluralistica delle origini. Alla fine del decennio, chiusa l’Hachsharà, formatisi due movimenti giovanili dichiaratamente individualizzati, l’“Hashomer” e i “Benei Akiva”, si chiudeva una fase del sionismo giovanile in Italia. Non nei cuori di chi ne fece parte, come ci è dato di rilevare dalle testimonianze, a decenni di distanza, dei protagonisti, che pur seguendo altre vie nella loro esistenza, confermano segni indelebili di certi valori acquistati, pur con sconfitte anche amare e delusioni, negli anni verdi della gioventù.

Dobbiamo essere grati a Scoiattolo brontolone, il nostro Sco, Giuseppe Franchetti, sempre fedele a ideali netti e ben radicati, che ha sollecitato questo testo, un po’ dispersivo e caotico, ma profondamente sentito. Un documento che si aggiunge ad altri tasselli per una futura, quanto auspicabile, storia dell’Italia ebraica nella seconda metà del secolo scorso. Una ricostruzione che si impone per capire il nostro presente e guardare con consapevolezza al nostro futuro.

Reuven Ravenna

Marco Cavallarin – Zofim – Edizioni Keshet 2011

    

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