I fili di Primo

Pasolini, Levi, Saviano
Etica della scrittura e curiosità morale

Intervista a Robert Gordon

 

Robert Gordon è un italianista inglese, insegna a Cambridge ed è internazionalmente riconosciuto come uno dei massimi studiosi di Primo Levi. Amico di ormai vecchia data del Centro studi Primo Levi, spesso in Italia per partecipare a iniziative in ricordo del nostro autore, Robert Gordon ha pubblicato per Einaudi Sfacciata fortuna. La Shoah e il caso, una delle letture più originali dell’opera di Levi apparse in Italia. Il suo ultimo libro, in uscita quest’anno in Inghilterra per Stanford, s’intitola The Holocaust in Italian Culture, e si auspica una sua prossima pubblicazione in italiano nel 2013. Alcuni dei temi presenti in questo saggio, in particolare quelli del capitolo su Primo Levi, il prof. Gordon accetta di discutere con Ha Keillah in occasione del venticinquesimo anniversario della scomparsa di Levi.

 

A venticinque anni dalla morte, cosa ci rimane di Primo Levi?

Primo Levi resta, a venticinque anni dalla sua scomparsa, una voce di straordinaria chiarezza e importanza. Ciò è vero sia a proposito del suo ruolo primario, quello cui fu dedicata la sua vita, ovvero il ruolo di scrittore, narratore e pensatore dell’Olocausto, del genocidio, del fenomeno del nazionalsocialismo e dei suoi epigoni; ma è vero anche a proposito del suo ruolo secondario che - questa è la mia opinione - caratterizza via via più marcatamente il suo lascito: sto parlando della riflessione generale - à la Montaigne - sull’animale umano, le sue abitudini e la sua eccentricità, la sua conoscenza e le sue azioni, i suoi obblighi e i suoi limiti, lo sforzo di sopravvivere sia nelle condizioni estreme che nella quotidianità. In definitiva, Levi rimane per tutti noi una voce e uno scrittore dalla prosa incredibilmente incisiva. Il suo accesso al pantheon della letteratura italiana è avvenuto con un ritardo scandaloso ma la sua risonanza è destinata a crescere ancora. Non un letterato in senso convenzionale, egli ha indicato il futuro della letteratura, un nuovo tipo di contratto con il lettore e un nuovo modo di dimostrare la propria capacità di conoscere il mondo.

Cosa di Levi non è stato adeguatamente capito? Quale parte del suo lascito deve essere ancora studiata a fondo?

Vi è già una gran mole di studi letterari, biografici, storici e filosofici, che in molte lingue tentano di spiegare i diversi aspetti dell’opera di Levi e di riflettere sulla sua importanza. Il grande continente ancora inesplorato, io credo, è la sua libreria. Le letture di Levi erano straordinariamente diversificate, come si può evincere dalla sua stessa opera. La libreria leviana che emerge dai suoi stessi scritti non è che la punta di un iceberg la cui forma non possiamo che indovinare, poiché essa non è in alcun modo canonica. Letteratura, storia, in particolar modo storia del nazismo, del fascismo, del genocidio, pubblicazioni scientifiche, fantascienza, saggistica varia e narrativa in almeno quattro lingue. Il complesso è imprevedibile e per nulla sistematico. E ancor di più sono gli ambiti delle letture di Levi di cui non sappiamo assolutamente nulla, anzi, per usare un’espressione di uno sciagurato politico americano (Donald Rumsfeld, nda), unknown unknowns, cose che nemmeno sappiamo di non sapere. Se e quando potremo studiare i libri di Levi e magari le sue lettere ci sarà un grande salto in avanti nella comprensione della sua mente e della sua voce.

Le sue recenti ricerche hanno avuto per oggetto la ‘cultura della memoria’ in Italia. Che ruolo ha Primo Levi nella cultura italiana della Shoah? Com’è invece stato recepito altrove?

Le ‘culture’ dell’Olocausto sono giunte a diffondersi a livelli differenti, locale e personale, nazionale, europeo e, invero, globale. Poche figure, immagini, icone e storie hanno avuto il potere di diffondersi a tutti questi livelli, di essere recepite in modi, tempi e luoghi differenti intessendo una rete di immagini della Shoah. Gli studiosi hanno tracciato la storia culturale di queste figure pervasive - penso alle foto dei campi di concentramento, a Anna Frank, a Eichmann, a Schindler, e Wiesel e a Goldhagen -. Nel bene e nel male, Primo Levi è divenuto una di queste figure. In Italia quasi tutta la cultura dell’Olocausto è stata segnata da Levi, egli stesso fu, in vita, uno dei principali promotori di libri e idee intorno alla Shoah. I suoi libri hanno commosso generazioni di studenti delle medie, la sua voce lucida ha trasmesso un messaggio di trasparenza morale, di fede nei valori antifascisti (Giustizia e libertà). Nell’America del nord la sua influenza è altrettanto vasta che in Europa, ma in qualche modo differente, mediata. Viene talvolta frainteso, sovrapposto a un certo tipo di scrittori ebrei americani (sebbene proprio Philip Roth l’abbia rettamente compreso) oppure con un certo tipo di filosofi (per il fatto di aver coniato concetti come la ‘zona grigia’ o il ‘musulmano’): né appartenne né mai volle appartenere ad alcuna di queste categorie. Ciononostante è assai apprezzato: Norton, una delle più importanti case editrici americani, sta per pubblicare una nuova edizione completa delle sue opere.

Lei ha concentrato ampia parte delle sue ricerche su due giganti della cultura italiana antifascista, Levi e Pasolini. Due autori così diversi, come si sono intrecciati nel Suo percorso?

Nella mia personale traiettoria, il confronto fra Pasolini e Levi si è articolato intorno al tema della sorte - un tema molto caro a Levi che io ho indagato in Sfacciata fortuna (Einaudi 2011) -. Due temperamenti, due menti e due stili agli estremi opposti. Ma vi sono sorprendenti affinità. Entrambi erano pensatori eclettici, non sistematici: Pasolini era l’eterno marginale, Levi adottava di preferenza punti di vista laterali, guardava dal buco della serratura, si occupava di singoli tasselli, non dell’intero mosaico. Ci si ricordi, per esempio, che Levi ammirò la dignità di Steinlauf ad Auschwitz, e tuttavia non poté abbracciare egli stesso il rigido regime di sopravvivenza tenuto da Steinlauf.

Sia Pasolini che Levi scrivevano e si esprimevano in modi mai del tutto conformi all’idea novecentesca (forse non solo novecentesca) dell’opera letteraria confezionata con perfezionismo, limata e ripulita. Come detto, questo fatto, in Levi, spiega parte della sua fortuna letteraria al di là dell’Olocausto, come un nuovo paradigma letterario; qualcosa di simile vale anche per Pasolini.

Un percorso che da Pasolini a Levi giunga fino al presente attraversa le tappe dello sgretolamento di un’ideologia della cultura, di un’etica della scrittura in contatto con il mondo, di un’epistemologia umana e di una curiosità morale. Si passa dalla politica all’etica rivitalizzandole entrambe. Per farsi un’idea di questa strana dialettica si guardi Saviano: checché se ne possa pensare, c’è qualcosa della forza sia di Pasolini che di Levi nel suo impegno reinventato, nella sua voce di testimone postmoderno.

a cura di
Manuel Disegni