I fili di Primo

Riscriveresti se questo è un uomo?

 Intervista inedita di Marco Pennaccini a Primo Levi

di Tullio Levi

 

Lo scorso 24 Gennaio, il Centro Internazionale di Studi Primo Levi, in collaborazione con la Fondazione Luigi Einaudi, ha riproposto l’intervista che il giovanissimo Marco Pennacini fece a Primo Levi nell’estate del 1973. Ne hanno discusso Domenico Scarpa, Enrico Fubini e Giuseppe Lupo. Luigi Vanzo ne ha letto alcuni brani.

Con questa iniziativa il Centro ha, di fatto, dato il via al programma di manifestazioni previste per il venticinquesimo anniversario della scomparsa di Primo Levi, avvenuta l’11 Aprile 1987 (1).

Marco Pennacini aveva solo 15 anni quando, munito del suo registratore, si recò in casa di Primo Levi per trascorrere un pomeriggio con lui e interrogarlo sui tanti argomenti che gli stavano a cuore: la breve esperienza partigiana, la deportazione, il ritorno, l’esigenza di testimoniare, ma anche la sua attività di scrittore e di chimico, la sua vita prima e dopo Auschwitz.

Le due ore di registrazione riportano un dialogo fitto fitto tra un Primo Levi che si apre con spontaneità ed immediatezza ad un ragazzo che, per la sua età, dimostra una maturità davvero straordinaria. Il dialogo, che si svolge nella calda e serena atmosfera domestica del salotto di Primo Levi, è registrato su due nastri già in precedenza utilizzati e quindi, di tanto in tanto, vi sono interruzioni ed interferenze derivanti dal supporto riciclato, a cui si aggiungono gli echi di ciò che accade nella stanza: un telefono che squilla, il figlio che si affaccia alla porta, etc.

Quattro anni dopo quell’incontro, Marco Pennacini sarebbe perito in un tragico quanto inspiegabile incidente: è il 15 ottobre 1977, Marco, terminato il liceo, si è da poco iscritto alla Facoltà di Agraria. Marco è un appassionato cacciatore e quella domenica decide di recarsi a caccia nei dintorni del Lago di Arignano; non vedendolo tornare, a sera i genitori danno l’allarme e iniziano le ricerche, con l’ausilio di volontari; dopo una notte affannosa ed infruttuosa, all’alba il cane di Marco conduce i soccorritori al lago di Arignano sul luogo della riva dove egli aveva lasciato fucile e giubbotto. Il suo corpo viene rinvenuto nel lago; la morte per annegamento - avvenuta senza testimoni - fu constata e dichiarata dal medico del Comune di Marentino.

Quella registrazione rappresenta dunque un documento straordinario per almeno due motivi: viene restituito un Primo Levi che sa davvero dialogare con i giovani, nell’atto di raccontare ad uno di essi, in modo confidenziale e stimolante, la sua vicenda, allargando spesso il discorso a temi di attualità; ma viene anche restituita la straordinaria figura di Marco, un giovane di grande intelligenza e sensibilità, la cui vita è stata troppo presto stroncata da un tragico destino; e quella registrazione racchiude, in viva voce, la testimonianza della sua acutezza e della sua precocità.

Liliana Treves, la mamma di Marco, non ebbe mai il coraggio di riascoltare quei nastri ed essi giacquero a lungo in un cassetto del suo ufficio finché, quattro anni or sono, essi confluirono insieme a molti altri documenti di famiglia, nell’Archivio Terracini, dove vennero sbobinati a cura di Marco Luzzati e successivamente trascritti in forma compiuta ed organica; nei mesi scorsi questa documentazione è stata acquisita dagli archivi del Centro Internazionale di Studi Primo Levi. Recentemente la mamma di Marco ha rinvenuto anche la relazione che il figlio aveva preparato per la scuola, sulla base dell’intervista che aveva effettuato.

Colpiscono la spontanea freschezza del dialogo e l’acutezza delle domande, cui fa da corollario la ben nota capacità di Primo Levi di entrare in sintonia con i suoi giovani interlocutori. Una dote che in tutto questo documento risalta con particolare evidenza.

 

Mentre accende il registratore, Marco chiede a Primo come mai ha voluto scrivere Se questo è un uomo:

P.L.: “Perché ero appena ritornato dalla prigionia, dal viaggio… e avevo un tremendo bisogno di raccontare queste cose... tanto che diventava un’ossessione per tutti. Bastava che mi trovassi una persona davanti che gli raccontavo tutto subito. E poi mi è sembrato naturale, invece che raccontare a tutti, mettere su carta in modo che fosse una documentazione… perché gli altri sapessero, perché mi sembrava inaudito che le cose fossero successe e nessuno le sapesse, come infatti allora nessuno le sapeva. E dirò di più, che neppure noi le sapevamo, nei dettagli; io sapevo la mia storia, ma avrai notato che in Se questo è un uomo mancano i grossi dati, per esempio i dati concreti… per esempio non, non risulta… che le vittime di Auschwitz fossero quattro milioni e mezzo…..Almeno, io non lo sapevo.

M.P.: …come mai hai aspettato a scrivere La tregua tanti anni dopo?

P.L.: Ah! questo per molti motivi. In primo luogo perché quando ho scritto Se questo è un uomo mi importava di portare quella testimonianza che sapevo che era importante… Ho scritto subito l’ultimo capitolo, poi il penultimo e poi gli altri in ordine abbastanza sparso ma quasi, quasi certamente dalla fine verso il principio, senza neppure pensare bene di fare un libro. Pensavo di scrivere una serie di documentazioni, di testimonianze, e di lasciarle poi lì, di farne qualche uso. Poi a poco per volta mi sono reso conto che con un po’ di lavoro di raccordo veniva fuori un libro, ho fatto questo libro, ho molto stentato a trovare un editore, perché Einaudi me l’ha rifiutato.

M.P.: Da chi è stato edito per la prima volta?

P.L.: Da De Silva, che è poi Antonicelli, una piccola casa editrice che poi si è sciolta, ne ha fatto 2500 copie, che sono finite un po’ dappertutto.

M.P.: Eh, ti aspettavi che avesse un successo così?

P.L.: No, e infatti non l’ha avuto, per dieci anni non l’ha avuto.

M.P.: Non l’ha avuto? Beh …

P.L.: Eh no! Con 2500 copie che successo vuoi avere? Ha avuto delle buone recensioni, poi dopo è stato dimenticato da tutti e anche da me. Io mi sono messo il cuore in pace, la mia documentazione l’ho fatta… mi sono messo a fare il chimico, e per quasi dieci anni non ci ho più pensato. E poi invece, a partire dal ’56, si è cominciato a parlare anche in sede storica dei campi di concentramento, cioè è nato un interesse di natura diversa, non più un interesse traumatico, scandalistico anche se vogliamo, ma un interesse più tranquillo, da parte di chi intendeva ricostruire la storia d’Europa e della seconda guerra mondiale. E su questa nuova tendenza … si è ricominciato a parlare di tutti i libri, e anche del mio; allora l’ho ripresentato a Einaudi che lo ha accettato e questo ha significato un punto di svolta, perché Einaudi ne ha fatto subito molte copie che si sono vendute subito. È stato tradotto in inglese, in francese e soprattutto in tedesco, cosa per me molto importante come poi ti dirò dopo e ho ricominciato a sentire in me la possibilità di fare qualcos’altro, insomma, di completare questo racconto….

M.P.: Se non lo avessi scritto allora?

Da questa domanda scaturisce una risposta che forse rappresenta uno dei passi salienti e più originali del dialogo.

P.L.: Lo scriverei adesso.

M.P. Ma lo scriveresti con le stesse intenzioni, diciamo?

P.L No. Lo scriverei in un modo diverso, lo scriverei, in primo luogo, con lo stile di un uomo che ha trent’anni di più, e trent’anni di più vogliono dire molta esperienza in più e molta vitalità in meno. Quindi non so cosa verrebbe fuori; verrebbe fuori una cosa completamente diversa. Soprattutto però lo scriverei oggi con riferimento preciso al fascismo di oggi che nel libro non c’è. Quando ho scritto Se questo è un uomo era finito, il fascismo non c’era più, era chiaro come il sole che non c’era e che non sarebbe tornato.

M.P.: Ah! sì.

P.L.: Era finito di fatto, era stato sepolto, infatti; come partito politico non c’era né in Italia né in Germania. Se lo scrivessi oggi, con tutte le limitazioni che ho detto prima, lo strumentalizzerei. Sì, lo userei come strumento e lo faccio infatti. Lo faccio quando vengono dei ragazzi a parlarmi. Tendo a mettere in chiaro che c’è una linea diretta che parte dalle stragi di Torino del ’22 - Brandimarte (2) - e finisce ad Auschwitz. C’è una continuità abbastanza evidente, anzi.

Quando ho scritto Se questo è un uomo ero convinto che meritasse la pena di documentare queste cose perché erano finite. Adesso non sono più finite, bisogna parlarne di nuovo.

M.P.: Senti una cosa: questo libro è stato usato anche come libro da leggere a scuola?

P.L.: È uscito da poco, è uscito da pochi mesi; non so neppure dirti come vada, cioè quante edizioni siano state, però credo che siano molte, perché mi risulta che ne abbiano fatte 30 mila copie che è abbastanza. Insomma, 30 mila copie sono 30 copie per scuola, diciamo per classe, sono mille classi, ce n’è abbastanza …

M.P.: Sì, credi che servano, diciamo, per educare, per inculcare una certa coscienza, diciamo?

P.L.: Dipende dall’insegnante…. il fatto stesso che venga scelto, testimonia che l’insegnante ha delle buone intenzioni, cosa poi ne nasca non so dirtelo. Ho l’impressione che… queste cose vengono sentite… come passato remoto…...

M.P.: una cosa al passato.

P.L.:…arcaico, come i garibaldini insomma, come la rivoluzione francese, una cosa molto, molto lontana. Infatti è abbastanza lontana nel tempo, ma … solo nel tempo è lontana, perché, come ti dicevo prima, c’è una linea fra Brandimarte e Auschwitz. Questa linea non finisce ad Auschwitz, continua in Grecia, è continuata in Algeria con i francesi. È continuata in Unione Sovietica…

M.P.: Per La tregua, ecco….con che spirito l’hai scritta La tregua?

P.L.: Ah! l’ho scritta… non certamente.… come Se questo è un uomo, l’ho scritta perché scrivere è molto bello e divertente, è … creare una cosa, come fare una statua …..ho scritto La tregua nel ’61-’62 quando era appena crollato il mito della Russia monolitica, della Russia Paese del socialismo, della Russia perfetta, paradiso secondo i comunisti e inferno secondo gli americani, o secondo i nostri democristiani. Erano due visioni talmente manichee, talmente assurde, sia l’una sia l’altra, che mi sembrava molto importante raccontarla così come io l’avevo vista, e come, come l’ho raccontata, com’era e com’è tuttora, vorrei dire, perché sono tornato di recente, ed è proprio così.

 

Il dialogo si dilunga ancora su diversi aspetti dell’Unione Sovietica e Primo Levi ne spiega le tante contraddizioni a Marco, il quale - a riprova della sua acutezza - a un certo punto asserisce: “ Ma andrà in fallimento lo Stato sovietico un giorno o l’altro!”, un Primo Levi che in quest’occasione forse vede meno lontano del suo interlocutore, risponde: “Mah … hanno una terra che è ricca.… consumano molto poco; sai … spendono pochi soldi all’interno…. perché non hanno molta cura dei loro cittadini; gli danno l’essenziale, cioè un buon servizio scolastico, una discreta assistenza medica …”

All’inizio del colloquio Primo Levi, sollecitato da Marco, aveva raccontato del suo lavoro di chimico negli anni antecedenti la guerra, impegnato a tentare di ricavare il nichel dai detriti dell’amianto e poi ad individuare un farmaco capace di curare il diabete. Aveva poi ripercorso, con sottile ironia, la sua breve esperienza partigiana, conclusasi dopo pochi giorni con la cattura dell’intera banda a causa della più totale mancanza di esperienza sua e dei suoi compagni.

Alla fine del colloquio Marco torna a richiedere a Primo Levi di parlare della sorte dei suoi compagni e, dopo alcune battute, la registrazione si interrompe, quasi certamente a causa della fine del nastro. La brusca interruzione contribuisce anch’essa a restituirci, in tutta la sua freschezza, quel momento di rivisitazione storica a tutto campo in un contesto privo del benché minimo formalismo, e quella meravigliosa capacità dei due dialoganti di entrare in reciproca sintonia.

Tullio Levi

 

(1) Per ulteriori informazioni sulle iniziative del Centro, in occasione del venticinquesimo anniversario della morte di Primo levi, consultare il sito <www.primolevi.it>

(2) Tra il 18 ed il 20 dicembre 1922 Piero Brandimarte guidò le squadre torinesi nella rappresaglia che sfociò nella cosiddetta strage di Torino. Il 17 dicembre due fascisti, Giuseppe Dresda e Lucio Bazzanti, avevano aggredito il tranviere anarchico Francesco Prato che li aveva uccisi. I manipoli di squadristi organizzarono una feroce rappresaglia. Calate le tenebre si riversarono nell’abitazione di un fattorino delle tramvie, simpatizzante comunista, e lo uccisero davanti alla moglie e alla figlia; in nottata fu la volta di un manovale comunista, torturato e poi abbandonato in strada, e del segretario della sezione torinese del sindacato metalmeccanici Pietro Ferrero che, dopo essere stato violentemente malmenato, venne trascinato legato ai piedi ad un camion, per circa cinquecento metri di percorso. Prima dell’alba del giorno 19, altri due oppositori furono prelevati dalla propria abitazione ed uccisi in strada. Nel corso del giorno 19 ci furono altre tre vittime e due il giorno 20 dicembre. Complessivamente gli scontri porteranno alla morte di 14 uomini e di 26 feriti, inoltre vennero date alle fiamme: la Camera del Lavoro, il circolo anarchico dei ferrovieri, il Circolo Carlo Marx e devastata la sede di Ordine Nuovo.

 

 

    

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