I fili di Primo

In fabbrica

 di Renato Portesi

 

Nel 1965 sono stato assunto, con mansioni di chimico, alla SIVA che era una fabbrica di vernici e resine di Settimo Torinese.

Il suo direttore generale era Primo Levi, che già in quel tempo era uno scrittore ben noto. Però io ne avevo sentito parlare anche come chimico, perché avevo lavorato alla DUCO di Avigliana, un’altra azienda produttrice di vernici, dove anche lui aveva lavorato in altri tempi e dove aveva cominciato a scrivere Se questo è un uomo; quella che nelle sue opere chiama “..la fabbrica in riva al lago..”. Quindi avevo un certo desiderio di parlargli e di farmi conoscere. Ma nei primi giorni ho avuto l’impressione che si tenesse sulle sue, che non volesse dare confidenza. Non mi sono stupito: in fondo lui era il direttore e io ero un impiegato appena assunto. Comunque mi sbagliavo: in poco tempo mi sono reso conto che invece era una persona disponibile, dotata di una grande voglia di comunicare.

La SIVA aveva una mensa aziendale e io mi sono trovato a consumare il pasto di mezzogiorno in un posto accanto al suo per circa dieci anni. La nostra tavola aveva sei commensali di estrazione culturale non uniforme e lui cercava di esprimersi in modo comprensibile per tutti, senza abbassare il livello del discorso. Non mi pareva un esercizio facile, ma gli riusciva e forse gli era utile per sperimentare quello che avrebbe scritto. Parlava e ci dava modo di parlare di tutto: di nostre esperienze personali, di letteratura, di scienza e di tanti altri argomenti. Inutile dire che era un buon narratore e qualche volta ci divertiva raccontando le sue vicende, oppure i libri che aveva letto.

Sapeva anche ascoltare e far tesoro di quello che gli si diceva. Quando lavorava alla DUCO, un tecnico di nome Fantino, che anch’io ho conosciuto, gli aveva raccontato un episodio simpatico del quale era stato protagonista. Lui ne aveva tratto un racconto che oggi possiamo leggere ne Il sistema periodico con titolo “Titanio”. Quel tecnico parlava quasi sempre in piemontese e credo proprio che gli abbia raccontato tutto in questo dialetto, che Primo Levi conosceva bene e usava spesso con gli operai piemontesi. Del resto, girando per la fabbrica, parlava volentieri con tutti gli operai e capitava che ci riferisse compiaciuto le arguzie che aveva sentito da loro.

Sapeva essere autoironico. A metà anni ’60 aveva presentato a teatro tre atti unici. Non essendo sicuro di come sarebbero stati accolti ogni tanto si confondeva nella folla del pubblico in uscita per ascoltare i commenti. Una volta ci ha raccontato ridendo di aver udito uno degli spettatori dire a un altro: “.. eppure dicono che è una persona intelligente..” Voglio dire che accettava di essere messo in discussione, che non si prendeva troppo sul serio e che non si metteva sulla difensiva per un malinteso senso di dignità. Era invece insofferente verso ogni forma di malafede, di arroganza o di volgarità, più ancora se mascherate dietro toni salottieri. In quei casi si rifugiava in silenzi tenaci e eloquenti.

Parlava spesso della sua esperienza in campo di concentramento, sembrava sentirne il bisogno. A volte lo faceva con aria incredula, come se ancora non si capacitasse di aver subito certi affronti.

Ricordo che una volta mi raccontava un episodio nefando e parlava a voce bassa, però aveva gli occhi lucidi e agitava le mani vicino al volto con l’espressione di chi grida. Ma il più delle volte si esprimeva con calma, teso nello sforzo di trovare le parole adatte. C’era, in questo sforzo, non solo rigore filologico, ma anche la necessità urgente di rendere chiaro a tutti, per mezzo di un argomentare equilibrato e civile, tutto l’orrore del male. Ho imparato molto da tutto questo e gliene sono riconoscente.

All’inizio della sua attività la fabbrica produceva vernici tradizionali; ma col passare del tempo gli smalti speciali per fili elettrici vennero ad assumere un’importanza sempre maggiore. Durante questa evoluzione la SIVA diventava, in un certo senso, sempre più chimica. Voglio dire che quei metodi di produzione e di ricerca ove si richiedevano soprattutto abilità manuale e sensibilità personale man mano perdevano peso e venivano sostituiti da altri metodi che implicavano apparecchi scientifici e impianti piuttosto sofisticati con operatori più preparati. Inoltre per la messa a punto dei nuovi smalti e delle resine adatte era necessaria una più approfondita conoscenza della chimica.

Primo Levi, accanto al fondatore e titolare dell’azienda Silla Federico Accati, si trovò a gestire questa evoluzione. Come direttore generale avrebbe dovuto interessarsi di tutte le attività aziendali, ma preferiva la parte tecnica e scientifica; quando poteva lasciava ad altri il resto delle mansioni. Così ho lavorato a lungo accanto a lui. Per chi ha letto le pagine memorabili che ha dedicato alla dignità del lavoro ben fatto non dovrebbe essere difficile indovinare quanta cura, quanta dedizione mettesse nel suo operare. Lo ricordo una sera seduto ad un bancone del laboratorio: era già buio e lui lavorava al microscopio, solo, sotto il cono di luce di una lampada. Aveva creato intorno a sé un’isola di ordine; tutti gli oggetti necessari, e solo quelli, erano disposti intorno a lui in modo razionale e lui si muoveva rapido e operoso con gesti brevi e precisi da formichina. In quel momento mi è parso un uomo felice.

Anche dagli altri pretendeva serietà ed era intimamente severo nei confronti dell’incompetenza e degli atteggiamenti sciatti. Per il resto era educato e gentile con tutti, si affezionava a cose e a persone anche se non voleva darlo a vedere.

Non amava gli scontri di personalità, anzi pareva soffrire quando in azienda scoppiavano polemiche che lui avrebbe dovuto sedare con l’autorità; forse avrebbe preferito sottrarsi a quel compito. Tuttavia non era né un ignavo, né un pauroso. Tutti sappiamo che nella sua vita aveva saputo assumersi gravi responsabilità e, a volte, pagare di persona. Tra l’altro ricordo che, negli anni ’70, in seguito a una sua ferma e motivata presa di posizione, un ministro della nostra repubblica aveva dovuto dimettersi. Invece quelle tensioni aziendali sembravano metterlo in imbarazzo. Non si tirava indietro, ma ci si muoveva con evidente disagio.

  Il centauro
 

Comunque tutti gli riconoscevano l’autorevolezza della persona colta e competente. Di regola nelle fabbriche chi conosce il suo mestiere viene rispettato e ascoltato, se non proprio obbedito. Per il resto Silla Federico Accati, persona dal carattere autoritario, sapeva imporsi nei momenti difficili. Lui ci metteva i soldi e la grinta, Primo Levi la competenza. Lavorarono a lungo insieme. La SIVA crebbe e si trasformò. Primo Levi andò in pensione nel 1975, lasciando un’azienda prospera, moderna, che esportava in tutto il mondo.

Chi gli ha lavorato accanto gli deve riconoscenza per il patrimonio umano e scientifico che ne ha ricavato, ma di lui conserva anche un ricordo sereno, un ricordo affettuoso: il ricordo di un uomo di pace.

Renato Portesi

   

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